LETTERA UE/ “Chi isola l’Italia accelera la fine dell’Unione Europea”

È scontro tra eurocrazia, cui non piace lesito del voto, e Italia. Ma un nuovo giro di austerity costerebbe caro. Anche all’Europa

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Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici

Il governo ha replicato alla lettera della Commissione e Bruxelles comunicherà le sue osservazioni entro mercoledì. Il monito dei commissari Moscovici e Dombrovskis è arrivato quando i capi di Stato e di governo, Italia compresa, hanno da poco iniziato le trattative per decidere le nuove nomine europee. Una grande partita in cui si intrecciano i risultati delle urne, il rigorismo dell’élite europea continentale e la volontà di arginare in ogni modo la spinta che proviene dall’Italia salviniana. “Ma chi pensa di sottoporre l’Italia a un altro giro di austerity fa un grave errore politico” dice al SussidiarioVladimiro Giacché, economista e saggista, tra i primi in Italia, già sette anni fa, a lanciare l’allarme sulla pericolosa rotta del “Titanic Europa”.

Dalla vittoria della Lega all’ossessione teutonica del bilancio in pareggio, dalla fine della leadership renziana ai successi “populisti”, dal bail-in all’europeismo di complemento dei verdi tedeschi, dal disastro di Monti alla lettera Ue, tutto, come sempre, si tiene.

Macron sta approfittando del momento critico della Merkel e punta a mettere un suo candidato alla presidenza della Commissione. Circola il nome della commissaria uscente Margrethe Vestager. Come commenta?

Il nome della Vestager è legato a una decisione sbagliata della Commissione sul caso Tercas (l’antitrust comunitario aveva vietato l’uso del Fondo interbancario di tutela dei depositi, ndr) alla quale il governo italiano si oppose, vedendosi poi confermato da una sentenza della Corte di giustizia Ue. Quel no dell’antitrust determinò anche l’avvio alla liquidazione di Banca Marche, Banca Etruria, Cariferrara e Carichieti, perché il governo Renzi accettò il divieto comunitario di fare intervenire il Fitd, cosa che era pienamente legittima essendo il fondo privato. Gli effetti sul nostro sistema di quel divieto, e di lì a poco dell’entrata in vigore delle nuove regole europee sul bail-in, sono stati catastrofici: le banche italiane hanno perso in tre mesi, tra fine novembre 2015 e febbraio 2016, 46 miliardi su 135, il 35% della loro capitalizzazione di borsa. Buone ragioni, a mio avviso, perché l’Italia si opponga con decisione alla candidatura Vestager.

Si fanno anche i nomi, oltre a quello di Michel Barnier, del belga Charles Michel e della francese Christine Lagarde. 

Fanno tutti parte, se mi è permesso il termine, della medesima oligarchia. Barnier è senz’altro il più capace.

Conte siede al tavolo di queste trattative. È esponente di un partito, M5s, che ha perso 15 punti percentuali. Che forza può avere come interlocutore?

Non definirei Conte in questi termini. È il premier di un governo al quale è stata confermata la fiducia della maggioranza dei votanti, benché al suo interno i pesi elettorali dei due partiti si siano invertiti.

Con chi deve parlare innanzitutto il nostro presidente del Consiglio?

Con i principali paesi dell’Unione. Può farlo anche con gli altri, ma in primis con i principali. Abbiamo il diritto di sederci al tavolo per il semplice motivo che siamo il terzo paese più importante dell’Ue, se escludiamo il Regno Unito per i motivi che sappiamo. 

Nel frattempo la Lega ha annunciato che l’accordo con Farage potrebbe essere perfezionato questa settimana. È la strada giusta?

Guardi: quello che dovrebbe essere chiaro in Europa è che ci sono delle forze politiche che possono piacere o non piacere, ma che raccolgono il consenso, a torto o a ragione, di una parte consistente dell’elettorato nei propri paesi. In Germania la coalizione di governo ha subito un’emorragia, in Francia Macron è arrivato dietro Marine Le Pen, in Italia la maggioranza dei votanti ha confermato la fiducia al governo. Un governante saggio, a livello europeo, capirebbe subito che deve dialogare con queste forze.

