Case popolari ai rom, il silenzio fatale delle istituzioni

di Simone Cosimi wired.it 8.5.19

CasaPound il 7 maggio a Casal Bruciato (foto: Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Stanno diventando scene tragicamente abitudinarie: una famiglia straniera, magari rom, prende possesso di un alloggio popolare in qualche quartiere periferico (ma non troppo, Roma è gigantesca, non dimenticatelo mai) della Capitale. Il solito picchetto di CasaPound cerca di impedirne l’accesso o spingerla all’abbandono mettendosi a capo di un gruppo solitamente contenuto di cittadini, mentre tutto intorno gli altri tacciono. Scene così abitudinarie che ieri a Casal Bruciato, un pezzo di Roma Est incastrato fra l’autostrada A24 e la via Tiburtina all’interno del Grande raccordo anulare, Senada e il marito Imed, bosniaci con 12 figli (ma ce n’era solo una, ieri), sono stati scortati da poliziotti in assetto antisommossa. 

Segnalano le cronache che erano pure passati al supermercato per comprare qualcosa da regalare ai nuovi vicini. Bei vicini: difesi da molti inquilini, invitati nel cortile, hanno trovato ad accoglierli la varia disumanità di estrema destra neofascista, da CasaPound a Fratelli d’Italia, pronta a cavalcare l’incavalcabile, come in una puntata mal riuscita della serie Suburra. Sempre lui, Mauro Antonini, responsabile laziale delle tartarughe nere, a tirare le fila. Ma stavolta – e il teatrino va tenuto ben presente per comprendere il mercimonio della violenza – deve vedersela con un compare del partito della Meloni: a un certo punto, lo testimonia un video che circola in queste ore, litigano per uno striscione e, incredibile, Antonini gli dà dello “speculatore”. Vette altissime di surrealismo a tinte farsesche più che fasciste. Addirittura parlano di “diritti”, loro che sono lì per impedire a un nucleo famigliare legittimamente assegnatario di entrare in casa: “C’ho diritto io come c’hai diritto te”, dice al neofascista il cugino di FdI difendendo la sua presenza sul posto. L’altro gli risponde: “Tu dove stavi quando io ero davanti alla porta?”. Dopo di lui continuano altri personaggi: tutti a rivendicare chi, per primo, fosse stato lì a insultare, picchettare, impedire il godimento di un diritto costituzionale.

Basterebbe questo piccolo elemento per scovare il giochino: lì si fa sezionamento del dolore, addestramento alla violenza, ammirazione del sopruso. Si ribalta il vocabolario parlando di diritti che non esistono proprio nel momento in cui se ne violano a dozzine di consolidati. “Troia, ti stupro”, urla una testa rasata nel parapiglia miserevole a cui sono costretti i poliziotti e la coppia insieme alla figlioletta di due anni per accedere al palazzo. Queste sono le persone che parlano di diritti e si stracciano le vesti su chi, per primo, si sia piazzato ad accendere il solito fuocherello di “italianismo” a garanzie alterne. “Li vogliamo vedere tutti impiccati, bruciati” si sgola un’altra di CasaPound. Però chiedono rispetto, libertà d’opinione e uno spazio al Salone del libro di Torino, queste persone e i loro altoparlanti pseudoeditoriali. Vergogna a chi gliel’ha venduto, quello spazio.

Se ci sono stati insulti personali nei confronti della donna li condanniamo, ma sono purtroppo causati dal clima di tensione ed esasperazione dei cittadini” ha spiegato, col solito approccio sibillino, il responsabile romano Davide Di Stefano. No, di fronte a quelle parole – espressa da militanti di CasaPound, fra l’altro – non ci sono “ma” che tengano. Non basterebbero neanche le scuse: squalificano in modo così profondo e carnale chi le pronuncia e chi le giustifica da richiedere solo i giusti provvedimenti legali.

D’altronde, non c’è nessuno che lo faccia notare, nessuno che intervenga, la politica è cieca e sorda di fronte a questa serie dell’orrore che va in scena ogni giorno a pochi chilometri da Montecitorio. Neanche il ministro dell’Interno: in questo senso il Campidoglio è solo. La sindaca Virginia Raggi, che ormai è in pieno scontro con i “delinquenti”, così li ha chiamati ieri, di CasaPound, è abbandonata a una battaglia durissima, e con lei i minisindaci. “La verità è che CasaPound specula sulla pelle di tutte le persone e, intanto, occupa abusivamente un palazzo in pieno centro a Roma – ha scritto su Facebook, dimenticando pure la durezza degli sgomberi ordinati nei campi rom – predica male e razzola ancora peggio. Non fatevi ingannare da questi imbroglioni. Noi, invece, stiamo facendo rispettare le leggi, stiamo chiudendo i campi nomadi spingendo gli abitanti a trovarsi un lavoro, pagare le tasse e a mandare i figli a scuola. Le regole – conclude – vanno rispettate da tutti

Certi episodi di violenza non sono mai giustificabili da qualsiasi parte arrivino. Il dossier rom sarà pronto entro l’estate” ha detto Salvini. Da una parte, annacquando col solito colpo al cerchio e alla botte il tema del giorno e archiviandolo. Dall’altra spostando il fuoco della questione: i rom che arrivano nelle case popolari hanno già iniziato un percorso di integrazione, non sono più un “problema”, semmai lo sono stati. Il problema sono gli aguzzini che li intimidiscono con le minacce di stupro e chi gli cucina la pastasciutta per ringraziarli.