Mediaset in Olanda, stavolta il fisco non c’entra

Niccolò Inturrisi – 11 Giugno 2019 lintellettualedissidente.it

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Pier Silvio Berlusconi

Quello che a tutti era sembrato l’ennesimo trasferimento della sede legale di una multinazionale per motivi fiscali, in realtà cela altre motivazioni ben più profonde.

Solo la notizia, diffusa nella mattinata di venerdì riguardante un cda straordinario indetto da Mediaset con l’obiettivo di rivalutare eventuali annessioni societarie e ricollocare la sede legale in Olanda, è bastata per far impennare i titoli del Biscione in borsa per l’1,4%. Già da mercoledì Bloomberg rilanciava una probabile ed imminente mossa sul mercato da parte del colosso italiano, con ulteriore ritocco della holding spagnola, Mediaset Espana, che, come si legge sul Sole 24 Ore, sembra essersi concretizzata in maniera più che naturale per le leggi di mercato economico odierne:

I cda di Mediaset e Mediaset Espana hanno approvato di proporre ai rispettivi azionisti la creazione di una nuova capogruppo attraverso una fusione di Mediaset e Mediaset Espana con e in Mediaset Investment NV, holding olandese che sarà rinominata MFE – Mediaforeurope NV. La holding sarà quotata a Milano e a Madrid, ma la sede fiscale sarà in Italia. Nell’ambito del riassetto ogni azionista Mediaset riceverà una azione Mfe per ogni titolo posseduto.

Mossa tanto arguta quanto prevedibile per Mediaset, che segue il trend di riassetti che sta avvenendo per tutte le aziende europee e non, proprio con fulcro Amsterdam e l’Olanda dei “nuovi democristiani” del premier Rutte. Infatti, il restyling della politica finanziaria olandese era già stato varato nel 2018, ove si prevedeva una riduzione dell’imposta sulle società dal 25% al 24% nel 2019, per attenuarsi ulteriormente al 22,5% nel 2020 ed arrivare al 21% nel 2021. Sempre grazie ai colleghi di IPSOA ricordiamo come, per il calcolo del tasso effettivo, al netto di agevolazioni, deduzioni, detrazioni etc., è stimabile che l’aliquota reale si riduca generalmente, soprattutto per grandi gruppi e multinazionali, al 12-14%. Ad ogni modo, anche questa parte degli utili vedrà ridursi l’aliquota ulteriormente, dal 20% al 19% nel 2019, al 17,5% nel 2020 e al 16% a partire dal 2021.

La strategia sembra, eufemisticamente, limpida. Tuttavia, non è per questo che Mediaset ha dovuto cercare una nuova sede legale all’estero. Nei piani di Pier Silvio Berlusconi, infatti, è ingombrante il desiderio di far mantenere una posizione dominante a Fininvest in quello che potrebbe, e vorrebbe da parecchi anni, diventare uno dei più grandi broadcaster europei ed un competitor per le nuove agenzie multimediali online (Vedi Netflix e Amazon in primis). Infatti, non solo Italia, Spagna ed Olanda: pochi giorni fa era stata annunciata proprio dalla sede di Cologno Monzese l’acquisizione di una quota di circa 9-10% nella tedesca ProSiebenSat, che permetterebbe a Mediaset di espandere ulteriormente la propria influenza sui trasmettitori europei. Oltretutto, Fininvest è l’azionario di maggioranza di Mediaset al 44,1% ma è tallonata da Vivendi che detiene il 28,8% del capitale, rendendo difficile in sede di assemblea il movimento libertario di Fininvest. Tuttavia, l’opportunità del trasferimento della sede legale ad Amsterdam garantirebbe un cavillo legislativo del diritto olandese per cui le azioni in assemblea non avranno tutte lo stesso peso, ma saranno privilegiati i voti degli azionisti più anziani.

Luci ed ombre, dunque, che potrebbero portare nuova linfa al mercato azionario di Mediaset e ulteriore spinta nell’assidua competizione con i nuovi colossi dell’intrattenimento, ma che poco si lega alla necessità di liquidità dell’azienda: piuttosto con un riassetto più univoco, che vede incentrare il potere decisionale sull’assemblea dei soci nelle mani della famiglia Berlusconi. Infatti, con l’affondo ottenuto con l’ultimo cda, Pier Silvio Berlusconi sferra un colpo decisivo per la guida del Biscione di Cologno Monzese, proiettandosi così ad ottenere oltre il 50% delle aziende Mediaset. Un colpo di mano, dunque, che non nasconde un certo spirito capitalista ma che potrebbe mancare di visione per il futuro, dato che la concorrenza sembra rigenerarsi con nuova iniziativa ed impeto, mentre la televisione muore lentamente a colpi di streaming e di anarchia mediatica.