SPY FINANZA/ La mossa di Trump che Salvini vuole imitare

Le ultime uscite di Matteo Salvini sembrano ricordare le mosse di Trump, che non sembrano poter dare vantaggi agli americani

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Matteo Salvini (Lapresse)

Com’è noto, non è possibile annoverarmi nella vasta schiera di sostenitori del ministro Matteo Salvini. Anzi. Questo, però, non significa che io non sia in grado di guardare in faccia la realtà e rendergli merito per quella che è una sua indubbia e fondamentale dote politica: sa sempre dove tira il vento. È come un lupo che fiuta l’arrivo della neve dall’odore dell’aria, è come un nativo americano che poggia l’orecchio al suolo e anticipo l’arrivo di una mandria di bisonti. Difficile spiazzarlo rispetto a quella che, a livello giornalistico, viene definita – con termine orribile – la “pancia del Paese”. Ha capito, fin da subito, che il binomio sicurezza-immigrazione era vincente e ci ha marciato, fra cose fatte e annunci caduti nel vuoto, per l’intero primo anno di governo. Poi, però, l’emergenza passa. Anzi, viene scalzata da altre emergenze. Le quali, spesso, essendo reali nel senso più drammatico e strutturale del termine, non consentono scappatoie propagandistiche: vanno affrontate e con ricette bianche o nere, senza tante sfumature da campagna elettorale. 

Ha sviato, per ora, l’attenzione dal clamoroso flop post-elettorale delle europee, visto che se il risultato clamoroso ottenuto dalla Lega lo ha sì messo a capo – di fatto – del governo ma nell’ambito che era proprio della consultazione di fine maggio, lo vede solo e senza uno straccio di alleato. Addirittura, con i suoi sovranisti spaccati in almeno tre correnti e con lo spettro della Merkel a capo della nuova Commissione che aleggia nell’aria. Insomma, difficile poter cantare vittoria. Se non a livello di equilibri interni all’esecutivo, appunto, ciò che in effetti interessava realmente e unicamente al ministro dell’Interno.

Ora, però, si avvicina la resa dei conti non solo con l’Ue – ovvero, con i suoi Stati membri -, ma anche con la realtà economica del Paese, con i numeri da incasellare e far tornare in seno alla prossima legge finanziaria. E qui sono guai. Che sia più o meno vera la vulgata dell’abbandono anticipato del vertice economico a palazzo Chigi, dove uno scriteriato e impertinente ministro Tria avrebbe avuto l’ardire di chiedere addirittura che venissero individuate le coperture per la flat tax, resta il fatto che la sortita del ministro dell’Interno da Bruno Vespa rispetto alle cassette di sicurezza e al contante dormiente che vi si troverebbe all’interno in quantità industriale, ha innescato dibattito. E timore. E non fra politici e giornalisti, bensì fra la gente. Basta ascoltare i discorsi al bar o alla cassa del supermercato o dal barbiere. I soldi sono come l’alta tensione: chi li tocca, muore. Politicamente. 

Nonostante passi la sua vita godendosi una pensione faraonica, Giuliano Amato ancora porta e porterà fino all’ultimo giorno della sua vita, lo stigma del rapinatore nottetempo di conti correnti. Potrebbe ottenere la pace fra israeliani e palestinesi, risolvere la questione del cambiamento climatico e inventare un vaccino salva-vita, ma lui resterà sempre, per gli italiani, l’uomo raffigurato nelle vignette con le fattezze del Dracula che succhia i risparmi. Per l’Europa, oltretutto, somma di ogni disgrazia. Conoscendo Matteo Salvini, tutto vorrà nella vita, tranne che incorrere in questo rischio. 

Io non so cosa intendesse davvero con la sua proposta, se una sorta di condono del contante nascosto al fisco e alla tracciabilità del conto corrente o una tassa per chi vuole continuare a detenerlo i quella forma, ma una cosa è certa: non è farina del suo sacco. E lui stesso lo ha ammesso a Porta a porta, avanzando la confusa proposta: a fargli notare l’anomalia di quelle “decine, se non centinaia di miliardi di euro” che dormono nella cassette di sicurezza e che non è il caso di lasciare più sonnecchiare fuori dal circuito dell’economia e dei consumi, stante le necessità economiche del Paese, sarebbero stati uomini vicini al mondo delle banche. E già qui, emerge un’anomalia politica notevole: il capo supremo dei sovranisti europei e italiani, l’uomo che ha incentrato la sua campagna elettorale nella lotta contro le “cinque B”, una delle quali era appunto riferita ai banchieri, ora si fa tentare da una proposta che arriva propria sotto forma di suggerimento da quel mondo. Strano. 

Nemmeno troppo, in realtà. Perché le coincidenze non si limitano alla fonte di ispirazione del ministro, ma anche a questo, ovvero al fatto che pochi giorni fa Bloomberg ha pubblicato questo grafico, dal quale emerge come i depositi bancari degli italiani, i risparmi visibili e tracciabili del popolo, siano giunti al loro record storico. Le italiche formichine, al contrario delle cicale del Parlamento, mettono via per i tempi peggiori che ci attendono. E che si attendono, nonostante le mirabolanti promesse e le magnifiche sorti e progressive che il Capitano tratteggia a ogni comizio. 

