CORSERA/ DOPO 6 ANNI SI ACCORGONO DELLO SCIPPO DI VIA SOLFERINO

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Inchiesta ‘contro ignoti’ a Milano per la vendita della storica sede del Corsera. Il capo d’accusa è da novanta, usura.

Ignoti per modo di dire, visto che hanno una identità ben precisa. Si tratta infatti del maxi fondo statunitense Blackstone, che sei anni fa mise a segno il colpo del secolo, acquistando la storica sede di via Solferino per un pugno di dollari. Caso mai ci sarà da capire se ci sono stati dei complici e/o dei belli e addormentati.

Lo scippo con destrezza si completa subito: dopo aver acquisto per 120 milioni di euro, Blackstonefitta la stessa sede allo stessoquotidiano milanese per la bella cifra di 10 milioni e 400 mila euro, un decimo.

I vertici del Corsera erano ben consapevoli del doppio misfatto eppure accettarono l’affare a perdere (invece un botto per il fondo a stelle e strisce), perché “si trovavano in difficoltà”.

All’epoca i giornalisti si opposero all’operazione, chiaramente folle, ma non successe niente di particolare.

E soprattutto, incredibile ma vero, la sempre solerte magistratura meneghina se ne stette con le mani in mano, a guardare.

Come mai quel prezzo stracciato? E Come mai quel fitto così esoso? Già prese da sole le due operazioni stonavano a qualsiasi orecchio, figurarsi se accoppiate.

Solo adesso comincia a muoversi qualcosa. E solo grazie all’esposto presentato da un socio di minoranza, titolare di un piccolo pacchetto di azioni, che ha deciso di ribellarsi e di mettere la questione sul piatto.

La dormiente procura milanese ha dovuto perciò destarsi e aprire un fascicolo, assegnato al pm Antonia Pavan, che fa parte della sezione diretta alla procura dall’aggiunto Laura Pedio.

Per la serie, scusate il ritardo. A fine dello scorso anno aveva dato segnali di risveglio la stessa RCS, editrice dello storico quotidiano e ora controllata da Urbano Cairo. RCS ha chiesto un arbitrato per stabilire la congruità del prezzo.

Sorge spontanea la domanda: come mai un risveglio così tardivo anche da parte del nuovo padrone del vapore?

A quella richiesta di arbitrato che chiedeva in sostanza l’annullamento dell’operazione, Blackstoneha risposto promuovendo una causa civile a New York.

Ma alla prima udienza del 24 aprile scorso il giudice ha stabilito la incompetenza territoriale, dichiarando quella dell’autorità giudiziaria italiana. Dunque ora si unifica tutto a Milano, arbitrato ed esposto.

In occasione di quell’udienza newyorkese, Cairo ebbe modo di sottolineare, riferendosi alla richiesta di arbitrato: “E’ una cosa che abbiamo fatto scientemente, un’iniziativa ragionata, sulla base di un approfondimento, una ‘due diligence’ svolta all’interno dell’azienda e durata alcuni mesi, che ci ha portato a decidere che era una cosa che andava fatta”.

Un’iniziativa ‘ragionata’ non poco, la bellezza di 6 anni. Perché?