Perché le banche tedesche sono vicine al crac. Ecco i numeri della Bce sulla finanza tossica che ha inguaiato la Germania

affarbancari.it 23.4.19

Perché le banche tedesche sono vicine al crac? Che cosa sta succedendo in Germania, con Berlino che fatica a trovare una soluzione per evitare il collasso di Deutsche Bank e Commerzbank? I due principali player tedeschi sono in crisi e le nozze, date per scontate fino a poco fa, appaiono sempre meno probabili. All’improvviso, si scopre che il malato non è l’Italia, ma è la Germania. Una situazione che non è una sorpresa, però. Basta leggere i numeri – nemmeno troppo riservati – della Banca centrale europea per scoprire che in Germania le banche si sono fatte male con la finanza tossica, soprattutto derivati. E si scopre che per troppo tempo, la vigilanza della Bce ha messo sotto la lente d’ingrandimento gli istituti italiani e i loro crediti marci, tappandosi gli occhi di fronte alle manovre finanziarie spericolate dei tedeschi. Ecco, qui di seguito, tutti i dettagli.

L’analisi dei principali indicatori economici e patrimoniali delle banche sottoposte a vigilanza europea mostra come un numero sempre inferiore riesce a coprire la metà dei costi operativi con i profitti derivanti dalla vendita di mutui e prestiti a famiglie e imprese (margini netti che ottengono sui tassi di interesse). Resta pressante, peraltro, il problema della redditività media per le banche europee che complessivamente non accenna a migliorare (roe pari al 6,88%) e rimane una grande sfida da affrontare nei prossimi anni. Ruolo cruciale rimane quello del management (di qualità) nella gestione del business per produrre utili aumentare la capacità di produrre reddito. I compensi, nel frattempo, rimango elevati.

Ecco i dati: in Italia le banche hanno un roe del 7,7% e un cost to income ratio del 63,4%; in Francia i due valori si attestano, rispettivamente, al 6,9% e al 73,1%; in Germania al 3,1% e all’81,3%; in Spagna al 9% e al 51,8%; la media Ue è pari al 6,9% per quanto riguarda il roe e del 65,6% per il cost to income ratio. I dati – che vengono fuori dagli archivi della Banca centrale europea – ci dicono che l’industria creditizia della Penisola sta molto meglio della concorrenza del Vecchio continente.

Esaminando la qualità del credito del sistema, l’ammontare complessivo dei crediti deteriorati a livello europeo prosegue il trend di riduzione (ora pari a 657 miliardi e tocca i minimi storici, 4,40% del totale crediti per le banche a rilevanza sistemica) da quando è stata introdotta la nuova definizione europea di “non performing loan”, ma rimane alto il rischio derivati. Vediamo i dati: in Italia l’esposizione delle banche alla finanza tossica è pari al 3,6% degli asset finanziaria contro il 9% della Francia, il 12% della Germania, il 4,2% della Spagna e l’8% della media Ue. Se, invece, si guarda agli npl, si scopre che sì, dentro i nostri confini, i crediti marci hanno un peso rilevante sul totale delle masse finanziarie: 9,7% contro l’1,7% della Germania, il 3% swll Francia, il 4,3% della Spagna e il 4,4% della media europea.

Un occhio ai valori assoluti. Nei bilanci delle banche europee si trovano ben 1.450 miliardi di derivati, un valore anche superiore a quello del patrimonio netto di tutte le banche (1.394 miliardi). Complessivamente, i derivati pesano per l’8% dell’attivo di bilancio con valori molto alti per gli istituti di credito tedeschi, inglesi, (12% -13%,) e francesi (9%).  Quasi 4 volte il valore per le banche italiane (3,7%). Questo vuol dire che non solo le banche europee continuano a vendere prodotti finanziari complessi e a fare finanza creativa, quella che ha generato la crisi dell’intero sistema finanziario, ma non riescono a fare vera banca con una giusta remunerazione per il capitale.