Guerra di sondaggi (segreti) Fino a ieri sono serviti a influenzare l’elettorato oggi vengono usati dai vari schieramenti per galvanizzare le proprie truppe o scoraggiare l’avversario. Dati dalla dubbia paternità, spesso taroccati, circolano “sotto copertura”

“So che non si possono citare i sondaggi, ma per quello che vedo io – diceva ieri sera Luigi Di Maioda Giovanni Floris su La7 – le cose vanno bene per il Movimento 5 stelle”. È l’uso del sondaggio ai tempi del divieto. Non posso dire, ma faccio capire. Niente numeri, ma una sfilza di ammiccamenti. Non siamo ancora alla corsa del cavallo bianco contro quello nero, ma poco ci manca anche nella competizione che più delle concomitanti europee si gioca alla stregua di un duello.

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Alberto Cirio e Sergio Chiamparino, lo si sa da tempo, non si attaccano mai frontalmente e se proprio tocca loro farlo usano il fioretto come fosse una bacchetta da direttore d’orchestra. Tocca, quindi, alle truppe più o meno cammellate dei due, ai partiti che rispettivamente li sostengono ingaggiare quella guerra che, oggi più di ieri e sempre più da qui al 26 sarà di numeri e di nervi.

Dire senza affermare, far filtrare con la consapevolezza che quel sentiment traduzione di numeri non citabili si può prestare ad altrettanto effimere contestazioni. Così se una cifra che viene attribuita all’intenzione di voto, misurata sotto la Mole, a favore dell’attuale presidente della Regione in termini assoluti parrebbe alta ricordando un irripetibile successo del Pd, vista con gli occhiali di chi guarda al suo bacino di voti storicamente insediato nel cosiddetto Piemonte 2, quello delle province, risulta non poco confortante.

Tanto da arrivare a far digerire altri numeri che racconterebbero quel che ormai non è più un mistero anche per il più distratto osservatore di quel che accade dalle parti di Forza Italia: una strada sempre più in salita per il partito di Silvio Berlusconi con il tachimetro che indica una velocità prossime a quella della marcia, a piedi.

Poi c’è la Lega, anzi soprattutto c’è la Lega: difficile attribuire una validità, oggi, alla frase di Pietro Nenni  passata alla storia – piazze piene, urne vuote – di fronte a quei bagni di folla, ripetuti, di Matteo Salvini nella provincia piemontese. Non a Torino, vero. Ma quanto potrebbe bastare a un Chiamparino che ha ripreso, indiscutibilmente, quota un misurato successo nella città che lo ha avuto per due volte sindaco? Su questo differenziale, tra le due metà del bacino elettorale complessivo del Piemonte, si gioca la guerra dei numeri indicibili, ma che circolano forse ancor più vorticosamente rispetto a pochi giorni fa quando i sondaggi erano spendibili.

Una sorta di torsione nell’uso delle intenzioni di voto le cui valutazioni sia il centrodestra sia il centrosinistra stanno intensificando con l’avvicinarsi della data delle elezioni: da elemento in grado di tranquillizzare i vertici e galvanizzare le truppe ad arma di distrazione neppur troppo di massa. Rumors incontrollati e incontrollabili, cifre sussurrate in modo che le possano udire tutti, oppure custodite come il segreto di Fatima a seconda della convenienza. Questo accade su un fronte come sull’altro.

“Se quello è il dato di Torino, allora Alberto stravince” diceva ieri un supporter di Cirio, valutando quella cifra attribuita a Chiamparino, considerevole se fosse estesa su tutto il territorio piemontese ma non certo edificante visto che riguarda solo quel che resta del Villaggio di Asterix della sinistra. “Sergio è in fortissima ripresa e il significato in chiave anti-Salvini anche del voto piemontese riserverà sorprese”, si ribatteva a distanza. La guerra dei numeri, ormai, è anche di nervi.