I giornali, il governo e noi

Sebastiano Caputo lintelletualedissidente.it 8.6.19

L’Intellettuale Dissidente è una rivista contro il potere e il giorno in cui il governo verrà assorbito dal potere invece di occuparlo allora diventeremo una rivista contro il governo.

Il governo giallo-verde si è insediato da un anno e da quando sono state fatte le nomine in Parlamento e Senato, ai ministeri e alle varie sottosegreterie, tutti i giornali, da destra a sinistra, aprono quotidianamente le prime pagine con titoli definitivi sulla fine dell’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle. Eppure Lega e Movimento 5 Stelle sono ancora lì a governare insieme, come da contratto, senza aver fatto (per ora) rimpasti, e adesso si preparano a trovare un nome condiviso per quello che sarà il prossimo Commissario Europeo italiano. In sostanza, tutti i giornali, che rispondono a logiche più politiche che idealistiche, non hanno fatto altro che fabbricare o enfatizzare uno scontro – in realtà è semplice dialettica legata tra due personalità diverse per esperienza e retroterra culturale che si sono ritrovate insieme su base generazionale e di forte consenso popolare – invece di raccontare la realtà di governo, ognuno di questi con le sue finalità. Il Corriere della Sera prepara il terreno per un’eventuale discesa in campo del suo editore Urbano Cairo; Il Sole 24 Oresventola dati economici previsionali con la speranza di rivivere un governo tecnico capeggiato da Mario Draghi o Carlo Cottarelli; Repubblica vuole organizzare il ritorno del Partito DemocraticoLibero Il Giornale sperano che Salvini lasci Di Maio per ricreare un centro-destra con Berlusconi (forse anche con la Meloni); La Verità vorrebbe un’alleanza tra Salvini e la Meloni (forse senza Berlusconi); Il Fatto Quotidiano spera invece che Di Maio rompa con Salvini per portare Di Battista a capo del M5S, sfidare la Lega e assorbire una parte del PD; Il Foglio organizza senza riuscirci, come sempre, l’alternativa people al governo populista. Insomma i giornali non raccontano la realtà ma come questa vorrebbero che sia.

Di fronte a questa fotografia politica ed editoriale la domanda sorge spontanea: come dovrebbe rapportarsi una testata giornalistica critica slegata da queste logiche? Per rispondere occorre fare una premessa, necessaria per capire lo spirito del tempo e il motivo primordiale per il quale è nata nel 2012 la rivista online che state sfogliando. Andare al governo non significa occupare il potere. Ce lo siamo dimenticati perché in tutti quelli che si sono succeduti nell’ultimo periodo, dal governo Monti fino al governo Gentiloni, c’è stata una sovrapposizione perfetta tra queste due sfere. Siamo stati i primi su queste colonne digitali a scrivere del superamento delle vecchie dicotomie, a reintrodurre il concetto di “circolazione delle élites”, a studiare il populismo come fenomeno politico contemporaneo. Abbiamo sempre creduto nell’Italia come laboratorio politico mondiale capace di anticipare i momenti storici. Persino quando nessuno poteva immaginarsi un simile avvicinamento tra la Lega e il Movimento 5 Stelle, eravamo stati primi a valutare la possibilità di un’alleanza insolita tra due partiti apparentemente anti-establishment attraverso la congiuntura del populismo in una nuova sintesi politica che avrebbe dovuto conciliare valori di destra e principi di sinistra. L’obiettivo doveva essere quello di portare al governo uno schieramento che potesse riscrivere i rapporti di forza col potere con la consapevolezza in doverlo occupare progressivamente. Così all’indomani delle elezioni del 4 marzo 2018 si è formata quell’alleanza insolita tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio e improvvisamente chi teneva le tradizionali leve del potere si è seduto all’opposizione. Ora non sarà il migliore dei governi possibile ma almeno col “populismo integrale”, che può esistere in Italia solo con un’alleanza Lega-M5S in alternativa al vecchio bipolarismo, c’è la possibilità di sfruttare i cortocircuiti della politica internazionale – pur rientrando nella dottrina Trump, assediata dai falchi repubblicani, riusciamo a firmare accordi con la Cina – e allo stesso tempo costringiamo l’Unione Europea a dover fare i conti con un Paese fondatore critico nei confronti delle ingerenze e imprevedibile sotto tutti i punti di vista. Inoltre tutta la Penisola, da Nord a Sud, gode di paritaria rappresentanza come del resto l’intera classe media che come ricorda Christophe Guilly nel suo ultimo libro No Society (in Italia “La società non esiste” per Luiss University Press) è la grande vittima in Occidente della globalizzazione.

Questo è in fondo il senso dell’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle: i primi arginano una deriva social-progressista dei secondi, i secondi arginano una deriva liberal-neoconservatrice dei primi, costringendo entrambi a mettere al centro i diritti sociali e quella che George Orwell definiva la common decency (“decenza comune”, anche se common, in inglese, significa al tempo stesso “comune” e “condiviso”), vale a dire un insieme di disposizioni etiche trasversali, non dogmatiche, quasi pre-politiche – lealtà, mutuo soccorso o solidarietà -, disposizioni che possiedono una relativa universalità, come aveva brillantemente stabilito l’antropologo Marcel Mauss nel suo Saggio sul dono. È la prima volta della storia repubblicana italiana insomma che un governo in carica abbia tutti i mezzi di informazione contro, senza parlare delle resistenze interne (il Quirinale, le procure, le università, Salone del Libro, addirittura in Rai) ed esterne (la Commissione Europea, il Fondo Monetario Internazionale, e via discorrendo). E qui veniamo a noi e al nostro ruolo e destino in questo preciso momento storico. Nessuna istituzionalizzazione, la nostra dissidenza è ancora necessaria. Saremo i guardiani del populismo integrale e dell’alleanza, contro la strumentalizzazione del popolo italiano dalle nuove élites, contro la cooptazione delle nuove élites populiste italiane dalle centrali globali di potere cultural-finanziario, contro la riproduzione delle forme di dominio mascherata dalla contestazione. E per farlo non useremo slogan, linguaggio e argomentazioni né dei politicamente scorretti né dei correttissimi. I detrattori diranno che siamo diventati più realisti del re, i nostri storici lettori continueranno a saperci leggere in profondità. E a pentastellati e leghisti che ci hanno scoperti da poco, quelli privi di ironia, spirito critico e lucidità di analisi, vi consigliamo di credere alle votazioni della piattaforma Rousseau o di partecipare al concorso “Vinci Salvini”. L’Intellettuale Dissidente è un’altra cosa.