Alla corte di Marco Montemagno. Viaggio tra gli startuppari d’Italia

Massimo Bordin micidial.it 13.6.19

Con un pass magico e privilegiato, quello di investitor, sono entrato quatto quatto al StartupItalia Summer Edition di Firenzeorganizzato da StartupItalia con la collaborazione dell’imprenditore del digitale più famoso del Paese, Marco Montemagno. Per chi non sapesse di cosa si tratta, alla Leopolda di Firenze si sono trovati mercoledi 12 giugno circa ottomila ragazzi (!) interessati al mondo dell’innovazione. Tra questi c’erano influencer come Federico Clapis e Riccardo Vessa di Wesachannel, investitori che hanno sganciato del dinero tramite le campagne di cowundfunding fatte online per sostenere i progetti, imprenditori tradizionali, ma soprattutto loro, gli ideatori di startup spesso poco più che ventenni.

Montemagno, inutile nasconderselo, è stato il vero catalizzatore dell’evento, l’asso nella manica degli organizzatori. Il libro tratto dai suoi video sul digitale e sulla crescita personale – Codice Montemagno – è da anni il bestseller sull’argomento, per non parlare delle aziende da lui inventate, blogosfera, poi rivenduta, è stata per anni un must degli internettiani. Ora con 4books (startup che rientra nel contenitore di StartupItalia) si propone di formare i più attivi nel campo del digitale e delle strategie fornendo agli abbonati una serie sempre aggiornata di abstract degli ebooks più innovativi e magari non ancora tradotti in italiano.

Ho parlato arabo? Vabbè allora diciamo che se siete stati ad una fiera tradizionale, quella di Firenze era qualcosa di simile, solo che i partecipanti erano giovanissimi (tranne qualche infiltrato). Invece che esibire Lamborghini, come al Motorshow di Bologna; trattori ultimo modello, come alla Campionaria di Padova o pulzelle allegre, come al BergamoSex, alla Leopolda i ragazzi mostravano le loro app innovative, le ultime diavolerie social e digitali destinate alle imprese e agli utilizzatori finali, nel tentativo di fare anche del nostro Paese una Silicon Valley. L’ambiente era informale e vagamente bohemienne, pur senza quella “lacerazione di sé” che caratterizzava gli artisti non convenzionali di fine Ottocento. Insomma, tutto rigorosamente cloud computing o come diamine si dice. Per accreditarsi bisognava mettere il ditino sugli schermi e scannerizzare il QR code.

Cosa mi ha sorpreso di più? Procedo in ordine sparso.

L’obiettivo di chi fa impresa è trarne profitto. E’ sempre stato così. Nel caso delle startup, accanto a questo banale dato di fatto, si aggiunge il sogno di fare profitto attraverso le proprie passioni. Dalle ricette di cucina che vengono raccontate alla casalinga di Voghera tramite device di nuova generazione come google e alexa, ai videocorsi per formazione e superamento esami, ai notiziari online, tutti i servizi innovativi che i ragazzi che si sono inventati dal nulla evidenziano un entusiasmo che non si vedeva dai tempi del vapore quando nacque la locomotiva. In altre parole, se l’imprenditore tradizionale si impegnava per trarre profitto da tutto ciò che aveva a disposizione, questo nuovo tipo di imprenditore si inventa un business da ciò che gli piace, nello specifico il digitale, i video, la fruizione di internet in tutte le sue sfaccettature. Ti piace il giornalismo? Fallo online in modo originale, portalo sui dispositivi elettronici in modo alternativo, unico. E ricavane quanto serve perché diventi il tuo lavoro. Ti piacerebbe insegnare agli altri le cose che sai? Porta la tua conoscenza sui device tramite piattaforme, blog, video e chi più ne ha più ne metta. Propongo solo alcuni esempi, ovviamente, essendo presenti a Firenze decine di startup, ma è la motivazione che le distingue dalle forme tradizionali. Fare il “grano”, come lo chiama Montemagno, è ok, ma questi vogliono trovare il modo di farlo sulla scorta dei loro interessi e compatibilmente con l’ambiente.

Quando qualcuno mi chiede perché ho studiato filosofia, rispondo sempre che l’obiettivo non era fare profitto, perché per quello avrei dovuto imitare un mio vicino di casa, che vendeva calzini e mutande ai mercati ambulanti in giro per la provincia. Con quel lavoro duro, impegnativo e rispettabilissimo, il mio vicino ha mantenuto moglie e figli e vive tuttora in una villa. Ma a me quel tipo di lavoro non piaceva. Ora scopro che c’è chi, col digitale, con le startup, fa soldi anche portando avanti progetti filosofici, di formazione e informazione. E allora perché no? Lo stesso Montemagno, con una laurea di giurisprudenza in tasca, il grano lo ha fatto con la precettistica, cioè con un’attività di formazione che ricorda la migliore sofistica dei tempi delle poleis.  

Dunque l’impressione sul meeting è positiva, e può suonare strano detto da chi annovera se stesso tra gli attivisti antisistema. Il fatto è che la teoria della tech-gleba di Paolo Barnard o certe venature pauperistiche di Diego Fusaro su questi temi non mi hanno mai convinto, pur apprezzando tanto altro delle loro analisi. A mio modo di vedere, la tecnica può schiavizzarci se ne siamo solo fruitori. Se la conosciamo e la adattiamo, no. Nel mondo antico il contadino era servo della gleba, ma si liberò nei secoli da questa tradizione perché conosceva la zappa che usava. Sapeva ricostruire l’aratro se si rompeva, e riparare un badile. Oggi, la maggior parte delle persone non sanno nulla delle automobili che usano e dei pc coi quali computano o si procacciano informazioni. Ma chi possiede il know how di questi mezzi ha la possibilità almeno teorica di fare una rivoluzione, come fecero i borghesi nel Settecento. I borghesi ci riuscirono perché conoscevano e producevano i mezzi di produzione e di consumo. Gli aristocratici no, e per questo persero la loro posizione privilegiata. Oggi è molto simile. Pochi conoscono e producono i mezzi digitali. I meri fruitori li subiscono e diventano, appunto tech-gleba. Gli startuppari provano, almeno, a dominare questo campo. E non è poco manco per niente.

