Il Movimento nasce liberale e muore liberista

Federico Lordi – 4 Maggio 2019 lintellettualedissidente.it

MOMENTO POP – GOVERNO

Il Movimento 5 Stelle si mette a lucido per le europee: tanta apparenza, ma poca sostanza. Il programma elettorale che vorrebbe propinarci non è altro che un minestrone riscaldato di luoghi comuni, che tutto sommato non dispiace a chi non vuole cambiare un bel niente.

Tempo di campagna elettorale, il Movimento 5 Stelle svela le proprie carte per le europee: lo scorso giovedì Di Maio ha presentato a Roma un programma in 10 punti, incentrato sulla lotta all’austerity, investimenti su sanità, istruzione e infrastrutture fuori dai vincoli di bilancio europei, salario minimo europeo e altre misure elencate in questo allettante depliant. L’Europa trema, arrivano i gialli. Il Movimento si fa sistema e quella che nel 2014 poteva dirsi una – seppur fragile, fragilissima   critica all’Unione monetaria europea, ora si scioglie nell’acido di una propaganda politica degna di un partito liberale ed esterofilo medio. Via l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione, al macero la critica all’euro e al sistema di governance BCE: puff! Il programma elettorale del Movimento 5 Stelle, versione 2019, è una banale ridda di luoghi comuni quali il taglio allo stipendio dei commissari europei o l’abolizione della doppia sede del Parlamento UE. Il Movimento 5 stelle vuole “cambiare l’Europa da dentro” con un programma all’acqua di rose, votato da iscritti al blog vittime della schizofrenica narrazione per cui “taglia lo stipendio al burocrate e l’Europa cambierà”. I risultati delle votazioni sul blog sono un pugno nello stomaco per chiunque segua il dibattito sull’Eurozona: “Programma europee: stop austerity”. Investimenti pubblici su istruzione, ricerca, sanità, sicurezza, infrastrutture fuori dai vincoli di bilancio, 6711 voti; obiettivo piena occupazione: cambiare il mandato della Banca Centrale Europea, 3734 voti. È il tramonto definitivo di una forza nata liberale e morta liberista.

La “svolta” varoufakisiana del Movimento allieta gli outsider del Governo del cambiamento. Quirinale, una bella manciata di funzionari nei ministeri e Banca d’Italia confidano nella moderata redenzione del Movimento –  la conferma di Signorini nel direttorio di quest’ultima è un ottimo segnale in tal senso. Nell’intervista pubblicata il 30 aprile sul Fatto Quotidiano, il ministro dell’economia Giovanni Tria ha confessato il suo “errore più grandecommesso in questi primi mesi di operato presso il proprio dicastero: aver consentito un deficit al 2,4% nel Consiglio dei ministri che approvò la manovra – poi rivisto in seguito al 2,04%. Sul Foglio di venerdì 3 maggio, ricorda come per raggiungere l’obiettivo di una minore pressione fiscale è necessario trovare risorse e dunque tagliare la spesa.

Il Movimento vuole uscire da questa logica deflazionista – taglia, taglia, taglia e poi forse spendi! –  e fare le scarpe a una Lega che ha avuto il coraggio di candidare le teste d’ariete del dibattito degli ultimi anni sull’Unione Europea? Impari dai migliori.

Lo scorso 30 aprile, Adam Tooze, professore presso la Columbia University, ha illustrato in maniera egregia attraverso un ottimo articolo il concetto di “output gap, un termine che ricorre spesso nel dibattito sull’Europa: è questo un punto di riferimento che offrirebbe la misura di quanto un’economia sia in fase di crescita o depressione, in modo da permettere (sic!) allo Stato di modulare le proprie politiche fiscali e di bilancio. “Per quantificarlo, tale valutazione dipenderà dalla differenza tra l’output (prodotto) attuale e una cifra che non è direttamente rilevabile, l’output potenziale. La domanda è quindi come stimare il riferimento dell’output potenziale” – e qui arriviamo al vulnus, un vulnus che nessun partito politico in Italia (inteso nella sua totalità) parrebbe voler comprendere. Tooze è cristallino: “Nel quadro normativo dell’UE, la nozione di output potenziale è definita come ‘l’output al quale i fattori di capitale e lavoro sono impiegati a livelli non inflazionistici’. La stabilità dei prezzi è perciò posta come il parametro base per determinare produzione sostenibile e crescita della produzione”. 

Se già questo farà storcere il naso a molti, è il modo in cui l’output potenziale viene calcolato a offrire la cifra del delirio europeo: le stime sono condizionate dai dati relativi a crescita della produttività e dell’occupazione e per calcolarne l’andamento di medio-lungo periodo gli economisti della Commissione Europea utilizzano una tecnica statistica – nota come il filtro di Kalman –  basata su una media delle performance degli anni passati: “ciò significa che il potenziale di output gap – in base ai quali viene determinata la politica fiscale e di bilancio di un Paese – si ottiene dalla sua serie storica“.

Per farla breve: se sei strizzato da politiche fiscali restrittive  austerity – e l’output potenziale – che guarda al futuro e dovrebbe offrire la misura di quali provvedimenti adottare per stimolare l’economia– si basa sui risultati delle politiche passate – pessimi! , la forbice tra l’output attuale e quello potenziale si assottiglia, condannando il Paese a politiche tight enough anche per gli anni a venireDisoccupazione strutturale al 10% e bassa crescita diventano la norma. Per dirla con Tooze: “In combinazione con regole fiscali stringenti, stime dell’output potenziale basate esclusivamente su dati passati possono avere effetti davvero perversi”.

Vuoi fare gli interessi del popolo italiano? Studia dai migliori e lascia perdere la becera propaganda sui costi della politica. Il Movimento si svegli finché è in tempo.