A Londra un caffè costa 2,5 sterline. Ma solo 1 penny va al coltivatore

 019 tempi.it

Il consumo di caffè nel mondo continua ad aumentare, il prezzo della tazzina italiana o della tazza di cartone anglosassone continua a salire o a restare stazionario, ma i produttori che già facevano fatica a strappare un piccolo margine di profitto non ce la fanno più, e nonostante la loro parte nel business rappresenti appena lo 0,4 per cento del prezzo al consumo (avendo come riferimento la tazza di caffè all’americana), molti di loro sono costretti a chiudere i battenti. Si danno alla coltivazione illegale di coca o si uniscono alle carovane di migranti dall’America centrale verso gli Stati Uniti. Di chi è la colpa? Principalmente del boom della produzione in Brasile e della speculazione finanziaria all’ICE di New York, la società di borsa dove avvengono la maggior parte delle transazioni internazionali relative al caffè. Settimana scorsa il chicco di Arabica, ovvero la qualità più pregiata, era quotato a poco più di 1 dollaro alla libbra (quasi mezzo chilo). Cinque anni fa la quotazione era un po’ più del doppio, nel 2011 era il triplo.

Una caffè a Londra

A Londra un caffè all’americana macchiato costa 2,5 sterline. Di questa cifra, 25 penny (il 10 per cento) sono il profitto dell’esercizio, mentre 38 se ne vanno in tasse, 63 negli stipendi del personale, 88 nei costi di gestione del locale, 18 in tazze, bastoncini e tovagliolini, 10 per il latte, 8 alle imprese di torrefazione, 1 penny a trasportatori ed esportatori del luogo di produzione e 1 penny al contadino coltivatore. 

Il prezzo della materia prima

Nel giro di un decennio il mercato mondiale del caffè ha quasi raddoppiato il suo giro di affari, portandolo a 90 miliardi di dollari, ma il boom della produzione brasiliana ha depresso il prezzo della materia prima. Sommando Robusta e Arabica, le due varietà commerciali, l’anno scorso il Brasile ha prodotto 3 milioni e 600 mila tonnellate di caffè, che hanno conquistato il 28 per cento del mercato del consumo mondiale. Grazie all’estensione delle sue piantagioni e alla meccanizzazione della raccolta, i brasiliani riescono a realizzare qualche profitto finché il prezzo alla borsa di New York non scende sotto i 90 centesimi di dollari alla libbra. Non così guatemaltechi, messicani, colombiani, honduregni (i cui paesi rappresentano il decimo, il nono, il sesto e il terzo produttore mondiale), i cui costi di produzione permettono un margine di reddito solo se il prezzo alla libbra oscilla fra 1,20 e 1,50 centesimi di dollaro.

Vendite allo scoperto

L’altro fattore che determina la spinta al ribasso del prezzo del chicco di caffè è la speculazione finanziaria, con un incremento record delle vendite allo scoperto negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2017, scommettendo su prezzi in calo. Molti hedge funds si sono arricchiti negli ultimi due anni con questo genere di operazioni. 

Le conseguenze della depressione dei corsi del caffè sono state la riconversione delle piantagioni in coltivazioni di coca in Perù e Colombia (dove l’anno scorso i campi di coca hanno raggiunto l’estensione record di 200 mila ettari) e l’emigrazione verso il Messico e gli Usa di schiere crescenti di contadini guatemaltechi e honduregni. Per amore o per interesse, le grandi multinazionali della torrefazione stanno cercando di aiutare i coltivatori a non abbandonare le piantagioni. Starbucks ha stanziato 20 milioni di dollari a favore dei piccoli coltivatori di El Salvador, Guatemala, Messico e Nicaragua sotto forma di assistenza tecnica e piantine messe a disposizione. Nestlè, la più grande azienda del caffè mondiale, ha deciso di investire l’equivalente di 67 milioni di dollari di assistenza tecnica ai piccoli coltivatori. Tutti però riconoscono che senza un intervento della International Coffee Organization (l’organizzazione creata sotto gli auspici dell’Onu 56 anni fa dove si ritrovano rappresentanti dei paesi esportatori e di quelli importatori) la situazione è destinata a precipitare.