Però non mi è piaciuto tutto del meeting, sennò che filosofo sarei? Il momento più buio della kermesse si è avuto con l’arrivo in pompa magna di Alberto Forchielli. Beninteso: io sono stato tra i primi a ridere alle sue battute e ad applaudirlo perché, diciamoci la verità, Forchielli è più simpatico persino dell’imitazione che ne fa Crozza. L’eleganza dei suoi abiti fa a pugni con la guasconeria emiliana ed il linguaggio ben poco ricercato. Come tutti i bolognesi, Forchielli è simpatico, lo ammetto. Ed è anche competente, nel senso che se dovessi aprire in Cina o in Vietnam una qualche attività, chiamerei lui. Però a fronte di una platea di entusiasti, rarità assoluta di questi tempi, Forchielli se ne è uscito con la solita filippica sull’inefficienza italiana. ha parlato esplicitamente di “pessimismo cosmico”, riferito all’Italia. Ma come diamine avranno fatto gli Olivetti ed i Cucinelli, i Benetton e i Del Vecchio? Come siamo potuti diventare la seconda manifattura d’Europa e la quinta potenza economica del mondo se siamo così cialtroni? Forse che non lo siamo? Devo andare più indietro? Al Rinascimento, al dominio mondiale della Chiesa, all’Impero romano? Suvvia! Una cosa bella emersa dai ragazzi di Sios, semmai, consiste proprio nell’italianità dei loro progetti (quello di punta l’hanno chiamato startupitalia, non startupeuropa o startupgloboterracqueo…). Magari non se ne sono nemmeno resi conto, ma mentre esponevano i progetti, la loro “italianità” emergeva tutta. Non ho nemmeno contato i riferimenti alle loro regioni d’origine, al fatto che dopo aver studiato all’estero sono voluti tornare, alla bellezza che perseguono ostinatamente dentro gli oscuri algoritmi e le loro applicazioni digitali. Poi arriva il solito emigrato di lusso (Forchielli…) per il quale quelli come lui che sono andati a fare impresa fuori hanno capito tutto e l’Italia è destinata ad essere messicanizzata.

Ne ho parlato spesso della messicanizzazione del paese su questi pixel, cosa in effetti possibile. Ma un buon stratega deve tenerne conto come di uno scenario possibile, non come di una eventualità auspicabile. Detto diversamente, Forchielli fa parte di quel gruppo di imprenditori italiani che hanno imparato e studiato qui, ma pensano che nulla gli sia dovuto e che ciò che hanno realizzato lo abbiano realizzato grazie al loro “genio”. Devo ridere? Forchielli ha studiato al liceo Righi, liceo pubblico di Bologna, ed è figlio di un magistrato. Moltissimi italiani se fossero nati in Svizzera ora non potevano che fare i panificatori, e se nati in Senegal, i pescatori. In Svizzera infatti se non sei portato per certe materie scolastiche ti costringono a frequentare scuole applicate di avviamento al lavoro. In Senegal invece non studia praticamente quasi nessuno ad alti livelli se non chi gode di determinate possibilità economiche pregresse. Invece, i Forchielli, i Boldrin e company sono nati in Italia, dove hanno potuto studiare all’università e curarsi GRATUITAMENTE e dovrebbero solo baciarsi il culo per avere avuto questa fortuna sfacciata.

Quali startup mi son piaciute di più? Bè, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Per la mia formazione un plauso non può che andare ai molisani di Docety che propongono formazione tramite un collaudato sistema di tutoraggio e videolezioni; i tecnici-scienziati di Viralize che si sono buttati con successo nel video advertising, ma anche la Farm cultur park di Favara, dove è stato realizzato un centro culturale di recupero dei quartieri nella difficile realtà siciliana che sta rilanciando la città. Anche notizie.it mi ha stupito per la lungimiranza del progetto, che vuole affermare un modo di fare informazione indipendente dagli editori.

Il sogno americano che abbiamo conosciuto con Rocky e la Conquista del West consisteva nell’emancipazione, ma a prescindere dagli strumenti. Walter White di Breaking bad vuole essere un vincente, e non importa se sintetizzando metanfetamine o diventando accademico. Il sogno degli startupper, invece, passa per l’emancipazione attraverso strumenti che amano.

Che altro dire? Lungo i saloni della Leopolda si mangiava e si beveva gratis. C’era persino uno spazio aperitivo, oltre a quelli tradizionali a base di succhi di frutta e dolci. Gli azionisti di StartupItalia potevano entrare all’Investor Room e fare conoscenza con gli influencer del settore e sedersi sui divanetti per rilassarsi un po’.

Ah, quasi dimenticavo. Al buffet c’era una tipa sui 2 metri. Ho scambiato qualche convenevole del tipo “scusi, i fazzoletti, prego, il caffè lo fanno in fondo al tavolo”. Non so se la cosa sia molto cloud computing e digital, però non avevo mai scambiato due chiacchiere in piedi parlando con i seni di una donna. E l’ho trovato assai innovativo.