Cdp: Tononi, saremo piu’ vicini a Pmi (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Massimo Tononi, presidente di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), da due anni è anche a capo della giuria degli M&A Awards, i premi alle aziende che hanno usato fusioni e acquisizioni per crescere a livello industriale. Nell’intervista concessa durante la cerimonia di premiazione, Tononi ha spiegato come vede l’economia, le aziende, ma soprattutto il ruolo di Cdp e le polemiche di queste settimane su investimenti e nomine. 

Domanda. Tra pochi giorni arriveranno i dati del pil del primo trimestre. Come vede l’economia italiana oggi? 

Risposta. La nostra economia sconta un rallentamento complessivo. Siamo tecnicamente in recessione, cosa che non è capitata a nessun altro Paese europeo. Come ormai accade da molti anni siamo il fanalino di coda. Però è anche vero che la stessa Germania ha tassi di crescita inferiori all’1%. Quello che purtroppo non è nella nostra disponibilità, è di intervenire con delle politiche fiscali espansive oltre a quelle che già sono state realizzate. A differenza di altri Paesi che invece hanno margini migliori del nostro, come la Germania, che viene da cinque anni di surplus di bilancio e da un debito pubblico ormai attorno al 60% del pil. 

D. Ma secondo lei, in questa situazione cosa può e cosa non può fare la Cdp per l’economia italiana? 

R. Abbiamo annunciato da qualche mese il nostro nuovo piano industriale, che è innegabilmente ambizioso. Intendiamo attivare risorse nel prossimo triennio per 200 miliardi di euro, un terzo in più rispetto al triennio precedente. 110 di questi miliardi vengono da Cdp stessa, gli altri 90 confidiamo di ottenerli da soggetti terzi che vogliamo coinvolgere nei nostri progetti. Però quando ci rivolgiamo alla nostra platea di clienti, cioè imprese ed enti locali, io faccio sempre una premessa: noi abbiamo una responsabilità primaria, che è quella verso i nostri creditori, in particolare i risparmiatori postali. Noi utilizziamo le risorse di 26 milioni di cittadini italiani, complessivamente più di 250 miliardi. Un po’ come se ogni famiglia italiana ci affidasse 10.000 euro in media. E’ una grande responsabilità. Quindi quando valutiamo gli investimenti dobbiamo assicurarci che sia una condizione di equilibrio finanziario ed economico. 

D. L’ad Fabrizio Palermo ha detto che puntate ad assistere 60 mila aziende nei prossimi tre anni. È circa il triplo di quelle che sono state coinvolte finora. Farete concorrenza alle banche? 

R. Il numero è tale che può far pensare a scenari che non sono percorribili. Noi non vogliamo competere, ma essere partner complementari del sistema bancario. Vogliamo offrire una gamma di prodotti più vasta, di debito, di equity e di garanzie. Però naturalmente il sistema bancario è un’altra cosa. Le imprese che serviamo sono da sempre soprattutto le grandi imprese. Vorremo essere più vicini anche alle imprese medio piccole del territorio. 

D. Il presidente di Fondazione Cariplo. Giuseppe Guzzetti, ha detto che Cdp non deve essere il pronto soccorso delle aziende in crisi. Che cosa ne pensa? 

R. Non c’è giorno che non pensi a questo aspetto. Mi rendo conto che Cdp, che è un’entità ricca, perché abbiamo un attivo di quasi 400 miliardi, può essere coinvolta, almeno nelle intenzioni, in tanti progetti che magari non soddisfano i requisiti di ritorno economico di cui parlavo prima. Cdp può anche investire in chiave anticiclica, o addirittura in certi casi intervenire laddove vi siano dei fallimenti temporanei di mercato. Ogni giorno, però, dobbiamo trovare il giusto compromesso tra quella che è la logica degli investitori di lungo termine, e l’esigenza di assicurare la sostenibilità economica delle proprie iniziative. E quindi ci sono investimenti che non dobbiamo fare, e che io conto non faremo. 

D. Lei non teme che di fronte a questo nuovo attivismo di Cdp Eurostat inizi a riconsiderare la vostra posizione, che oggi è al di fuori del perimetro del debito pubblico? 

