Siamo un popolo che può guardare al futuro o che deve rassegnarsi a mantenere il presente?

Se lo chiede oggi il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, presentando il Rapporto annuale. «L’orientamento verso l’una o l’altra risposta dipenderà solo dalla nostra capacità di saper costruire sviluppo, convertendo in fattore “produttivo” la crescente “esperienza” che avremo sempre più acquisito con il lungo “mestiere del vivere”». Per esempio? Nel 2018 il 10% degli over65 fa volontariato, il doppio rispetto al 1998

Un «massiccio invecchiamento demografico» si «affaccia incombente» nel futuro della popolazione italiana. Così il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha presentato oggi il Rapporto annuale 2019, “La situazione del Paese”.

Le proiezioni Istat prevedono che nel 2050 gli ultra65enni saliranno dal 23% del 2018 di 9 o anche 14 punti percentuali, secondo ipotesi più o meno ottimistiche. Le persone fra 0 e 14 anni potrebbe mantenersi, nel migliore dei casi, attorno al livello attuale (13,5%), ma anche scendere al 10,2% nello scenario meno favorevole. Mentre la quota dei 15-64enni sembra verosimilmente destinata a ridursi al 54,2%del totale, con un calo di circa dieci punti percentuali che equivale a oltre 6 milioni di persone in età da lavoro in meno rispetto a oggi.

« L’accentuarsi dell’invecchiamento demografico – ha detto il presidente dell’Istat – comporterebbe effetti significativi sul livello e sulla struttura della spesa per il welfare: con pensioni e sanità decisamente in prima linea, pur mettendo in conto che gli anziani di domani saranno in migliori condizioni di salute e di autonomia funzionale. È utile sottolineare che se oggi garantire un’assistenza dignitosa a quasi 14 milioni di ultra65enni sembra, oltre che doveroso, ancora possibile, è opportuno interrogarsi “se” e “come” saremo in grado di soddisfare la stessa domanda anche solo tra vent’anni, allorché gli anziani saranno saliti di altri 5 milioni. Ma soprattutto c’è da chiedersi quali strategie andranno avviate per garantire la tenuta degli equilibri di welfare – e in primo luogo proprio nel campo della salute – se si mette in conto lo straordinario prevedibile accrescimento del numero dei “grandi vecchi”: gli ultra90enni, oggi circa 800 mila, sono destinati ad aumentare di oltre mezzo milione nei prossimi vent’anni e, al loro interno, persino gli ultra centenari, attualmente 14 mila, dovrebbero superare le 50 mila unità. Il fatto che la vita si allunghi non può che essere una buona notizia. Ma non va dimenticato che una vita più lunga significa anche un maggior rischio e una crescente frequenza di tutte quelle patologie, cronicità e disabilità tipicamente connesse alla vecchiaia. Acquisire consapevolezza, di questo come di ogni altro problema emergente, con argomentazioni rese oggettive da appropriati dati statistici, si configura come irrinunciabile premessa per governare il cambiamento, garantendo elevati livelli di qualità della vita ai cittadini».

È utile sottolineare che se oggi garantire un’assistenza dignitosa a quasi 14 milioni di ultra65enni sembra, oltre che doveroso, ancora possibile, è opportuno interrogarsi “se” e “come” saremo in grado di soddisfare la stessa domanda anche solo tra vent’anni

E ancora: «viene da chiedersi se siamo (e saremo ancora) un popolo che guarda avanti e investe sul suo futuro o se invece dobbiamo perlopiù sentirci destinati a gestire e a manutenere il presente. L’orientamento verso l’una o l’altra risposta dipenderà solo dalla nostra capacità di saper costruire sviluppo, convertendo in fattore “produttivo” la crescente “esperienza” che avremo sempre più acquisito con il lungo “mestiere del vivere”. In proposito, è interessante osservare che nella nuova classificazione delle stagioni della vita, recentemente elaborata nell’ambito della comunità dei geriatri, il popolo dei 65-74enni ha perso la connotazione di “anziani” per assumere l’etichetta di “tardo-adulti”. L’auspicio (nell’interesse collettivo) è che ciò che oggi può sembrare solo un riconoscimento formale meramente accademico possa invece sempre più trasformarsi nell’attribuzione di un vero e proprio ruolo attivo nella nostra società di oggi e di domani».

Nel 2018, in Italia, 1 milione e 229 persone di 65 anni e oltre riferiscono di non avere alcuna rete di relazioni sociali esterna alla famiglia23 (9,1 per cento di questa fascia di età). La quota di persone isolate cresce con l’età ed è massima tra gli ultra 84enni, per i quali tocca il 18,2 per cento (Figura 3.28). Con l’avanzare dell’età aumentano le persone che possono contare solo su reti di sostegno (amici, parenti, vicini di casa): dall’8,4 per cento dei 65-74enni si passa al 12,9 per cento dei 75-84enni, per arrivare al 22,8 per cento degli ultra 84enni. Il volontariato e l’associazionismo di tipo civico e culturale sono le forme di partecipazione sociale più in grado di attrarre nel tempo quote crescenti di anziani, arrivando a coinvolgere nel 2018 quasi il 10 per cento degli ultra 64enni (il doppio rispetto al 1998); viceversa, le attività legate al sindacato e ai partiti politici vedono un minore coinvolgimento.

Così Gigi De Palo, presidente del Forum delle associazioni familiari, ha commentato i numeri: «I dati parlano da soli e consolidano situazioni e tendenze drammatiche per il futuro ormai prossimo del nostro Paese. Le famiglie si assottigliano, crolla la natalità, si stanno avvicinando pericolosamente, come un muro di fronte a un’automobile che corre, le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione: aumento dei malati cronici, difficoltà nel mantenere sostenibile un sistema di welfare che già oggi traballa, la gratuità e universalità di un sistema sanitario che si sta sgretolando e che prospetta un futuro a pagamento. In questo contesto nazionale, il grido d’allarme del Forum che risuona da oltre quattro anni è stato, purtroppo, profetico. Ecco perché oggi più che mai le urgenze nell’agenda politica, economica e sociale non possono che essere un #pattoXnatalità che imponga a tutti di remare nella stessa direzione, quella dei sostegni alle famiglie. Questi ultimi, come avevamo auspicato prima delle elezioni europee, devono passare entro la prossima Legge di Stabilità per un #assegnouniversaleche ricapitoli, potenzi e semplifichi tutte le misure di sostegno alle famiglie con figli». Il Ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana in una nota ha sottolineato come «al primo posto dell’agenda politica debba esserci il sostegno, consistente e strutturale, alla natalità sia attraverso politiche fiscali mirate, sia con l’assegno unico, progetto a cui stiamo lavorando e che, sicuri del supporto di tutto il governo, contiamo di attuare già dal prossimo anno». Per le promesse non seguite dai fatti, con tutta evidenza, tempo non ce n’è più.