Il suo sembra quasi un ammonimento nell’interesse di chi governa.

Ho la sensazione che l’opposizione in Italia coltivi la speranza che restiamo isolati in Europa. Sarebbe un gravissimo errore, perché accentuerebbe ulteriormente l’estraneità di una parte significativa, forse già oggi maggioritaria, dei cittadini italiani verso le istituzioni europee. Non mi sembra che le istituzioni europee abbiano bisogno di questo.

Una conventio ad excludendum non potrebbe funzionare a livello europeo?

L’abbiamo avuta in Italia, e non ha giovato alla nostra democrazia. Sarebbe ancora più pericolosa in Europa, perché in questo caso la frattura passerebbe tra le nazioni. Ed enfatizzerebbe la forza centrifuga che già abbiamo visto all’opera nell’Unione in questi ultimi anni. Se lo vogliono fare, lo facciano. Il risultato sarà un’ulteriore destabilizzazione dell’Unione. 

Una contraddizione che si sottolinea a proposito dei paesi euroscettici è il fatto che i populisti al governo sono divisi, ma troverebbero un punto di sintesi nel non accordare all’Italia quella flessibilità che chiediamo per finanziare la crescita.

Io per prima cosa utilizzerei una definizione di populismo più inclusiva. Inserirei cioè tra i populisti di governo la Merkel e i suoi alleati socialdemocratici, che per anni hanno fatto credere ai tedeschi che stavano sobbarcandosi i debiti dei paesi del Sud Europa. Lo stesso vale per i populisti al governo in altri paesi che oggi vengono dipinti come “sovranisti” (e che peraltro, come in Austria e in Ungheria, fanno parte del Ppe). Da parte loro potrà sicuramente esserci una chiusura. Ma mi verrebbe da chiedere: dov’è la notizia? Non mi sembra che i paesi retti da coalizioni di centro-sinistra, in Germania e altrove, abbiano dimostrato maggiore apertura nei confronti delle nostre necessità: ci siamo già dimenticati di Schäuble? 

D’accordo, ma che cosa ci attende?

Torniamo a quanto detto: occorre valutare con molta prudenza gli effetti di certe decisioni. Si può ancora pensare di sottoporre l’Italia a un altro giro di austerity, dopo che negli ultimi 25 anni chi ci ha governato ha fatto tutto, ma proprio tutto quello che da Bruxelles gli è stato chiesto di fare? Intendo dal 1992, quando con l’abolizione della scala mobile abbiamo dato un colpo micidiale ai salari, fino al Jobs act, passando per il 13% in più di rapporto debito/Pil che ci ha regalato il governo Monti grazie alla “austerità espansiva”.

Può darci elementi può precisi sul peso dell’austerità che abbiamo sopportato?

Un economista olandese, Servaas Storm, ha di recente parlato di “austerità fiscale permanente”, dimostrando che in Italia lo Stato, in surplus primario per tutto questo periodo eccetto nel 2009, ha sottratto all’economia, in termini di mancato sostegno alla domanda interna, qualcosa come un trilione di euro dal 1992 in poi. Nello stesso periodo la Francia ha sostenuto la domanda interna con spesa pubblica in deficit per un valore complessivo di oltre 470 miliardi di euro, mentre i paesi “virtuosi” del Nord Europa hanno fatto – tutti assieme – politiche restrittive per circa la metà del totale italiano. 

Ha citato la nostra domanda interna. Quella che Monti voleva “distruggere”. Cosa può dirci di più specifico?

