Mafia e manganello, le due facce della Lega

Claudio Avvisato contropiano.org 12.6.19

Due notizie in poche ore che sembrano arrivare da universi agli antipodi. Eppure riguardano lo stesso partito – al governo – e lo stesso leader, Matteo Salvini.

La prima notizia, di ieri pomeriggio, è l’approvazione definitiva del cosiddetto “decreto sicurezza bis”, un dispositivo paranazista che ha dovuto cancellare parecchi dettagli rispetto alla prima versione per non rischiare di sbattere contro le eccezioni di costituzionalità già al primo esame del Presidente della Repubblica (peraltro, su questo tema, assolutamente “conciliante”).

La seconda, di stamattina, è l’arresto di Paolo Arata, ex consulente della Lega per l’energia ed ex deputato di Fi, e del figlio Francesco. Sono accusati di corruzione, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni. Sarebbero soci occulti dell’imprenditore trapanese dell’eolico Vito Nicastri, ritenuto dai magistrati tra i finanziatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro.

Strano insieme, la Lega. Riesce a tener dentro le pulsioni peggiori travestite da “legge e ordine” e quel “partito degli affari” che collega senza soluzione di continuità imprese normali e prestanome mafiosi, lobbisti improvvisati e politici di sottobosco.

Ma andiamo con ordine.

Il decreto sicurezza, al primo articolo, “risolve” il rebus che ha tormentato il governo in questo primo anno: di chi è la competenza ad aprire o chiudere i porti a navi che hanno salvato naufraghi in mare? Vittoria totale di Salvini, perché tale potere viene attribuito al ministro dell’interno (si salvano le navi militari – per evitare il ripetersi del “caso Diciotti” – e “navi in servizio governativo non commerciale”; insomma, morte alle Ong).

L’articolo 2 inasprisce le pene pecuniarie per i comandanti di navi che “non ottemperino agli ordini” del ministro stesso.

Il 4 “potenzia le operazioni di agenti sotto copertura” allo scopo si “contrastare l’immigrazione clandestine”; il che, nel contesto “culturale” del decreto, significa mandare agenti infiltrati nelle organizzazioni umanitarie che ancora si sforzano di raccogliere migranti in mare.

Ma è l’articolo 6 il vero cuore del provvedimento. Vale la pena di riportarlo per intero, visto che diventa una modifica del codice penale: “Articolo 5-bis. Salvo che il fatto non costituisca più grave reato e fuori dai casi di cui agli articoli 6-bis e 6-ter della legge 13 dicembre 1989, n. 401, chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, lancia o utilizza illegittimamente, in modo da creare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle cose, razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.”.

La traduzione è semplice: potete manifestare solo se ve lo permettiamo e se non fate nulla per farvi vedere (incriminare per l’uso di fumogeni – totalmente innocui – è davvero indicativo). In ogni caso, se vi carichiamo, non dovete disporre di nessun articolo di abbigliamento in grado di ridurre i danni derivanti dalle nostre manganellate (emblematico il caso del giornalista Origone, pestato a Genova, cui sono arrivate le scuse ma solo perché “purtroppo non era distinguibile da un manifestante”).

Guerra alle occupazioni, abitative e non, con la modifica del codice penale prevista dall’articolo 7: “Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con la reclusione da uno a cinque anni.”

E via indurendo, sugli stadi e altri temi di cui ci occuperemo dettagliatamente in altra occasione.

Tutta questa furia repressiva contro i più deboli (migranti, senza casa, opposizione politica) convive allegramente con il massimo del “garantismo” nei riguardi dei forti. Ricordate come Salvini e glia altri boss leghisti avevano difeso i loro sottosegretari Siri e Rixi?

Bene. L’operazione antimafia di stanotte va a colpire un ingorgo di interessi affaristici e mafiosi che hanno proprio nella Lega – come prima in Forza Italia, prima ancora della Democrazia Cristiana e alleati vari, e anteguerra nel regime fascista – il referente politico primario. 

Come riferiscono le agenzie, l’arresto di Arata e figlio è stato disposto dal gip di Palermo Guglielmo Nicastro su richiesta della Dda guidata da Francesco Lo Voi (il magistrato candidato alla carica di capo della Procura di Roma contro cui si erano mosse le “longa manus” di Renzi, Luca Lotti e Cosimo Ferri, nel recentissimo “caso Palamara”). 

Gli Arata sono indagati da mesi per un giro di mazzette alla Regione siciliana che coinvolge anche Nicastri, tornato in cella già ad aprile perché dai domiciliari continuava a fare affari illegali. 

In questo business c’erano anche gli Arata che, secondo i pm, di Nicastri sarebbero soci. Oltre che nei confronti dei due Arata il giudice ha disposto l’arresto per Nicastri, la cui la misura è stata notificata in carcere in quanto già detenuto, e per il figlio Manlio, indagati pure loro per corruzione, auto riciclaggio e intestazione fittizia. Ai domiciliari è finito invece l’ex funzionario regionale dell’Assessorato all’Energia Alberto Tinnirello, accusato di corruzione. 

Una tranche dell’inchiesta nei mesi scorsi finì a Roma perché alcune intercettazioni avrebbero svelato il pagamento di una mazzetta, da parte di Arata, all’ex sottosegretario alle Infrastrutture leghista Armando Siri. In cambio del denaro Siri avrebbe presentato un emendamento al Def, poi mai approvato, sugli incentivi connessi al mini-eolico, settore in cui l’ex consulente del Carroccio aveva investito. 

Un vero ircocervo di tipo nuovo, la Lega di Salvini. Da un lato il manganello della polizia, dall’altra la “frequentazione” con interessi palesemente mafiosi, intermediati da un “responsabile energia” del partito, dunque un dirigente su base fiduciaria elevatissima, non uno che passava di lì per caso.

Il ministro dell’interno può anche dire che lui non ne sapeva nulla, ed anche il segretario della Lega. Certo che avere un ministro di polizia che non si accorge di promuovere – come segretario di partito – interessi criminali non è proprio un indicatore di efficienza…

Resta il fatto che le due notizie hanno anche un altro aspetto su cui riflettere. 

La “stretta repressiva” contro i deboli trova tutti d’accordo (dettaglio più, dettaglio meno), soprattutto er quanto riguarda gli oppositori politici e sociali. E quindi non c’è alcuna resistenza sul piano legislativo e costituzionale (vedremo se qualche tribunale solleverà eccezioni, ma intanto questo orrore diventa legge…).

Ma il carrozzone leghista viene nuovamente investito da un’inchiesta da cui non è pensabile uscire politicamente indenni. Nell’immagine, nei rapporti clientelari e territoriali, ecc.

Se dovessimo dirla nei termini “politichesi”, questa inchiesta è un mini-siluro sulla corazzata legista, che nel frattempo viene avallata pienamente nella sua riscrittura reazionaria della “Costituzione materiale” di questo paese.

Il sospetto? E’ che questo regime reazionario in costruzione vada benissimo a chiunque – dall’Unione Europea agli Usa, dagli imprenditori locali a quelli multinazionali – stia ragionando su come “lavorarsi” il paese. Sul chi debba essere invece il “dittatore del futuro”, la partita è ancora aperta.

Al punto da far apparire Salvini per uno che lavora conto terzi.