A chi conviene seppellire la storia?

Federico Lordi L intellettuale dissidente.it 11.5.19

Mario Draghi, President of the European Central Bank. Photo: Wiktor Dabkowski/DPA/PA Images

Mentre a Torino la casa editrice Altaforte viene esclusa dal Salone del Libro, a Francoforte Mario Draghi parla di euro e ammette che si è trattato di un’esperienza anzitutto politica. La storia va studiata per non ripetere gli errori del passato. Che sia per questo che certuni vorrebbero saltare alcuni capitoli?

Torino e Francoforte distano circa 800 km, eppure lo scorso martedì sono state vicine, vicinissime: se nella prima andava in scena l’insurrezione da tregenda di Raimo, Zerocalcare & Company – da non confondersi con “compagni”, quelli non ci sono più – contro la casa editrice Altaforte, rea di fascismo, nella città tedesca sede dell’Eurotower il governatore della Banca Centrale Mario Draghi arringava uno stuolo di preparatissimi discepoli, freschi vincitori dell’ambizioso Generation €uro Students”.

Due fatti all’apparenza inconciliabili. All’apparenza. La censura mossa nei confronti dell’editore Altaforte è un gesto di estrema pericolosità, non tanto nei confronti dei fascisti, quanto piuttosto dei loro sodali antifascistiprotagonisti di una critica al regime fascista da quarta elementaredimentichi del fatto che il regime fascista fu “anche” altro rispetto a teste rasate e botte da orbi.

Cosa accadeva nel frattempo a Francoforte sul Meno? “Voi siete la prima generazione nata con l’euro. Quando sentite parlare chi vuole tornare alle vecchie monete, a voi viene solo da ridere. E io riderei con voi” –  Draghi dixit, indottrinamento di sterili menti votate al mercato e alla competizione, con annessa espiantazione degli ultimi scampoli di spirito critico. Come? Con la censura. Il fil rouge che lega il Salone del Libro alla carnevalata in salsa eurista è proprio questo infatti, ossia vietare i libri sul fascismo per dimenticare ciò che il fascismo è stato storicamente. Pareggio di bilancio, deflazione salariale, rigidità del cambio e privatizzazioni non sono esclusivo appannaggio dell’Unione Economica e Monetaria dell’UE: furono elementi chiave anche della politica economica fascista.

Sono i rapporti di forza a conferire il potere di censura e questi, checché ne dicano gli zombie di Anpi, Libera e altre sigle marcatamente liberali, vittime di un esacerbante onanismo intellettuale, attualmente stanno in mano a chi ha interesse a instaurare, per dirla con Lelio Basso, “un regime che voglia garantire il potere assoluto di fatto (non importa se rivestito di apparenze democratiche) al grande capitale alleato con il capitalismo di Stato e con il personale politico dirigente, e che si sforzi di ottenere per questo suo regime l’adesione popolare, grazie alla diseducazione, al conformismo, al qualunquismo, alla depoliticizzazione”. 

Diseducazione come rimozione forzata della storia: leggere – e non proibire – testi e fonti dirette sul fascismo consentirebbe infatti di ricordare le parole pubblicate da Mussolinisul Popolo d’Italia l’8 dicembre del 1920: “Secondo le norme elementari dell’economia, fra massa di beni reali e massa di beni simbolici, ci dovrebbe essere un rapporto di equilibrio. Quando aumentano i beni simbolici – carta valuta – e diminuiscono gli altri, si ha il fenomeno dell’inflazione cartacea, con relative conseguenze tangibili a chiunque”. Potrebbero essere parole pronunciate da un Draghi qualsiasi oggigiorno.

Conformismo di chi guarda il dito che indica la luna, ignorando che le crisi di ieri sono le crisi di oggi e che, se il fascismo giunse al potere, fu per necessità del capitale di ricorrere allo Stato onde superare uno stato di crisi che il mercato, da solo, non riusciva più a correggere. Ludwig Von Mises docet: “il fascismo è stato un ripiego d’emergenza […]. Se Mussolini con la sua dittatura ci darà un regime di maggior libertà economica rispetto a quello che abbiamo avuto dalle mafie parlamentari dominanti nell’ultimo secolo, la somma di bene che ne deriverà per il paese da un tale governo, sorpasserà di gran lunga ogni suo male”.

Qualunquismo di chi non riesce a scorgere la brutale connessione tra una  distratta critica al suffragio universale, dettata dallo spin anti-populista – in uno Stato in cui la sovranità appartiene al popolo  e la squallida definizione del potere democratico come “mafie parlamentari (Mises), o “inadatto allo scopo” – riferendosi alla necessità di instaurare un regime della lesina, Mussolini. Pardon, dimenticavamo Draghi: “Se la banca centrale perde indipendenza, le persone possono pensare che le decisioni di politica monetaria seguano indicazioni (dei governi, ndr) piuttosto che la valutazione oggettiva delle prospettive economiche”. Dov’è l’antifascismo militante in questo caso?

Depoliticizzazione di studenti sempre meno studenti e sempre più puttane in vendita al miglior offerente sui mercati internazionali: pecore smarrite che nonostante lo spin incessante de “l’Euro in fondo è solo una moneta”, rimangono mummificate davanti a ciò che Draghi ha detto loro martedì: “tutti pensavano che l’euro fosse un’esperienza tecnocratica quando invece è un’esperienza politica”. Confessio est regina probationum.

Come insegna Georges Bensoussan, responsabile editoriale del memoriale della Shoah di Parigi: “abbiamo bisogno di un pensiero critico, non di un dovere di memoria”. È grazie a quel dovere se le credenziali intellettuali dei vari Erhard, Miksch, Beckerath e Müller-Armack sono state tirate a lucido: gente che studiando dal fascismo pianificò l’economia di guerra nazista, definì le linee guida per una politica economica successiva alla fine del conflitto, per poi celarsi dietro l’alibi della critica all’anti-semitismo nazista. Nazisti che poi parteciparono alla “rifondazione democratica” della Repubblica federale tedesca, fondata su un’economia sociale di mercatodove la redistribuzione della ricchezza è un compito che spetta al mercato e solo in via indiretta allo Stato. Porcherie ideologiche poi confluite nei trattati europei e che come un uroboro stanno riproponendo le stesse contraddizioni del secolo scorso. Con buona pace degli antifascisti di maniera

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