E quando un’agenzia finanziaria autorevole, potente e globalmente riconosciuta come Bloomberg fa una cosa, c’è sempre una ragione. O, quantomeno, un timing preciso. Strano che, nel pieno di una disputa come quella che stiamo per intraprendere (almeno a parole) con l’Ue sui nostri conti pubblici, spunti fuori una conferma così plastica del benessere privato da record del nostro Paese (e si parla solo di depositi bancari, non di immobili). A tal riguardo, vi invito a ricordare quando proprio il ministro Salvini, mi pare nel corso del primo scontro con l’Europa sul Def, quello dello scorso autunno-inverno, disse che in quella battaglia gli italiani si sarebbero schierati con il Governo, addirittura mettendo a disposizione – se necessario – un piccolo sacrificio proveniente proprio dai loro risparmi. Si parlò, se ricordate, di versione sovranista e 2.0 del mussoliniano “oro alla Patria”. Lo so, si tende a scordare tutto e in fretta in questo mondo social. Ma a me piace avere buona memoria. Il ministro Salvini ha in mente una patrimoniale o, peggio, un prelievo forzoso per finanziare la flat tax? 

Ne dubito, sa che sarebbe un suicidio politico senza precedenti. Però, confusamente e furbescamente, il sasso nello stagno lo ha gettato. E visto quale sia diventato il suo nuovo riferimento politico preferito, questo fa riflettere. Già, perché dopo anni di innamoramento quasi adolescenziale verso Vladimir Putin e la Santa Madre Russia e dopo che un suo sottosegretario ha dato vita al memorandum con la Cina, ecco che ultimamente l’unico riferimento estero del leader leghista è tornato a essere Donald Trump. Forse perché, vulgata alla mano, rappresenta l’unico caso di sovranismo vincente, quantomeno in ambito economico, dopo le figure di palta inanellate negli ultimi sei mesi dai rappresentanti dell’opzione Brexit. Ovviamente, il tutto in una logica da un tanto al chilo. Siccome è formalmente Repubblicano, pro-business e ha dato vita a uno shock fiscale, ecco che Trump rappresenta la perfetta evoluzione del liberismo di Ronald Reagan, cui viene a sua volta intestata proprio la grande rivoluzione della flat tax, questo nonostante – nel caso degli Usa anni Ottanta – non si trattasse affatto del tipo di riforma fiscale che avrebbe in mente Salvini. 

Ovviamente, ben ci si guarda dal dire che lo shock fiscale operato da Trump nella primavera del 2018 abbia visto come uniche beneficiare le multinazionali statunitensi, soprattutto quelle tech e che questo sia stato ammesso dallo stesso Presidente americano, visto che prima delle elezioni di mid-term dello scorso inverno fece mea culpa e promise una seconda riforma, questa volta a tutto beneficio e incentrata sulla middle-class. Promessa ovviamente non mantenuta. Anzi, la classe media in compenso sta cominciando a pagare il prezzo della guerra dei dazi con la Cina, visto che il potere d’acquisto e gli aumenti salariali stagnanti ora stanno sentendo i primi morsi dei prezzi per i beni di consumo di larga diffusione importati dal Dragone: elettrodomestici, apparecchiature elettroniche e abbigliamento in testa. Ma si sa, sia lo shock fiscale che la guerra commerciale servivano a un unico scopo e avevano come unico beneficiario Wall Street, la quale infatti non solo non ha mai conosciuto crisi, ma, anzi, ha utilizzato quei soldi rimpatriati dall’estero a costo zero per operare buybacks di massa che hanno tenuto alte le valutazioni dei titoli, i corsi degli indici, abbassato i flottanti e staccato ricche cedole e bonus. In compenso, è dato di mercoledì il fatto che questo tipo di politica trumpiana cominci ora a presentare il conto. 

Stando a dati del Treasury, quindi ufficiali, il deficit di budget statunitense a maggio, un mese non tradizionalmente di alta spesa per il governo americano, è stato di 208 miliardi di dollari, al di sopra dei 200 miliardi attesi e ben al di sopra del 147 miliardi del maggio 2018. Ma il dato che spaventa di più è quello relativo al pagamento degli interessi sul debito, come ci mostra questo grafico, dal quale vediamo che nei primi 8 mesi dell’anno fiscale in corso, gli interessi lordi sul debito statunitense hanno toccato quota 354 miliardi, l’11% in più dello stesso periodo nell’anno precedente. 

E giova ricordare che in base alle stime più conservative del Treasury, il debito pubblico statunitense è in scia per raggiungere il record di 591 miliardi di dollari durante quest’anno fiscale, più dell’intero deficit di budget del 2014 (483 miliardi) o del 2015 (439 miliardi) e pari al 3% stimato del Pil, la percentuale massima dal 2011. Insomma, una rotta da kamikaze per il bene, quasi unico, dell’1% più ricco della popolazione e di Wall Street. Dati alla mano. In compenso, chi compra il debito Usa in continuo aumento di emissione, per ovvi motivi, visto che gli acquirenti stranieri – Cina in testa – fuggono in previsione di un testacoda fiscale? Lo mostra questo grafico: lo comprano gli americani, gli stessi che si sono fatti abbindolare dalla crescita economica record e dalla Borsa sempre in rialzo, salvo venire tosati a ottobre e dicembre scorso, quando le banche d’affari avevano già scaricati i titoli più tossici a fine corsa. 

Il parco buoi, insomma, sta finanziando il suo american dream 2.0, ancora ignorando che in realtà si tramuterà presto in incubo. Autarchia suicida. Non trovate delle analogie con le ricette che il ministro sovranista dell’Interno, ultimamente, sta propinando nei comizi e negli studi tv, utilizzando l’alibi dell’Europa matrigna e burocratica per aizzare la mitologica “pancia del Paese”? Attenti a ciò che volete, perché potreste ottenerlo. 

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