Che ci è riuscito. Ma, appunto, non è stato il solo. In Italia la domanda interna (sono ancora dati di Storm) è cresciuta in 25 anni di meno del 7%, a fronte di una crescita del 33% in Francia e del 29% in Germania. Il reddito pro capite è calato addirittura del 15% nello stesso periodo, caso unico tra i paesi europei. Abbiamo fatto i “compiti a casa”, deprimendo la domanda interna e orientando verso l’esportazione una buona parte del nostro prodotto. Ma se l’export in tempo di guerre commerciali va in crisi, cos’altro dobbiamo fare se non dare una spinta alla domanda interna? Credo che gli economisti sensati(certo non quelli ipnotizzati dallo spread) non possano non  convenire su questo. 

Quindi?

Quindi, come diceva Einstein, “follia è fare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”. Qualcuno vuole fare altra austerità? Sarebbe economicamente catastrofica, non sarebbe accettata socialmente e ne vedremmo puntualmente gli effetti nelle urne.

Come viene letta questa fase economica in Germania, patria dell’ideologia neoliberista e del bilancio in pareggio? 

Non sembra che chi governa abbia cambiato idea sul pareggio di bilancio, a meno di non voler interpretare in questo modo la maggiore insistenza che in passato sulla necessità di una politica industriale nei settori tecnologicamente avanzati. Nella stampa però comincia a serpeggiare il dubbio che la politica di zero deficit non sia sempre una buona idea.

Ma c’è un riscontro nella realtà sociale tedesca della fallacia di queste politiche?

Sì: il disagio di una fascia molto vasta di cittadini tedeschi, il 19%, molti dei quali lavoratori, che non vedono migliorare le proprie condizioni e che  secondo lo stesso Statistisches Bundesamt sono a rischio di povertà. È una quota in crescita.

Qui incontriamo il successo elettorale dei verdi. Come lo spiega? 

Lo ha alimentato l’insoddisfazione nei confronti del governo di Cdu e Spd, che hanno perso rispettivamente il 7 e il 12% dei voti. D’altra parte  i Grünen vengono visti come un partner di governo affidabile, moderato, con una sensibilità ambientale molto spiccata – quello dell’ambiente è un tema tradizionalmente molto sentito in Germania – e in più europeista. Sono gli europeisti di complemento, diciamo.

Come mai lo scontento per il modo in cui sono stati governati alcuni problemi imbocca la via dell’europeismo e non quella della sua contestazione?

Perché i tedeschi, a differenza di noi, hanno visto il loro prodotto interno lordo crescere in questi ultimi decenni. Anche se in termini di redditi i benefici sono ripartiti in misura molto diversa tra le differenti classi sociali.

Torniamo alla partita europea delle nomine. Quali sono i suoi suggerimenti ai nostri negoziatori?

C’è un ragionamento più ampio da fare che va oltre i commissari e che richiede scelte politiche di lunga durata. Qualcuno ci obietterà che abbiamo avuto Draghi alla Bce e la Mogherini come Lady Pesc. In realtà, a parte il fatto che la Mogherini non ha mai contato nulla, in Europa siamo sottorappresentati, non solo a livello di commissari ma soprattutto di direzioni generali e di alti livelli delle gerarchie della Commissione e delle altre istituzioni dell’Unione. 

I livelli, dopo quelli decisionali, che veramente contano nella gerarchia comunitaria?

Sì, perché sono i direttori generali ad avere in mano i dossier. La nostra inferiorità può sembrare un paradosso, perché fino a un anno fa abbiamo avuto governi così europeisti che sarebbe stato legittimo aspettarsi un posizionamento italiano in almeno alcuni ruoli chiave dell’amministrazione europea oltre alla Bce. E invece niente. Occorre che questo governo inverta quanto prima la rotta e faccia scelte lungimiranti.

Ad esempio?

Una costruzione delle carriere diplomatiche e dei funzionari statali in cui il livello italiano sia agganciato a quello europeo. Un’attenta selezione di chi si manda in Europa a rappresentare il nostro Paese. Tutti gli Stati attuano una forte sinergia tra i propri funzionari in Europa e le rivendicazioni e le esigenze del proprio sistema paese. Troppi nostri funzionari invece sono andati a Bruxelles quasi a titolo personale, talvolta addirittura osteggiati dall’istituzione italiana di appartenenza, finendo per rappresentare se stessi o addirittura le istanze di qualche altro paese. 

