E ora ridateci i nostri soldi

Andrea Angelini – 8 Giugno 2019 lintellettualedissidente.it

Continua l’ecatombe nel mercato del lavoro italiano. Mentre ArcelorMittal subentrata ad Ilva chiede la cassa integrazione per 1400 lavoratori, la multinazionale americana Whirlpool decide di fare carta straccia degli accordi presi con il governo, dismettendo l’unità produttiva di Napoli.

Se il Ministro dello sviluppo economico ha capito le regole del gioco, sbottando che “non si prende per il culo lo Stato italiano “, significa che le relazioni industriali hanno imboccato un binario morto ed il viaggio verso la decantata prosperità con le valigie piene di ammortizzatori sociali è forse giunto a destino. Dalla grande distribuzione organizzata all’agroalimentare, dai trasporti alla produzione di elettrodomestici, dalle telecomunicazioni alla siderurgia: il lavoro in Italia è davvero insostenibile o sono le parti datoriali a prenderci per il culo?Richiamandoci a Marx – il quale non avrebbe certo immaginato che parte dell’esercito industriale di riserva dell’Europa dell’ovest sarebbe divenuta quella dell’est -, gli ammortizzatori sociali e qualsiasi intervento statale in un’impresa a capitale privato rappresentano a tutti gli effetti un plusvalore. È l’ambrosia che disseta i libri contabili e congela la forza lavoro in attesa di invadere o serrare nuovi mercati.

Il caso Whirlpool è la cartina al tornasole di queste laide dinamiche capitalistiche: la multinazionale statunitense, già spietata in patria nell’aver trasferito la produzione in Messico, ha cannibalizzato negli anni tutti i più grossi marchi produttori di elettrodomestici europei, incluse le nostrane Indesit e Ignis. Dal 2010 si fregia dell’inquietante acronimo EMEA, attestazione della sua espansione nel mondo, e dal 2014 inizia a drenare denaro pubblico, applicando la cassa integrazione e i contratti di solidarietà negli stabilimenti di Fabriano e Caserta. Insaziabili, nel 2017 chiudono la storica sede varesina di Ignis, desertificando il territorio di lavoro e manodopera qualificata. La longa manus della corporation, dopo la canonica visita nei palazzi romani per il prelievo degli ammortizzatori sociali – succosa parte del pacchetto per chi investe in Italia – arriva ora all’unità produttiva di Napoli, colpevole di non essere concorrenziale con la Polonia. Ma va?

Il mercato globale non è altro che la materializzazione del vecchio adagio pesce grande mangia pesce piccolo, e il continuo raschiamento dei piani industriali in nome di piccoli indici di profitto mostra il vero volto del capitalismo senza frontiere, che offre ai padroni golose opportunità di risparmio sul costo del lavoro e la possibilità di ricattare gli stati nazionali creando esuberi dal nulla. L’ottuso ragionamento per obiettivi che unisce la classe manageriale e disgrega la classe operaia, cela anche lo scopo di punire e diffamare quei governi poco propensi a barattare la flessibilità e l’aggiramento delle regole con qualche posto di lavoro preferenziale, bollando paesi come l’Italia – che della libertà e della dignità dei lavoratori detiene una legge tra le più evolute al mondo – quali ciclopici ostacoli burocratici allo sviluppo del mercato.

Vezzeggiati come benefattori da coloro che dovrebbero contrastarne l’avanzata, i dirigenti multinazionali bullizzano sempre più apertamente politica e sindacato, considerate vetuste espressioni delle classi subalterne e perciò indegne di pronunciarsi su temi di economia e gestione aziendale. Lo stato di agitazione, secolare forma di lotta delle parti sociali, è diventato ormai appannaggio dei board aziendali che lo utilizzano per tenere sotto scacco lavoratori e governanti. Non si spiega altrimenti il motivo per il quale ArcelorMittal  che ha rilevato dallo Stato l’Ilva di Taranto promettendo risanamenti economici ed ambientali – abbia deciso di mettere 1400 lavoratori in cassa integrazione dal 1 Luglio. La risposta potrebbe essere la crisi della domanda di acciaio nel mercato europeo e l’aumento folle delle sue importazioni da Paesi terzi. Crediamo davvero che un colosso planetario come AncelorMittal non sia al corrente della dinamiche di mercato ed investa 4 miliardi di euro su uno stabilimento italiano senza garanzie di produttività? Se l’incipit è questo, sotto il cielo di Taranto – veleno incluso – non è cambiato nulla: la privatizzazione fagociterà gli utili mentre il costo del lavoro rimarrà inalterato sulla schiena dei contribuenti.

Se il Sud piange, il Nord non ride. Anche la multinazionale anglo-olandese Unilever – proprietaria del marchio Knorr – ha avviato la procedure di licenziamento collettivo per metà dei dipendenti dello stabilimento di Verona, nel quale veniva prodotto il celebre dado dal 1965. La produzione verrà delocalizzata in Portogallo, non certo per arricchire il dado di brezza oceanica laddove un operaio costa 800 euro al mese. Il dado è così tratto: il capitalismo lascia cuocere i lavoratori nel suo brodo.