I risultati delle europee dimostrano che la realtà è più complessa di come la dipingiamo

Simone Fontana wired.it 27.5.19

Salvini ha ridefinito i rapporti di forza nella politica italiana, ma il suo progetto sovranista europeo non decolla. Tra vittorie a metà ed esiti contraddittori, è impossibile ridurre a un tweet i risultati di questa tornata

(foto: MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)

Il voto europeo del 26 maggio ha incoronato Matteo Salvini come vincitore assoluto della tornata elettorale, ma solo a patto di voler fraintendere la reale entità della posta in palio. Se i numeri usciti dalle urne lasciano infatti pochi dubbi circa l’egemonia esercitata dalla nuova destra nel panorama politico italiano – e in questo senso la ridefinizione dei rapporti di forza nella maggioranza di governo era uno dei passaggi più attesi sul fronte interno – la scommessa di Matteo Salvini era decisamente più ambiziosa e puntava dritta al cuore politico dell’Europa.

Non è un mistero che negli ultimi mesi il leader della Lega si sia speso attivamente per mettere insieme una coalizione di volenterosi in chiave sovranista, un’armata nera in grado di tenere unito il fronte delle destre e cavalcare il vento reazionario che nell’ultimo lustro ha premiato le narrazioni di chiusura in tutto il continente. Pur con tutte le contraddizioni del caso, Salvini ha investito buona parte del suo capitale politico per federare esperienze molto distanti tra loro, ergendosi a leader del fronte euroscettico con l’intento di ridiscutere i vincoli di bilancio e imporre la sua linea in tema di gestione dei flussi migratori.

È quella che Salvini in campagna elettorale ha a più riprese definito “nuova Europa” o “Europa dei popoli”, una somma aritmetica di identità nazionali senza troppo in comune, se non la volontà di interrompere il processo di integrazione europea e serrare i confini interni. Il progetto, oltre che a ridisegnare gli equilibri continentali, puntava a porre le basi per un’azione di governo slegata dal controllo sovranazionale, ma le urne hanno raccontato un’altra storia.

I sovranisti alla prova del voto

Uno dei criteri per giudicare l’esito dell’azzardo di Matteo Salvini era, già alla vigilia, la capacità di trasformare l’Europa delle nazioni e della libertà (il gruppo a cui ha deciso di aderire la Lega) in un polo d’attrazione per una parte del Partito popolare europeo. Nonostante l’arretramento di circa 40 seggi, però, il potere contrattuale della formazione di centrodestra resta al momento ben più solido di quello sovranista, e il partito di Manfred Weberpotrebbe formare una maggioranza anche nel caso in cui la pattuglia di Viktor Orban decidesse di spostarsi a destra.

Nel più ottimistico tra gli scenari a disposizione di Matteo Salvini, Enf accoglierebbe infatti proprio gli ungheresi di Fidesz e il Brexit Party di Nigel Farage – partito fino ad oggi nell’orbita di Effd, il gruppo del Movimento 5 stelle – arrivando a sfiorare il traguardo dei 100 seggi, mentre i conservatori di Ecr (il gruppo dei deputati di Fratelli d’Italia) hanno già chiuso le porte a una possibile convergenza.

Non abbastanza, insomma, per stipulare un’alleanza in grado di governare, dal momento che alla somma tra Enf, Ecr e Ppe mancherebbero circa 35 seggi per ottenere la maggioranza. A fare da ago della bilancia saranno invece il partito dei Verdi europei e i liberali di Alde, alleati naturali rispettivamente di socialisti e popolari, una condizione che rende l’adunata sovranista sostanzialmente inutile per gli equilibri della legislatura.

Le conseguenze del voto

La tanto temuta ondata nera sull’Europa è insomma rimandata almeno fino al 2024, ma il sovranismo in compenso è vivo, vegeto e non arretra di un passo all’interno dei confini nazionali. L’exploit della Lega va infatti ad aggiungersi all’ottimo risultato del Rassemblement National di Marine Le Pen (23 seggi, tanti quanti l’avversario Emmanuel Macron), del già citato Brexit Party e dei belgi fiamminghi del Vlaams Belang che con i loro tre seggi tamponano la sconfitta di Geert Wilders nei Paesi Bassi e il pessimo risultato di Afd in Germania. Tiene anche l’ultradestra austriaca, nonostante lo scandalo che si è abbattuto sull’ormai ex vice-cancelliere Strache.

Come calcola su Twitter Lorenzo Borga, nel raffronto con le elezioni del 2014 le formazioni populiste – Enf, Effd, Ecr – hanno guadagnato appena 16 seggi nel parlamento europeo, pari a circa il 10% dei consensi. Fenomeni sparsi, slegati e difficilmente riconducibili ad una radice comune, incapaci al momento di ambire al cuore dall’Europa, ma egemoni nel dibattito pubblico nazionale.

Matteo Salvini ha vinto la prova di forza interna con il Movimento 5 stelle, ma a uscirne ridimensionata sul lungo termine è la sua ambizione da leader europeo: il vero dato politico di queste elezioni elezioni europee è l’impossibilità di comprimere la realtà nello spazio di un tweet.