L’opposto di quanto fa la Germania.

La Germania ha occupato tutti i posti principali e in un caso, quello di Martin Selmayr (segretario generale della Commissione, ndr) in modi che sono ai limiti della legalità e forse anche oltre. Il nuovo Parlamento e la nuova Commissione dovrebbero assumere determinazioni conseguenti a quanto già emerso su questa vicenda semplicemente scandalosa.

L’Italia “non ha effettuato progressi sufficienti nel corso del 2018 per rispettare il criterio del debito”. Firmato, Moscovici e Dombrovskis. La replica del governo è diventata un caso politico. Cosa pensa di quanto sta accadendo?

Ovviamente, è necessario che il governo italiano parli con una voce sola e non dia messaggi contraddittori. Detto questo, che all’Italia possano essere comminate delle sanzioni è assolutamente inaccettabile. Soprattutto da parte di una Commissione uscente e – vogliamo dirlo? – dimenticabile come l’attuale. Anche in questo caso però le considerazioni da fare sono più generali. Del 133,7% di rapporto debito/Pil che ci viene imputato per il 2019, almeno il 13% sappiamo da che è stato prodotto: da un governo come quello di Monti, che ha operato eseguendo fedelmente le indicazioni che provenivano dalle istituzioni europee. Questo paese è stato danneggiato precisamente dal suo ossequio ai diktat che sono venuti per anni dalla Commissione, non da una presunta ritrosia nel fare “le riforme”. Credo che questo tema debba essere posto con chiarezza nelle sedi europee. Lo hanno già posto gli elettori nelle urne. 

Torniamo allo stesso punto.

Stavolta aggiungo una considerazione in più. Il consenso del Pd negli ultimi anni è stato distrutto dalle politiche europee due volte: la prima dalle conseguenze dell’unione bancaria. Abbiamo firmato le regole europee sul bail-indopo che tutti gli altri governi avevano salvato le loro banche senza queste regole in vigore. Una impostazione insensata, anche perché il solo pilastro utile a evitare la frammentazione finanziaria in Europa era l’assicurazione sui depositi a livello europeo ed è l’unico che non si è fatto. Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 abbiamo sfiorato una crisi sistemica del sistema bancario, come ho già ricordato. A questa crisi secondo me va attribuita una buona metà di ragioni del declino delle fortune di Renzi. 

E l’altra metà?

È legato a un referendum costituzionale voluto per accreditarsi in Europa come la classe dirigente di un paese che “faceva le riforme”, in un contesto in cui JPMorgan si permetteva di mettere la nostra Costituzione tra le cose da “riformare” per superare la crisi. Lo stesso Jobs act, del resto, fu approvato per giocarselo sui tavoli europei, dopo che in un primo tempo Renzi aveva giustamente rilevato che non era quella la leva essenziale per attrarre investimenti. Se chinare il capo all’Ue significa per le leadership moderate bruciarsi in questo modo, chiediamoci, ancora una volta, chi è ad aprire la strada alla radicalizzazione “populista”.

Se il tempo delle argomentazioni fosse finito? Non teme che siamo già entrati, da tempo, in quello dei rapporti di forza?

Resto dell’idea che oggi chi volesse difendere una finanziaria espansiva avrebbe ottimi argomenti dalla sua parte. Anche davanti alla Commissione. La stessa metodologia di calcolo dell’indebitamento strutturale, fondata su un concetto controverso quale quello di output gap – per non parlare di quella sua componente che è il tasso di disoccupazione non inflazionistico – è assai contestata in ambito scientifico. Chiunque pensi di forzare la situazione, magari armando i mercati finanziari, compirebbe un grave atto di irresponsabilità e farebbe un grave errore, dal suo stesso punto di vista. La destabilizzazione dell’area monetaria non conviene a nessuno, meno che mai a chi ha tratto maggiore vantaggio da essa. In tutta evidenza, non si tratta dell’Italia.

(Federico Ferraù)