LETTERA UE/ Così Bruxelles ci condanna alla recessione

Oggi il Governo italiano dovrebbe mandare la risposta alla lettera che la Commissione europea ha inviato mercoledì

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È attesa per oggi la risposta del Governo italiano alla lettera pervenuta mercoledì dalla Commissione europea. Una lettera, ci spiega Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, «che trovo anzitutto molto succinta e che fa poi riferimento, come motivazione della contestazione avanzata, al Patto di stabilità e crescita. Patto che finora non ha dato né stabilità, né crescita, per l’Italia».

Per qualcun altro in Europa forse sì…

Certamente per la Germania e per i nuovi entrati paesi dell’Est, che sono partiti con un bassissimo livello debito/Pil. Già sulla Francia ci sarebbero dei dubbi. Come del resto sull’Europa nel suo complesso. Di fronte a questa situazione mi sembra che non si possa parlare dell’emersione di spinte, come si usa dire, sovraniste. Semmai queste sono state alimentate.

Nel merito dei numeri, non si può dire però che lo scostamento contestato dalla Commissione non ci sia stato.

Di sicuro non siamo in linea con gli obiettivi concordati, anche per via del rallentamento dell’economia mondiale. La Germania stessa, con cui abbiamo legami economici importanti, rallenta più del previsto, anche perché è la prima a fare le spese di una situazione di conflitto tra Usa e Cina. Il problema è che l’Italia è ancora inchiodata a quello che è avvenuto nel 2008, perché lì siamo rimasti, anzi abbiamo peggiorato con il 2012, e lettere come quella che abbiamo ricevuto non sono per nulla incoraggianti.

Da che punto di vista?

Preconizzano la possibilità che ci siano manovre che non dico che creino recessione, ma che comunque non consentano di riprendere una crescita. Siamo inchiodati nella stagnazione, questo è il problema vero. In Europa c’è un grande Paese, l’Italia, che è bloccato nella stagnazione. Bisognerà pur fare i conti con questo fatto. Nella lettera della Commissione non c’è una preoccupazione di questo genere, non ci si cura del fatto che continuiamo ad avere tassi di disoccupazione altissimi.

Che risposta dovrebbe dare il Governo a questa lettera?

Il problema evidenziato non riguarda il debito in valori assoluti, ma in rapporto al Pil. E se il Pil non cresce il rapporto aumenta per forza di cose. Quindi, io risponderei che non è che possiamo fare molto meglio della Germania quando anche lei è fortemente rallentata. Se domani entriamo in recessione il rapporto debito/Pil crescerà ancora di più. Questo tipo di preoccupazione non emerge nella lettera.

C‘è il timore che ora ci possa venir chiesta una manovra correttiva, che, considerando anche le clausole di salvaguardia da disinnescare con la Legge di bilancio, non lascerà molti margini di manovra. Cosa ne pensa?

Dal mio punto di vista non si possono trascurare le condizioni iniziali. Noi abbiamo una situazione economica che deriva anche da errori passati. Sono state fatte manovre parzialmente o del tutto inefficaci. La Commissione europea può quindi far ricadere gli errori dei padri sui figli? Siamo in una situazione in cui le aree di disagio sono aumentate. Viste le condizioni di partenza non possiamo non far pesare il fatto che se soffriamo noi, il resto d’Europa non può pensare di stare molto meglio.

Vista la tempistica con cui questa lettera è stata inviata e che se si arrivasse fino in fondo saremmo di fronte alla prima procedura d‘infrazione per eccesso di debito, non crede che quella della Commissione sia una scelta politica più che tecnica o economica?

Beh, loro sono dei politici. Il punto è che nemmeno si sognerebbero di dire una cosa del genere alla Francia, anche se ormai il suo debito/Pil è arrivato al 100%. È evidente che rischiano di venire fuori due pesi e due misure. Ci sono tutte le condizioni per cui all’interno dell’Europa l’Italia diventi l’ultimo della classe da mettere dietro la lavagna. L’unico Paese che ha le spalle robuste, dopo dieci anni di crescita spettacolare, insieme ai paesi con esso lavorano, è la Germania. Navighiamo a vista e quello che possiamo fare è essere politici nel senso migliore del termine.

Ovvero?

Occorre essere fermi su alcune questioni centrali, come il fatto che non si vuole mandare a fondo il Paese, anche perché non si può pensare a un’Europa senza l’Italia.

Il suo richiamo all‘essere politici vale anche rispetto alla formazione della nuova Commissione europea?

Sì, ma vediamo che c’è una paralisi generale. Non sembra essere facile trovare un accordo e probabilmente gli stessi commissari che hanno mandato la lettera sanno che resteranno in carica un po’ più del previsto. È un momento complicato e difficile di democrazia europea e sarebbe anche il momento per ripensare ai suoi meccanismi. Stiamo attenti, perché c’è il rischio che l’Italia, nonostante si dica sia uno dei grandi Paesi fondatori, possa contare sempre meno nei rapporti di forza.

(Lorenzo Torrisi)