Salari da fame in Romania: ecco perché la moda punta sull’Est Europa Nel Paese Ue, le paghe sono dell’86% inferiori alla soglia considerata dignitosa. Così l’Europa orientale sta diventando il bengodi per le griffe senza scrupoli .

Corrado Fontana valori.it 6.6.18

Dopo i dati allarmanti sulle paghe ai lavoratori nelle fabbriche tessili di H&M in Bulgaria, pubblicati qualche tempo fa, arriva un’ulteriore conferma che i colossi della moda (fast fashion e non solo)scommettono sull’Europa orientale.Lo fanno perché vi trovano un bacino di forza lavoro qualificata eppure disponibile ad accettare salari ben al di sotto del minimo dignitoso, consentendo perciò all’industria di ottenere profitti elevati.

A dirlo, questa volta, è la Romania. O meglio un nuovo rapporto sul living wage (il “salario vivibile”) della Clean Clothes Campaign (CCC). I dati presentati riguardano gli ultimi sei anni, con particolare attenzione al periodo 2017-2018. «I lavoratori dell’abbigliamento in Romania – si legge nel documento – guadagnano solo il 14% di un salario dignitoso. Per questo motivo i loro familiari sono costretti a cercare lavori precari in Europa occidentale». Un evidente effetto distorsivo a cascata prodotto da queste forme di globalizzazione: un impoverimento economico e sociale ben rappresentato, anche nei suoi risvolti umani, in un reportage del Corriere.it sulle badanti rumene di ritorno dall’Italia.

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Romania come il sudest asiatico: serbatoio di lavoratori a basso costo

Per dare la misura del fenomeno, è bene sapere che stiamo parlando di oltre 400mila persone impiegate dall’industria della moda, del tessile e delle calzature romena. Migliaia di donne e uomini che costituiscono il più ampio bacino di forza lavoro del settore tra i Paesi d’Europa. Intervistati dai ricercatori, dichiarano di percepire, per un orario di lavoro regolare, una paga media mensile di 208 euro, ovvero circa 1/6 del salario vivibile (1448 euro) calcolato sulla base del costo locale della vita per una nucleo familiare con due adulti e due bambini.

GRAFICO la scala dei salari in Romania – rapporto Clean Clothes Campaign – Campagna Abiti Puliti, maggio 2019

Si tratta insomma di un livello di retribuzioni tanto basso da risultare concorrenziale persino con quelli che offre il mercato del lavoro del settore tessile di alcuni Paesi africani e del sudest asiatico. Anche perché – come spesso accade nei laboratori di confezione di certe economie – non c’è quasi mai nessuno a disturbare il manovratore.

A seguito di una riforma del mercato del lavoro introdotta nel 2011, non solo in Romania si sono posti limiti alla rappresentanza dei sindacati e alla loro capacità di negoziare i contratti collettivi, ma sono venute limitazioni al diritto di sciopero e uno spostamento dai contratti collettivi nazionali di settore alle negoziazioni di livello aziendale. Frammentando quindi le organizzazioni, soprattutto in un sistema industriale di settore fondato perlopiù su piccole e piccolissime imprese, dove esclusivamente le aziende con 21 o più dipendenti «hanno l’obbligo giuridico di stipulare un contratto collettivo».

Paesi dove è più basso il salario mensile medio nell’industria dell’abbigliamento low cost – FONTE: Statista

Nomi e mercati “amici” della Romania. Italia compresa

A questo punto c’è da chiedersi chi si avvantaggi di una tale compressione dei salari. In questo Paese dell’Unione europea indicato come il maggior produttore di abbigliamento in Europa. Dove la proprietà delle industrie tessili, dell’abbigliamento e del cuoio (circa 10mila) è in mano romena solo per un 36% e la quota di economia informale attribuita al settore raggiunge circa il 50% del totale. Cioè esistono più di 200mila lavoratori che sono impiegati senza risultare registrati ufficialmente.

GRAFICO il lavoro nel settore moda, tessile e calzature in Romania – rapporto Clean Clothes Campaign – Campagna Abiti Puliti, maggio 2019

Gli estensori del rapporto, innanzitutto, precisano quali siano le principali destinazioni dell’export dei capi confezionati in Romania. «Nel 2016 sono stati l’Italia (18%), il Regno Unito (20%), la Francia (8%), la Spagna (6%) e il Belgio (8%)». E poi riportano i nomi di alcuni dei marchi. I cosiddetti buyers incontrati durante la ricerca «studiando i siti web delle aziende produttrici e la lista dei fornitori dei marchi e dei rivenditori».

GRAFICO dati sui salari dei lavoratori di moda, tessile e calzature in Romania – rapporto Clean Clothes Campaign – Campagna Abiti Puliti, maggio 2019

Da qui la presenza di nomi della moda a basso costo per eccellenza, come H&MZara, Primark, oppure connessi alla grande distribuzione organizzata, come Aldi, Tesco, Marks & Spencer. Ma nell’elenco è presente tutta la gamma dei marchi della moda internazionale, fino ad arrivare alle griffe del lusso più blasonate. E infatti si incontrano Nike, Levi Strauss, Benetton o Sisley, come pure Armani, Dolce & GabbanaHugo Boss, Max Mara, Louis Vuitton, Trussardi e Versace.

Malpagati, vessati e persino senza acqua e aria fresca

Se non bastassero i dati sconfortanti sulle retribuzioni, dalla ricerca di CCC emergono aspetti criticabili anche rispetto alle condizioni di lavoro. I lavoratori di metà delle fabbriche indagate hanno riferito di ore di straordinario non pagato, ventilazione e aria condizionata non efficienti, qualche caso di straordinari forzati e di accesso ridotto all’acqua. Senza dimenticare episodi di vessazioni frequenti, con lavoratori maltrattati verbalmente, molestati e costantemente minacciati di licenziamento.

«La nuova ricerca della CCC dimostra che lavorare per i marchi della moda occidentali non costituisce una via di uscita dalla povertà, piuttosto favorisce la contrazione di debiti per sopravvivere ed è causa di separazione delle famiglie» denunciaDeborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti. «Nessuno dei marchi che si rifornisce in Romania si è impegnato seriamente ed efficacemente contro le violazioni dei diritti umani e del lavoro nel Paese».