Attacco allo Stato

Andrea Caira lintellettualedissidente.it 18.4.19

Il 18 aprile del 1974 le BR sequestravano il magistrato Mario Sossi: era l’inizio dell’attacco allo Stato, una nuova forma di ‘lotta’ fondata sulle armi e sulla radicalizzazione ideologica; un attacco che porterà, anni dopo, al tragico sequestro di Aldo Moro.

Da qui a cinquant’anni, storici perplessi tenteranno di comprendere il comportamento dei giovani e dei media occidentali in relazione al terrorismo. Essi riveleranno che presidenti e altri leader indicavano frequentemente nel terrorismo una delle minacce più grandi per l’umanità. Per giorni e settimane consecutive, network televisivi hanno dedicato gran parte dei loro telegiornali trasmessi in fascia oraria di massimo ascolto a raccontare operazioni terroristiche. I giornali definivano il terrorismo come il cancro del mondo moderno, che si stava implacabilmente espandendo fino al punto di infettare e travolgere la società della quale si nutriva». In questi termini lo storico Walter Laqueur delineava il quadro mediatico istauratosi intorno al fenomeno del terrorismo europeo della seconda metà del ‘900, sottolineando il ruolo – tutt’altro che secondario – dell’opinione pubblica.

L’ondata di violenza che travolse la democratica Europa nei primi decenni post-guerra risulta essere ancora una pagina aperta, in particolar modo in sede giurisdizionale, che stenta a chiudersi, lasciando intorno a sé importanti coni d’ombra che la politica attuale non sembra esser in grado di risolvere. Se in contesti come quello spagnolo o quello irlandese la lotta armata clandestina ha rasentato la guerra civile, anche in alcuni settori della società italiana c’era l’impressione che lo scontro totale con lo Stato fosse imminente. Nell’immaginario popolare il terrorismo italiano è identificato con quella che fu l’organizzazione più duratura e proficua di quegli anni: le Brigate Rosse; le quali evocano immediatamente il rapimento dell’onorevole Aldo Moro.

Il corpo di Aldo Moro ritrovato in via Caetani

Oggi l’esperienza delle Brigate Rossesembra esaurirsi nell’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, ed in esso sembrano confluire, sovrapporsi, assolversi e dissociarsi tutte le esperienze extraparlamentari dell’Italia post-fascista. La memoria storica in questo caso conduce all’oblio e le nuove generazioni sembrano trascurare il peso che – nel bene e nel male – quegli anni hanno avuto sullo sviluppo democratico italiano. I 55 giorni di via Montalcini 8 rappresentarono il punto d’arrivo di un’esperienza decennale, furono unicamente il risultato di una sommatoria di elementi che fecero sì che nella penisola si creassero le condizioni per lo scontro armato. Così, ad esempio, Prospero Gallinari durante la video intervista in occasione della presentazione della sua autobiografia, a chi lo accusava di essersi soffermato troppo poco sul sequestro del presidente Moro, rispondeva che le Brigate Rosse andavano necessariamente intese come parte integrante della storia italiana per 15 anni. Secondo l’ex brigatista proprio il radicamento che l’organizzazione aveva nelle fabbriche e nei quartieri aveva creato i presupposti per l’espansione dell’organizzazione; era dalle basi che doveva partire l’analisi non già dalla punta dell’iceberg.

Ricondurre e ridurre le BR al solo caso Moro risulterebbe deviante per la comprensione organica di quella che fu l’Italia in quegli anni. Per comprendere le cause per cui le BR arrivarono a rapire Moro dobbiamo addentrarci in quelle contraddizioni sociali che portarono un gran numero di organizzazioni antagoniste ad impugnare le armi. Ad esempio, il sociologo Pasquinoindividuava la radice e il nemico del terrorismo degli anni ’70 in Italia in primo luogo 

nel sistema di produzione all’interno della fabbrica e in coloro che ne sono responsabili e lo dirigono; in secondo luogo, in quelle organizzazioni che non proteggono i suoi interessi e non combattono per una revisione totale del sistema. La violenza è quindi, se non il sol, certamente uno strumento molto attraente da utilizzare per drammatizzare la propria identità, per punire i responsabili delle proprie condizioni di lavoro e di vita e, in ultimo ma non meno importante, per cambiare le cose. 

L’agguato di via Fani

L’Italia degli anni Settanta diveniva epicentro di sconvolgimenti politici di portata internazionale. Ancora in fermento dal movimento del ’68 e colpita al cuore dalla violenza fascista di Piazza Fontana, i primi anni ’70 nella penisola italiana furono segnati da un incremento della lotta operaia. Studenti e lavoratori trovarono una maggiore saldatura politica, l’industria italiana attraversava una fase di ristrutturazione e la gestazione dell’operaio massa era ormai giunta al termine. La contrapposizione tra i padroni di fabbrica e gli operai era serrata: a cassa integrazione e licenziamenti si rispondeva con scioperi e occupazioni. Sullo sfondo di tale scontro si collocava la scena politica: il PCI, futuro partito della “fermezza”, cominciava a mostrare la sua natura mediatrice, più concentrato su trame governative che sulle lotte lavorative. I sindacati persi in prolisse retoriche contrattuali si allontanano progressivamente dagli espedienti violenti degli operai, e in cuor loro sapevano che lo status quo sarebbe stata la migliore vittoria.

