Il tramonto dell’Ue

Luca Giannelli – 25 Maggio 2019 lintellettualedissidente.it

L’inevitabilità dell’Unione europea continua ad essere scontata per gran parte degli intellettuali progressisti alla Bernard Henri Levy e Massimo Cacciari, eppure l’enorme transatlantico burocratico disteso tra Strasburgo e Bruxelles pare aver esaurito del tutto la spinta propulsiva. All’alba di quelle che potrebbero essere le ultime europee, non possiamo fare altro che rileggere Oswald Spengler: per vivere, consapevolmente, sia il declino dell’Ue che la fase di decadenza occidentale.

Con la vivacità intellettuale che continuava a contraddistinguerlo anche ben oltre la novantina, il regista portoghese Manoel De Oliveira lo aveva già detto nel 2003. Nell’apocalittico finale che investiva la nave di “Un film parlato” ci diceva quanto terrorismo e particolarismi avessero preso il sopravvento su una vera partecipazione comunitaria. Quella nave, ovviamente, era l’Europa, e su di essa De Oliveira aveva riunito i suoi personaggi multilingue, per parlare del tramonto della civiltà mediterranea, delle colpe rimosse dell’Occidente colonialista, di un’apocalisse culturale di sapore demartiniano… 

Da parte sua, con il suo solito tono escatologico, Massimo Cacciari su L’Espresso di un paio di settimane fa (“Se l’Unione fallisce”) prospettava per l’umanità continentale un abisso generalizzato (un Abgrund, come avrebbe detto lui stesso tempo addietro) qualora essa non fosse in grado di recuperare lo spirito comunitario del secondo dopoguerra. Un altro “filosofo” da vetrina, il francese Bernard Henri Levy, intervistato dal venerdì di repubblica sul suo spettacolo teatrale proprio sull’Europa, andava anche più in là e ammoniva: “Bisogna darle un volto”. Notare bene, non ridarle, ma darle, come dire che quella attuale è una specie di mostro indefinito. 

Rifondarla, rilanciarla, cambiarla, riformarla: praticamente non c’è verbo che gli stessi eurofili in un modo o nell’altro non abbiano coniugato a proposito di questo enorme transatlantico burocratico disteso tra Strasburgo e Bruxelles, dalle cui stanze impaurite, con l’avvicinarsi del voto, si è magicamente interrotto il flusso offensivo nei confronti di veri o presunti populismi di ogni tipo. A non essere minimamente messa in discussione, in compenso, è la sovranità ideale europea, cardine di un pensiero liberal-progressista di stampo platonico fondato su quella rivoluzione francese salutata dal filosofo Hegel come manifestazione della “libertà assoluta” e dallo storico Jacob Burckhardt, al contrario, come origine della crisi nel mondo moderno.

Manoel de Oliveira

La filosofia della storia hegeliana ci racconta che anche guerre, rivoluzioni, violenze e tutte le altre cose negative sono positive in quanto estrinsecazione necessaria e provvidenziale dello spirito del mondo. La conseguenza di maggior portata della rivoluzione francese fu la nascita del concetto moderno di storia nella filosofia di Hegel, scriveva Hannah Arendt in “Sulla rivoluzione”, l’idea veramente rivoluzionaria di Hegel fu che l’antico assoluto dei filosofi si rivelava nella sfera delle vicende umane. Le idee e la realtà sembravano magicamente congiunte.

Come il cattolicesimo secondo Milosz, anche il pensiero liberal-progressista è arrivato esausto all’inizio del terzo millennio: piegatosi alle ragioni del liberismo economico, inesorabilmente chiuso in un fortilizio burocratico-finanziario i cui occupanti hanno smesso da anni di guardare giù in strada, anche solo per dare un’occhiata ai cartelloni pubblicitari, si è reso protagonista di un suicidio evidente agli occhi di tutti coloro che abbiano solo il coraggio di vedere oltre gli schermi ideologici.

A metterne a nudo il disastro, basterebbe da solo il delirio inglese post Brexit, sfociato nel dadaismo puro – un vero e proprio happening di massa – con gli elettori convocati alle urne per quella stessa Europa dalla quale hanno sancito via referendum l’uscita. Il brexit non brexit inglese è solo l’esempio più grottesco e appariscente di questo suicidio, il certificato forse più clamoroso del fallimento di un’istituzione che fino a pochi anni fa si credeva inattaccabile e che invece ora si ritrova terrorizzata, esposta a venti “sovranisti” che finora non aveva mai voluto nemmeno prendere in considerazione e ai quali Francia e Germania sanno solo rispondere con accordi particolari a due, in spregio di ogni idea di partecipazione più o meno democratica a ventotto.  

