Parte il risiko bancario – Unicredit scalda i motori per CommerzBank e Intesa studia mosse “italiane” – Bankitalia spinge per la superpopolare del Sud – Il governo non tocca palla su Mps

affaribancari.it 26.4.19

Se la vecchia regoletta mediatico-finanziaria, secondo la quale il “no comment” conferma la notizia, allora vuol dire che è molto vicino alla verità l’interesse di Unicredit per CommerzBank. Stando a quanto riportato recentemente da più di un quotidiano, il colosso italiano guidato dal francese Jean Pierre Mustier potrebbe fare scacco sulla malconcia banca tedesca Commerz. Quest’ultima era data in sposa alla cugina locale Deutsche Bank, ma il matrimonio non s’ha da fare. E così – a sorpresa – potrebbe essere innescato un girotondo di compravendite e operazioni che manco il calciomercato estivo raccontato ai bei tempi da Maurizio Mosca. Tutto di stampo internazionale, ovviamente.

Finora, in effetti, abbiamo attraversato Francia, Italia e Germania, in un lampo. Ma restiamo dentro i confini italiani, che interessano di più i nostri lettori. Unicredit – che stamattina non ha commentato le indiscrezioni su CommerzBank – ha voglia di crescere e potrebbe correre a magiare un po’ di crauti a Berlino, ingrassare un po’ e poi andare a bussare a Parigi per capire che intenzioni ha Société Generale: la fusione di cui si racconta da più di un anno, a quel punto, non sarebbe alla pari. Anzi: Mustier si troverebbe quasi col coltello dalla parte del manico, senza dubbio in grado di dare le carte.

Ma se Unicredit uscirà allo scoperto, c’è da scommettere che IntesaSanpaolo non starà a guardare. Il ceo Carlo Messina vuole la medaglia d’oro del campionato bancario italiano sempre appuntata al petto e si dannerà pur di non scendere dal primo gradino del podio. L’acquisto – con tanto di assegno da 5 miliardi di euro staccato dai contribuenti italiani a giugno 2017 – delle due ex popolari venete non basta per garantire a Ca de’ Sass le dimensioni adeguate sia per competere in Europa sia per restare a lungo il numero uno in Italia. Cosa studia, quindi, Messina? Come tutti i grandi banchieri, il top banker ha diversi dossier riservatissimi sul tavolo. Potrebbe essercene, a esempio, uno dedicato a UbiBanca e un altro su un eventuale spezzatino del Monte dei paschi di Siena.

UbiBanca, in ogni caso, non ci starebbe a farsi mangiare in un sol boccone. L’amministratore delegato Victor Massiah è determinato a preservare l’indipendenza del gruppo. Deve risolvere la grana giudiziaria, col maxiproceso a Bergamo per ostacolo alla vigilanza, ciò nonostante continua a tenere la barra dritta. Potrebbe accettare, eventualmente, un’operazione con BancoBpm, fino a qualche tempo fa impensabile, ma oggi ritenuta dagli osservatori meno dolorosa di altre manovre per Massiah che potrebbe tendere la mano al collega Giuseppe Castagna. Bper naviga, almeno nel breve periodo, in acque tranquille: con l’incorporazione di Unipol banca ha trovato una dimensione accettabile per galleggiare e il nuovo assetto azionario la preserva da assalti (immediati) di fondi internazionali. Le mini-popolari attendono l’aiutino del governo per dare il via all’aggregazione suggerita dalla Banca d’Italia: il progetto vede la Popolare di Bari capofila di un’operazione che riguarderebbe altre cinque o sei realtà minori del Sud. Ma per andare in porto e, soprattutto, per far quadrare i conti di tutti, serve un incentivo, magari di natura fiscale, capace di alleggerire i costi complessivi. 

Con il credito cooperativo alle prese con la sua trasformazione e la nascita delle holding (Cassa centrale banca, Iccrea e Raiffesen), l’attenzione degli esperti del mercato bancario si concentra su Carige e Monte dei paschi di Siena. Se, nel primo caso, la svolta sembra a un passo (con l’ingresso prepotente di BlackRock e la compresenza del Fondo interbancario), più complicata, invece, appare la soluzione per il Monte dei paschi di Siena. A quasi un anno dall’insediamento, il governo – che con il 68,5% in mano al Tesoro è il primo azionista della ex banca del Pd – continua (inspiegabilmente) a tacere. Entro l’anno, Palazzo Chigi deve comunicare alla Commissione Ue come intende uscire dal capitale. L’ingresso, a novembre 2017, fu autorizzato da Bruxelles con la ricapitalizzazione precauzionale stabilita dalle regole europee, ma al momento la exit strategy non esiste. Il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non hanno mai fatto capire come la pensano davvero. Con buona pace dei contribuenti italiani che – loro malgrado – sono diventati proprietari di Rocca Salimbeni e, per ora, hanno sottoscritto un investimento in pesantissima perdita.

C’è un solo, grande assente al tavolo: Mediobanca. Piazzetta Cuccia non gioca più un ruolo di primo piano né come protagonista né come gran cerimoniere.