R. È un motivo in più per non fare degli investimenti che un soggetto privato non farebbe. Noi siamo una market unit, siamo al di fuori del perimetro pubblica amministrazione se facessimo investimenti chiaramente irragionevoli e privi di una logica di mercato, questo tipo di attenzione da parte di Eurostat non potrebbe far altro che aumentare. E questo francamente va a detrimento non di Cdp in quanto tale, ma della finanza pubblica italiana. Perché se Cdp rientrasse nel perimetro della pubblica amministrazione il debito pubblico italiano automaticamente salirebbe in maniera significativa. Quindi sta a cuore a noi ma penso che stia a cuore anche alla politica. 

D. Sono ore decisive per diverse nomine di aziende controllate. Come ci state arrivando? 

R. La mia prospettiva, ma forse perché vengo dal mondo privato, è che le nomine delle partecipate sono di competenza del consiglio d’amministrazione della società controllante, cioè di Cassa Depositi e Prestiti. Chiaramente la dinamica è un po’ più complessa nel caso specifico di Cassa, perché potete immaginare che siano frutto di negoziati che vanno un po’ al di là di ciò che io ho definito come la fisiologia. Quindi nel sottoscritto tutto questo ha suscitato un certo disagio. A me capita di leggere sui giornali di nomine di società i cui dossier ancora non sono stati esaminati dal cda e questo mi dà fastidio. Ultimamente, per esempio, si parla sempre di Sace. Tutto questo crea confusione. Fa male a Cdp ma fa male a Sace, fa male soprattutto a tutti coloro che in Sace lavorano. Anzi, approfitto di questa occasione per manifestare tutta la mia stima e riconoscenza a tutti i dipendenti di Sace, a tutti i livelli, per il lavoro che stanno svolgendo e che hanno svolto in questi anni e spero che non vengano distratti da queste speculazioni giornalistiche. 

D. Ma lei come giudica il lavoro svolto da Sace? 

R. Sono soddisfatto di quello che sta facendo Sace per l’economia italiana. 

D. Tutti attendono l’esito del voto europeo per capire quali saranno i nuovi equilibri. Lei cosa si aspetta? 

R. A livello europeo l’unica implicazione che posso vedere per l’economia, è che se entrassimo in una vera recessione (oggi non lo siamo perché soltanto l’Italia è in recessione tecnica, ma il resto d’Europa no) andrebbero valutate dai governanti europei delle misure espansive che io penso richiedano il sostegno forte della Germania, che è il Paese non solo più virtuoso ma quello che anche in passato ha osteggiato iniziative di questo genere. Paradossalmente mi preoccupa un fatto. Come sapete, le istituzioni europee hanno tempi molto lunghi per definire i loro assetti di vertice dopo le elezioni. Quindi fino ad autunno inoltrato in realtà l’Europa sarà un interlocutore poco efficace. Sarebbe bene per l’Italia avere un interlocutore presente e costruttivo, ma rischiamo di non averlo. 

D. A fine ottobre scade anche il mandato di Mario Draghi alla presidenza della Bce. Cosa cambierà per la nostra economia? 

R. Oggi come Italia possiamo contare su tre figure apicali in Europa, Draghi, Federica Mogherini e Antonio Tajani. Non sarà più così tra qualche mese. Per quanto riguarda il presidente Draghi, sono ottimista, non credo che la Bce cambierà orientamento. Per due motivi: il primo è che i candidati più accreditati sono francesi e finlandesi, che alla fine hanno sempre seguito la traccia segnata da Draghi in questi anni; il secondo è che qualche settimana fa la Bce ha già indicato quelle che sono le linee direttrici della propria politica e non mi aspetto cambiamenti di sorta a meno di eventi traumatici. Certo, l’arsenale a disposizione della Bce in caso di recessione non è quello del passato. Quindi anche se trovassimo il clone di Draghi, una sorta di nuovo eroe della Bce, allora la prossima volta che dovesse dire «whatever it takes», suonerà un po’ meno credibile. 

red 

 

(END) Dow Jones Newswires

April 17, 2019 02:18 ET (06:18 GMT)

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