Il riciclaggio russo degli insospettabili

LORETTA NAPOLEONI Caffe.ch 2.6.19

Il flusso del “denaro sporco” dalla Danimarca ai Baltici
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È nel Baltico che l’ultimo capitolo del riciclaggio si è svolto e i protagonisti, banche scandinave e repubbliche baltiche, fino a pochi mesi fa avevano una reputazione impeccabile. Per l’indice Basel Aml (che valuta il rischio di riutilizzo di “denaro sporco”), l’Estonia era la seconda nazione al mondo nella lotta contro il riciclaggio e la Danimarca era considerata da Transparency International il Paese più trasparente al mondo. Oggi sappiamo che non era così.
La genesi di questo scandalo inizia con la caduta del Muro di Berlino. Fu allora che le banche scandinave iniziarono a progettare l’espansione nelle repubbliche baltiche, considerate la loro nuova frontiera finanziaria. All’inizio del millennio Danske Bank, Swedbank, Seb, Nordea e Dnb controllavano grosse fette del mercato domestico dell’Estonia, Lettonia e Lituania, nazioni che fungevano da ponte finanziario tra la Russia di Putin e l’Unione Europea. Ed ecco spiegato il ruolo che una nazione come l’Estonia svolgeva nel sistema di riciclaggio che per ora si pensa poggiasse su due banche scandinave: la Danske Bank e la Swedbank. 
Il meccanismo era semplice, la Danske gestiva in Estonia il portafoglio dei non-residenti, principalmente oligarchi, criminali e membri dell’élite russa, e così facendo faceva entrare in Europa fiumi di denaro russo di dubbia origine. I guadagni erano infatti da capogiro, nel 2013, queste operazioni fruttarono alla Danske il 402 per cento contro il 7 per cento prodotto dal resto della banca.
Oggi sappiamo il perché di questi numeri. Durante quegli anni si stima che 800 miliardi di dollari di capitali russi siano stati portati fuori ed investiti offshore. Gran parte di questi soldi sono stati guadagnati legalmente ma in questa cifra ci sono anche i flussi del denaro del crimine, incanalati attraverso ex membri dell’Unione Sovietica, come la Moldova, usando complessi sistemi di frode.
Come avvenne con la Barings di Singapore negli anni Novanta e con i derivati della Aig di Londra prima del crollo del 2008, i campanelli d’allarme delle banche scandinave dovevano suonare poichè una sezione relativamente piccola, quella dei non residenti, non può produrre ritorni tanto elevati. I numeri parlano chiaro: dal 2007 al 2014, 15mila clienti non residenti della Danske provenienti dalla Russia e dall’ex Unione Sovietica hanno investito 200 miliardi di euro generando così il 99 per cento dei guadagni della banca al netto delle perdite. 
Il consiglio di amministrazione della banca doveva porsi delle domande tra cui la seguente: perché questi clienti sono disposti a pagare così tanto per i nostri servizi? Se lo avesse fatto e se avesse condotto un’indagine interna si sarebbe accorto che la banca aveva messo su una serie di operazioni per facilitare il riciclaggio tra cui i swap di monete acquistando titoli in rubli e vendendone altri identici in monete estere. Se il consiglio di amministrazione della Swedbank avesse fatto la stessa cosa forse avrebbe potuto prevenire la gestione di 135 miliardi di euro di operazioni rischiose da parte dei non residenti in Estonia.
L’ennesimo scandalo bancario riconferma la caducità del sistema di controlli esterno e ci ricorda che l’etica delle istituzioni è l’arma migliore contro qualsiasi attività illecita.