FINANZA/ La battaglia sull’Iva si è dimenticata dello spread

Si sta parlando ancora molto dell’eventuale aumento dell’Iva. Ma ci si sta scordando dello spread, che resta pericoloso per l’Italia

Giovanni Tria
Giovanni Tria (Lapresse)

Quella che potremmo chiamare la battaglia dell’Iva sarà probabilmente uno dei temi dominanti del dibattito politico ed economico dei prossimi mesi – da oggi, lunedì di Pasqua, al prossimo autunno. Tranne che le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo non causino un cambiamento nella compagine di governo e nel quadro politico italiano. Se ne già avuto un assaggio nelle discussioni sul Def-Pnr nei giorni scorsi.

Proprio da questo assaggio pare che il dibattito, per essere utile, debba essere convogliato nei binari giusti. Il vero quesito, infatti, è non se aumentare o meno l’Iva, al fine di disinnescare una volta per sempre quelle clausole di salvaguardia introdotte (come ha ricordato su questa testata Luigi Campiglio) diversi anni fa nei negoziati tra Italia e istituzioni europee in merito alla nostra finanza pubblica, ma quali sono le alternative all’incremento e rimodulazione dell’imposizione indiretta nell’attuale contesto economico.

Dalle sue prime battute, infatti, il dibattito appare abbastanza sterile. All’interno del Governo, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria sostiene, sia con il Def-Pnr, sia con i suoi interventi in Parlamento, che l’aumento (e la rimodulazione) dell’Iva è inevitabile se non si trovano altre fonti di finanziamento delle spese previste nelle politiche delineate dall’Esecutivo, mentre i due azionisti di maggioranza, nonché contraenti del “contratto di governo”, affermano, a gran voce, che di incremento dell’imposizione indiretta non se ne parlerà nemmeno e che anzi l’obiettivo della maggioranza consiste nella riduzione della pressione fiscale complessiva. Dall’opposizione, o meglio dalle opposizioni, si levano varie voci, peraltro poco coordinate, e non è chiaro se c’è o meno un vero indirizzo. Sia gli azionisti di maggioranza della maggioranza, sia le opposizioni concordano su un punto: un aumento parziale o totale dell’Iva significherebbe una dichiarazione di fallimento della politica economica, specialmente di quella perseguita dal giugno 2018.

Il nodo di fondo, a mio avviso, non è se aumentare o meno l’imposizione indiretta, ma quali sono le politiche economiche che si vogliono attuare e quali sono le alternative per finanziarle. Se si vogliono perseguire ancora soprattutto politiche di redistribuzione (Quota 100, reddito di cittadinanza e simili) finanziandole con l’indebitamento (e, quindi, un ulteriore incremento del debito pubblico e del suo rapporto con il Pil), il vero quesito è se è preferibile un aumento dello spread (e dei rischi connessi a un’eventuale minore sostenibilità del debito) a un incremento/rimodulazione dell’imposizione indiretta. Ove si volesse, invece, fare una pausa nelle politiche di redistribuzione (anche solo per valutare gli effetti di quelle iniziate nel 2019) e si volessero mettere in atto politiche di sviluppo imperniate sugli investimenti pubblici e privati, le domande da porsi sarebbero differenti e riguarderebbero, per gli investimenti pubblici, quali deroghe (golden rule) ottenere per gli investimenti pubblici (una volta esauriti i non piccoli stanziamenti mai spesi, e che il cosiddetto decreto sblocca cantieri non sarà in grado di attivare) e quale politica tributaria attuare per incoraggiare i privati a investire. 

Le audizioni in Parlamento di sul Def-Pnr hanno chiarito che sarebbe bene che, a politiche invariate, si lasciasse aumentare l’Iva nel 2020 se si vuole garantire una crescita dell’Italia. E questo non è un paradosso. L’Istat ha detto che un aumento dell’Iva, in questa fase, comporterebbe una riduzione di Pil limitata allo 0,2%. A sua volta la Banca d’Italia ha confermato che, invece, un aumento di 100 punti dello spread farebbe perdere lo 0,7% del Pil in tre anni. Se ne deduce che, se si impedisse l’aumento dell’Iva e si lasciasse lievitare il deficit pubblico fino al 3,4% avremmo un aumento dello spread che sarebbe molto più depressivo dell’aumento dell’Iva. Se ne deduce anche che, se l’aumento dell’Iva consentisse di ridurre il deficit pubblico, ci potrebbe essere anche una riduzione dello spread che a sua volta farebbe crescere il Pil in misura superiore all’effetto depressivo dell’Iva. Infine la Confindustria ha detto che un aumento dell’Iva ben studiato (ad esempio, giocando sulle aliquote ridotte, mia opinione) potrebbe essere sopportato dal manifatturiero. 

Tutte queste alternative, però, preconizzano che proseguano le politiche economiche iniziate negli ultimi mesi, come indicato nel Def-Pnr, e che l’Italia continui a galleggiare, e a impoverirsi, sorretta da un oligopolio collusivo (istituzioni europee, banche e finanza internazionali, altri Stati europei e non solo) che considerano una crisi del debito sovrano italiano, e le sue possibili ripercussioni sul resto d’Europa, peggiore dell’attuale non incoraggiante scenario.

A questo interrogativo di fondo, se ne aggiunge un altro, ben sollevato in un libro di circa vent’anni fa da Giulio Tremonti e Giuseppe Vitaletti (La fiera delle tasse Stati Nazionali e mercato globale nell’età del consumismo, il Mulino 1991). Nel saggio si sosteneva che si è spezzata la catena Stato-territorio-ricchezza. Un tempo bastava allo Stato controllare il territorio per controllare la ricchezza, che nel territorio trova il suo naturale baricentro, e dunque per esercitare il monopolio politico: battere moneta, garantire giustizia, riscuotere tasse. Ora non è così: nella repubblica internazionale del denaro, non è più lo Stato a scegliere come tassare la ricchezza, ma questa a scegliere dove e per quanto essere tassata. Dunque mentre Cipputi resta a pagare imposte personali, progressive e patrimoniali, le élites del capitale, per ora, ma poi tanti altri, possono cominciare a considerare le tasse come commodity, come una merce qualsiasi esposta e trattata nella grande fiera internazionale delle tasse. 

Caduta l’illusione – affermava il volume – che si possa spostare il mercato verso lo Stato, è lo Stato che deve andare sul mercato. Come gli antichi sovrani battevano le campagne, si mettevano sui ponti, sulle porte e nelle fiere, così la tassazione, nell’età del consumismo, va spostata sul territorio dalle persone alle cose. In tal caso, l’aumento dell’imposizione indiretta dovrebbe dare la stura a una revisione (e diminuzione) complessiva della fiscalità accompagnata da un’effettiva lotta all’evasione che – da tempo – pare dimenticata.