Eppure la centralità dell’Europa continua ad essere fuori discussione. Per tanti intellettuali “progressisti” – siano essi storicamente organici a partiti della sinistra come il Biagio de Giovanni o ex rivoluzionari riconvertiti sulla via della “crisi” come Cacciari – il canone platonico-hegeliano (capace attraverso la dimensione “negativa”, lungo l’influente asse Lukàcs-Adorno-Marcuse di fare poi tutt’uno con la cultura marxista del secondo Novecento) continua miracolosamente a tenersi lontano da ogni possibile disincanto, a privilegiare l’essenza sull’esistenza. Se ciò accade, è proprio in virtù dell’originario idealismo, utile a tenersi a distanza dalla realtà quotidiana di questa Europa, ovvero proprio quella con cui i cittadini hanno a che fare… 

Nel recente saggio sull’umanesimo (in cui la storia e Burckradt non esistono e anche quella preziosa ma vaga epoca prerinascimentale finisce immancabilmente tra le grinfie della crisi) gli autori di Cacciari sono Platone, Gemisto Pletone e Machiavelli; nell’articolo sull’Europa sono altri “concentrici”, stavolta della “modenità”: i Mann, gli Hofmansthal, i Valéry, gli Ortega, i Croce tutti autorevoli bastioni del canone dominante fino a tutto il secolo scorso, utili a ricordare la centralità di una cultura emanazione diretta – secondo il più scontato cliché eurocentrico – della matrice greca classica: il primato della filosofia, la superiorità del pensare sul fare, lo sprezzo anti-americano, la verità contro i “barbari” ora identificati nei vari sussulti nazionalisti-populisti-sovranisti nei cui confronti si continua a preferire la strada della demonizzazione rispetto a quella di una comprensione storica utile magari a capire quanto le reazioni dal basso stiano alle chiusure operate dall’alto esattamente come i flussi migratori stanno alle violenze commesse ai danni dei paesi del “terzo mondo”.

Massimo Cacciari

Eppure allarmi, nel secolo scorso, non ne erano mancati, a cominciare da quello lanciato da Oswald Spengler nel 1918, all’indomani della conclusione del primo conflitto mondiale. In un libro tanto fortunato quanto successivamente emarginato, “Il tramonto dell’occidente”, sosteneva che l’Europa aveva esaurita la sua fase propulsiva. Per il pensiero liberal-progressista, Spengler, morto per infarto nel 1936, era un autore scomodo, e per questo da rimuovere. La via scelta è stata quella più miope, quella ideologica (non troppo diversa, significativamente, da quella scelta ora nei confronti dei Salvini e degli Orban): l’accusa di vicinanza al nazismo. 

Accusa motivata dal suo “socialismo prussiano”, dal sostegno iniziale a un movimento (da cui aveva preso presto peraltro le distanze), dalle dure critiche da lui mosse all’esperienza della repubblica di Weimar, nonché dalle parole da lui pronunciate sul Führer dopo un colloquio: persona rispettabile, aveva detto Spengler. La parte restante, come per esempio non si ha mai il senso che sia uomo di qualche importanza, scivolavano in secondo piano. Giudizio, questo di Spengler, che non può non richiamare alla mente la metafisica e ben più inquietante risposta data da Heidegger a Jaspers quando questi gli aveva chiesto come potesse un uomo così privo di cultura come lui governare la Germania: «La cultura non c’entra. Guarda invece le sue meravigliose mani!» era stata la risposta del filosofo più amato e ammirato del Novecento che nel 1920 aveva tenuto a Wiesbaden una conferenza intitolata “Oswald Spengler e la sua opera ‘Il tramonto dell’occidente’”.

Oswald Spengler

Più ancora dell’insolente successo, agli intellettuali della generazione successiva, quelli che all’idea di decadenza e destino preferivano decisamente quella adorniana di utopia rivoluzionaria, il peccato di Spengler era un altro. Era quello di aver proposto una visione della storia di stampo herderiano: come un processo biologico, organico, refrattario non solo a ogni “filosofia della storia” e a ogni inevitabile progredire dalla barbarie alla civiltà, ma anche, di conserva, a quel dogma della superiorità europea che aveva portato Hegel a immaginare l’America non come qualcosa liberato dal peso della storia, come pensava Goethe, ma come parte nascente del “mondo germanico” fuori da ogni prospettiva filosofica della storia; ogni “cultura”, essendo un organismo, diceva herderianamente Spengler, nasce, si sviluppa, decade e muore. 

Ricollegandosi ai romantici di inizio Ottocento, l’autore de “Il tramonto dell’Occidente” riaffermava il primato della Natura sulla Cultura. Per una cultura hegelo-marxista-crociana saldatasi con il dasein heideggeriano, l’assunto era irricevibile; a tal punto da emarginare Spengler come espressione di una degenerazione involutiva -relativistica- dello “storicismo”, in ordine alla quale ogni “cultura” è specifica di un tempo, ha un suo orizzonte che la rende incomunicabile con le altre. La teoria oggi tacitamente data per scontata dei 150 anni di dominio di una cultura su un’altra (l’Europa, poi l’America, ora la Cina) non è in fondo debitrice al tanto bistrattato Spengler?

La nostra epoca è proprio questa, e la consapevolezza di vivere in una fase di decadenza può essere utile a non crearsi false illusioni per vivere consapevolmente il nostro destino, diceva un secolo fa lo storico tedesco: per i tanti idealisti-progressisti ancora ben sistemati dentro l’arroganza eurocentrica, sono parole che potrebbero avere ancora un che di salutare…