La sensazione ricorrente in determinati circoli era che lo scontro tra forze produttive e rapporti di produzione non fosse differibile all’infinito, che non potesse disperdersi in infiniti particolari attriti. Fu proprio in questo contesto che le BR trovarono la propria genesi: i modelli produttivi del sistema liberista versavano in una crisi importante, i maggiori stabilimenti italiani (Fiat, Alfa Romeo, SIMENS) furono scenari di machiavellici scontri tra classe padronale e lavorativa. Le BR furono figlie della fabbrica e solo in una seconda fase indirizzeranno il loro raggio d’azione verso lo Stato, cercando di disarticolarne le funzioni vitali.

L’arresto di Renato Curcio

Già verso la fine del 1973 le lotte operaie navigavano inesorabili verso un’implosione delle stesse, mostrando sul lungo periodo l’oggettiva debolezza delle proprie risposte rispetto all’offensiva della repressione statale. Strategicamente le BR presero sempre più in considerazione l’idea di muovere l’attacco oltre il perimetro industriale, colpire direttamente lo Stato nelle sue articolazioni. In un’intervista rilasciata a Carla Mosca, Mario Moretti così esplicava la nuova direzione politica: 

Persino l’occupazione delle fabbriche a un certo punto non basta più. Se si occupasse Mirafiori un giorno sì un giorno no, si incazzerebbero moltissimo, ma più lontano la lotta operaia non andrebbe.  Se restiamo inchiodati in fabbrica la forza si trasformerebbe in impotenza. […] Concordo con Curcio che dobbiamo andare oltre. Oltre non vuol dire genericamente nel sociale, ci siamo già, almeno dove c’è un movimento, nelle scuole e nell’occupazione delle case. Oltre vuol dire metterci in grado di pesare sulla scena politica.

Dalle parole dell’ex brigatista emergevano delle criticità interinali alla guerrigliaurbana profilata dalle BR. L’organizzazione sovversiva mai aveva fatto intendere di voler ricoprire il ruolo di guida partitica all’interno dello scontro sociale, al contrario si definiva un’organizzazione di propaganda armata, che nasceva proprio come aiuto concreto alle lotte operaie. 

La volontà di “pesare” all’interno scena politica era dettata proprio dall’impotenza di portare l’intensità della lotta a un livello successivo dato che i centri nevralgici del potere risiedevano non già nella dimensione industriale ma bensì in quella politica. Il processo di radicalizzazione ideologica, riscontrabile alla base di nuovo corso della lotta armata, secondo Della Porta era il vero artefice della genesi del terrorismo 

la sfiducia nella democrazia sfociò poi nella cultura della clandestinità con la convinzione della legittimità di “dichiarare guerra” agli avversari politici e allo Stato. L’immagine di una guerra in atto, unita a quelle, ad essa complementari, dei terroristi come “eroi” e dei loro avversari come “nemici assoluti”, rappresentarono la più forte giustificazione ideologica per la lotta armata.”

Il primo attacco diretto allo Stato fu sferrato dalle Brigate Rosse esattamente 45 anni fa. Era il 18 aprile 1974 quando nella città di Genova veniva portato a termine il sequestro del magistrato Mario Sossi. 

L’operazione Girasole era pregna di significato politico e sanciva così lo scoppio dello scontro tra Stato e Brigate Rosse. Ma per quale ragione fu proprio la persona di Mario Sossi a simboleggiare tale spostamento del piano della lotta? Fu lo stesso Mario Moretti a discorrere sul peso specifico che ricopriva tale azione 

Perché a Genova si teneva il processo dei Gap, che fu clamoroso. I Gap erano stati il primo gruppo di lotta armata in Italia. […] Nel processo al gruppo XXII Ottobre, formazione dei Gap genovesi, veniva alla luce per la prima volta un più ristretto intreccio tra magistratura e forze politiche. Il meccanismo processuale perdeva ogni caratteristica di terzietà, come dicono i giuristi, e diventava un movimento di repressione. Mario Rossi fu il primo a rifiutare questo processo, revocando l’avvocato difensore. Pubblico ministero era il giudice Sossi e guidava il tutto sotto la supervisione di un altro magistrato che noi sentimmo nominare per la prima volta, Francesco Coco.[…]  È la prima grande azione armata contro lo Stato e ha un grandissimo effetto. È uno scontro reale, vissuto, visibile, piccolo ma emblematico.

Mario Sossi prigioniero delle Brigate Rosse

Il sequestro Sossi, concluso dopo poche settimane con il rilascio del magistrato, ha segato l’inizio dell’attacco allo Stato delle Brigate Rosse. L’attenzione mediatica e l’oggettiva organizzazione militare portarono le BR a vivere quello che forse fu il periodo d’apice. L’operazione Moro non fu che il risultato. Allo stesso tempo ciò che venne dopo l’esecuzione dell’onorevole mostrò la fragilità politica su cui basavano le tesi dell’esecutivo delle BR. L’errata lettura della fase storica e dello sconvolgimento interno che attraversava l’industria italiana, portarono i brigatisti a chiudersi progressivamente in una dimensione settaria, scollata dall’esigenze della popolazione e incapace di indirizzare lo scontro sciale. 

L’operazione Aldo Moro – per quando eclatante – non è il punto focale da cui far partire l’analisi sulle BR. È necessario in primo luogo comprendere le esplosive dinamiche socioeconomiche che in quegli anni hanno attanagliato l’Italia per comprendere i famosi anni di piombo.