BANCHE E POLITICA/ L’opzione rimasta dopo l’addio di Blackrock a Carige

Con l’addio di Blackrock a Carige torna a riaccendersi l’attenzione sulle banche italiane. Non resta che una strada da percorrere

Carige Palazzo Lapresse1280
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Dopo lo scoppio del caso Carige, qualcuno si chiederà legittimamente cosa sia successo alle “banche italiane” che da qualche anno salgono loro malgrado agli onori della cronaca. Il “mistero” delle banche italiane si presta in effetti a tante letture, anche perché le persone a cui è capitato di sfogliare, con un minimo di cognizione di causa, i loro bilanci non sono moltissime. Oltretutto su questo mistero si intrecciano dinamiche diversissime, problemi particolari e circoscritti e anche casi di cattiva o pessima gestione.

Ci ricordiamo benissimo cosa veniva scritto sui quotidiani specializzati, a partire dal Financial Times, nel 2007 e più ancora dopo l’autunno del 2008 sulle banche italiane. La “narrazione” che trovava spazio tra i commentatori internazionali era che con il loro modello tradizionale fossero al riparo da alcune delle conseguenze più nefaste della crisi Lehman, anticipata come molti si ricorderanno dal fallimento di Northern Rock. Le banche, in effetti, vanno in crisi quando i loro attivi sono “cattivi” o perdono valore. Le banche italiane erano molto diverse da Lehman Brothers, ovviamente, ma anche da tante banche commerciali europee per una “tradizionale” prudenza o furbizia, per esempio a non ingolfarsi di bond greci, con cui si fa e si faceva il business; forse mancavano anche le competenze per avventurarsi nei mari profondi della finanza globale, con prodotti da sigle complicate e sintetici di cui oggi si è persa la memoria. Quello che conta è che la prima crisi globale del 2007, una crisi finanziaria, non ha toccato “direttamente” le banche italiane che per tante ragioni erano rimaste ai margini.

Se “le banche italiane” sono oggi un problema significa che tra i tanti elementi del caso ce ne sono uno o più “sistemici”. Siccome le banche italiane avevano tra gli attivi prestiti a imprese “industriali”, la malattia “sistemica” è nata quando quelle imprese hanno cominciato a fallire. Dopo la crisi del 2008, a poco più di quattro anni e con le ferite ancora aperte, è arrivata la mazzata di quella del 2011/2012 e in cinque anni si è perso il 20% della capacità industriale. Ora, diteci voi quale banca, per quanto ben gestita, non abbia molti problemi in una congiuntura di questo tipo. Figuriamoci quelle gestite così così, quelle gestite male e quelle che si erano avventurate in operazioni azzardate con il consenso e sotto la supervisione di tutti quelli che dovevano controllare e supervisionare e che forse, ma proprio forse forse, qualche appunto se lo meritano, anche se appartengono al pantheon della nuova religione continentale o globale.

Ma soprassediamo su questi dettagli per dire che molte “banche italiane” hanno passato la nottata vendendo i gioielli, e cioè le attività che facevano soldi, in molti casi hanno preferito lasciare ad altri operatori di mercato business redditizi senza un minimo di lungimiranza, tenendosi reti molto costose e anche, in alcuni casi, molto mal gestite con logiche da carrozzone statale. Poi abbiamo avuto tanti governi che invece di ricorrere a piene mani agli aiuti statali e a vere e proprie statalizzazioni, come succedeva in tutto il mondo e in tutta Europa, hanno preferito continuare a sventolare la bandiera della banca italiana solida senza accorgersi o capire che due recessioni in cinque anni avrebbero fatto stragi anche tra le banche. Ora abbiamo banche gestite bene, banche gestite “così così” e banche gestite male, ma il problema sistemico rimane ancora.

Allora cosa facciamo? Vendiamo tutto a banche “europee” che fanno raccolta in Italia per finanziare imprese in Francia o in Germania? Oppure a qualche operatore specializzato in crediti deteriorati? Oppure lasciamo zombie più o meno morti a fare danni irreparabili sul sistema e sulla fiducia dei consumatori? La realtà è che bisognerebbe avere il coraggio di rompere certi tabù che gli Stati seri hanno rotto quando serviva e il male minore era la statalizzazione. Ripetiamo a scanso di equivoci che non è nient’altro che il male minore, ma pur sempre quello che fanno gli “adulti” e responsabili e che si è fatto in una lista lunghissima di Paesi del primo mondo, in economie di mercato spesso anche molto indebitate. E che si farà ancora se servirà da Deutsche bank al credito cooperativo del vostro condominio.

Poi certo sappiamo tutti che qualcuno lavora bene e qualcuno male però, per cortesia, evitiamo di prenderci in giro facendo finta di non vedere quello che è successo, perché altrimenti qualcuno si offende o qualcuno fa un po’ più fatica a presentarsi come “l’élite” che tutto vede e tutto può contro i puzzoni di oggi. Ma poi alla fine far finta che certe cose non siano successe e ancora oggi lasciare i cadaveri in bella mostra è solo il più grande e gratuito spot per i “populismi” di oggi. Un’opposizione che certe volte appare così stupida da lasciare esterrefatti.