Un’Europa divisa, povera e disillusa: il disastro firmato Juncker

Lorenzo Vita  gliocchidellaguerra.it 14.5.19

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Jean-Claude Juncker sta per terminare il suo mandato. E di certo non si può parlare di una Commissione europeache abbia rispettato i piani prestabiliti. In pochi anni, l’Unione europea ha subito un netto peggioramento non solo del suo stato di salute, ma anche della stessa capacità di fare breccia nel cuore dei cittadini europei, confermando un trend che in alcuni momenti sembrava dover mettere la parola fine al sogno degli europeisti.

In tutto questo, è chiaro che Juncker, che di questa ultima Commissione è stato il presidente, sia stato forse il simbolo più alto del fallimento dell’organo che ha presieduto in tutti questi anni. Perché l’unione europea, durante il mandato dell’attuale Commissione, non solo ha commesso errori “magistrali”, ma ha anche fatto di più: non ha mantenuto alcuna promessa di quanto annunciato all’inizio della rosa. E così, in un vortice di mancate promesse e sogni infranti, l’Ue si avvicina a queste elezioni europee con il rischi oche le forze più critiche siano quelle in grado di deciderne le sorti.

Gli errori, dicevamo, sono stati tanti. In primis la Grecia, un Paese che è stato devastato dai piani di austerità condotti dalla Troika e dai leader dell’Unione, più attenti a salvare le proprie finanze che la dignità di un popolo che lo stesso Juncker disse che era stato “insultato” dalla politica imposta da Bruxelles. L’ha detto lui, non l’hanno però pensato i vertici Ue, che anzi per molti anni (e in Italia qualcuno ne è ancora convinto) ci hanno ricordato dell’assoluta necessità della “cura” imposta ad Atene. Che poi questa sia costata l’aumento della mortalità infantile, l’emigrazione di massa dei giovani, la perdita di ogni asset statale e l’invasione di Pechino, non sembra pesare troppo sulla coscienza dei nostri strenui sostenitori dell’austerity.

La Grecia è stato il simbolo più evidente di una frattura che stava diventando sempre più ampia fra europei e Bruxelles. In quel momento, l’Europa era un bivio, forse addirittura più importante di quello che stiamo vivendo oggi con le elezioni alle porte. Il popolo greco aveva scelto di dire “no” al piano della Troika e aveva eletto Alexis Tsipras e la sua estrema sinistra quali paladini della lotta contro il Leviatano. E in pochi mesi è successo che i greci hanno capito che la crisi li avrebbe fagocitati al pari dei piani di risanamento, mentre Tsipras si è trasformato da incendiario a fedele esecutore dei piani di Merkel e compagnia. E in quel momento, la Grecia ha simboleggiato il distacco fra Bruxelles e popolo.

Altra frattura è stata quella invece più politica che si è svolta pochi anni dopo nel Regno Unito, con quel voto della Brexit che ha sancito inevitabilmente una svolta nella vita dell’Unione europea. Per la prima volta, qualcuno diceva “basta”. E va bene che sono stati i britannici – non certo un popolo tradizionalmente legato all’Unione europea – ma si è trattato comunque di un gesto che ha dato un cambio radicale nella politica europea. E visto come si sta trascinando Londra in questo pantano, è del tutto evidente che si possa parlare di un altro fallimento targato Juncker. Questa volta,va detto, con la complicità della Gran Bretagna, che però non sembra stia subendo quell’apocalisse che minacciavano i sodali di Jean-Claude a Bruxelles. La Gran Bretagna continua a sopravvivere e anzi, l’economia non appare così in crisi come pronosticato dai falchi europeisti a pochissime ore dal voto del 2016.

E a proposito di sodali, come dimenticare invece quel lunghissimo tappeto rosso disteso da Juncker ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Una Commissione mai così dichiaratamente sostenitrice dell’asse franco-tedesco che ha fatto di tutto per colpire i governi critici versoi il duopolio di Francia e Germania e che, con il placet assoluto dell’uomo di Lussemburgo, ha anzi garantito a Berlino e Parigi pieno potere. Il Trattato di Aquisgrana è stato solo uno dei momenti più alti di questa spartizione di potere. Ma attenzione a dare per scontata tutta una serie di condivisioni delle poltrone che in questi anni sono state condotte anche sotto lo sguardo “distratto”del presidente. C’è tutto un sottobosco di funzionari e burocrati che da molto tempo rappresenta il vero motore della macchina franco-tedesca europea. E tutta questa classe dirigente è stata scelta senza alcuna capacità di controllo da parte dei popoli europei né dei governi rappresentanti. E soprattutto Berlino ne ha usufruito alla grande piazzando i suoi uomini nei posti che contano.

Nel frattempo, mentre l’asse franco-tedesco bacchettava l’Europa, i due Paesi facevano tutto ciò che volevano. La Merkel, portata avanti come la leader su cui puntare tutte le fiches sul tavolo, con i suoi i popoli iniziavano a ribellarsi. L’immigrazione, considerata come un dato inevitabile e incontrastabile, ha scatenato la rivolta dell’Europa orientale e mediterranea mentre i Paesi dell’Europa del Nord oltre Francia e Germania hanno bloccato i confini e cancellato Schengen. Tutti dovevano subire le politiche di austerity, mentre Merkel e Macron decidevano di infrangere i vincoli. E i governi che hanno alzato la testa sono stati puniti con la scure di minacce e sanzioni. Tutto con un complice: monsieur Juncker.

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