E adesso, che fine faranno i bitcoin?

Andrea Daniele Signorelli wired.it 21.6.19

L’avvento di Libra, la criptovaluta ideata da Facebook, rappresenta una minaccia per la più nota tra le monete digitali. Ma anche un’importante opportunità

(foto: Chesnot/Getty Images)

Internet prometteva di essere uno strumento aperto e a disposizione di tutti, invece si è trasformato nell’impero dei Gafa (Google, Amazon, Facebook, Apple). Allo stesso modo, la sharing economy – che, sfruttando le potenzialità della rete, avrebbe dovuto dare vita a un’economia della condivisione e del dono – è diventata la gig economy; in cui gli unici a guadagnare veramente sono colossi come Uber, Deliveroo o Airbnb, e in cui il termine sharing è diventato solo una comoda etichetta, spesso priva di ogni significato.

Adesso è il turno della blockchain. Ideata nel 2008 da Satoshi Nakamoto (identità fittizia dietro cui non si è mai scoperto chi si nascondesse) per dare vita ai bitcoin, questa tecnologia decentralizzata e criptata prometteva di rovesciare banche e istituzioni finanziarie, per dare vita a un mondo in cui il vero potere economico è riposto nelle mani degli utenti. A emettere denaro non sarebbero state solo le banche centrali, ma anche i computer collegati alla blockchain (a cui può partecipare chiunque scarichi il software, diventando così un nodo), garantendo il libero scambio economico tra pari, senza bisogno di intermediari e istituzioni di garanzia.

Questa era l’utopia immaginata da Satoshi e poi portata avanti da figure come Vitalik Buterin(fondatore di Ethereum), Charlie Lee (creatore di Litecoin) e altri ancora. Da allora sono passati dieci anni: mentre le classiche criptovalute e le altre applicazioni della blockchain stentano a diffondersi e a trovare utilizzi decisivi, il primo vero passo avanti nell’implementazione di questa tecnologia rischia di essere quello compiuto da Facebook, che ha appena presentato la sua moneta digitale: Libra, gestita in partnership con un’altra ventina di società attraverso l’omonima associazione (i cui componenti dovrebbero diventare, nel tempo, un centinaio).

Di questa associazione, al momento, fanno parte realtà come Visa, Mastercard, PayPal, Vodafone, eBay, Uber, Spotify e giganti del capitalismo di ventura come Thrive e Andreessen Horowitz. Le criptovalute, con Libra, potrebbero diventare realmente uno strumento diffuso in tutto il mondo; ma – come già avvenuto con l’open internet e la sharing economy – questo non porterà a nessuna rivoluzione distribuita. Anche questa volta, il vero potere resterà nelle mani dei colossi finanziari, industriali e digitali.

Bitcoin vs Libra

Ciò che doveva essere decentralizzato, insomma, diventa uno strumento per concentrare ulteriore potere nelle mani di chi già lo detiene. Ma com’è possibile che sia nuovamente andata in questo modo? Per capirlo, bisogna partire dalle caratteristiche dei bitcoin.

La blockchain attraverso cui viene gestita l’emissione dei bitcoin, come detto, è aperta a chiunque scarichi il software sul suo computer. È quindi una blockchain che non richiede permessi per l’accesso (permissionless) e di cui fanno parte, a oggi, oltre 10mila nodi.

Non solo: per quanto ormai sia un compito svolto quasi esclusivamente dai più grandi mining pool mondiali (organizzazioni professionali che sfruttano il loro enorme potere computazionale per produrre bitcoin), in linea teorica chiunque può minare bitcoin risolvendo complessi puzzle algoritmici via computer (o, meglio, utilizzando hardware apposito).

Tutto questo ha permesso di dare vita a una moneta globale, non collegata a nessuno stato o a nessuna banca, che protegge la privacy degli utenti e che viene gestita unicamente da essi. Queste caratteristiche, però, hanno un prezzo da pagare: la blockchain dei bitcoin è ancora oggi in grado di gestire solo 7 transazioni al secondo, creando importanti ingorghi ogni volta che queste aumentano drasticamente (com’è avvenuto durante la bolla del dicembre 2017) e rendendo le transazioni estremamente lente (ci vogliono ore, se non giorni, affinché siano completate).

La volatilità del prezzo, inoltre, ne ha grandemente ridotto l’effettiva utilità (come posso accettare un pagamento con una moneta che il giorno dopo potrebbe valere la metà, o spendere una moneta che il giorno dopo potrebbe valere il doppio?). Se non bastasse, usare i bitcoin non è semplice: richiede l’attenta gestione di un wallet (un portafoglio-software in cui conservarli) e, nel complesso, una buona dimestichezza con il mondo dell’informatica.

Il punto è questo. Cos’è che interessa davvero agli utenti: la privacy e la decentralizzazione o la comodità d’uso? La risposta a questa domanda è facilmente intuibile. Ed è per questo che Librapotrebbe avere successo laddove i bitcoin hanno sofferto di uno scarsissimo utilizzo nell’economia reale.

La moneta digitale creata da Facebook avrà infatti un valore fisso (garantito attraverso gli asset dell’associazione), verrà conservata nel portafoglio Calibra (scaricabile come app su iOS e Android o implementato direttamente su Messenger e WhatsApp) e renderà estremamente semplice l’utilizzo del denaro digitale.

Soprattutto, il fatto che la blockchain di Librasia solo parzialmente decentralizzata (cosiddetta permissioned, a cui quindi può accedere solo chi ha ottenuto i permessi dall’associazione che la gestisce) consente di eliminare buona parte dei protocolli di sicurezza che rallentano le transazioni dei bitcoin (il complesso meccanismo proof-of-work). E infatti la blockchain di Libra promette di gestire mille transazioni al secondo con un’attesa che non dovrebbe superare i dieci secondi.

“I puristi delle criptovalute sostengono che tutto questo faccia venire meno lo scopo stesso della blockchain, che si affida a un dispendioso processo computazionale affinché il sistema non abbia bisogno di una giuria di controllori fidati”, si legge per esempio su Wired Us. “Privata di questo aspetto, la blockchain di Libra assomiglia più che altro a un normale database gestito (in futuro) da 100 persone invece che da una sola”. Una critica tanto più valida se si considera che, per le transazioni in Libra, la blockchain sarà impiegata solo quando il denaro verrà inviato tra servizi diversi, e non per gli spostamento interni, per esempio, a Facebook o Messenger.

Con tutta probabilità, però, questo aspetto interessa solo a una piccola nicchia di difensori della privacy o di ultralibertari, senza creare nessun disagio ai normali utenti di internet. A meno che, ovviamente, non scoppi uno scandalo in stile Cambridge Analytica; in cui, invece dei dati, viene preso di mira qualcosa a cui prestiamo molta più attenzione: i nostri soldi.

I rischi di Libra e il futuro dei bitcoin

Nonostante la blockchain di Libra non sia accessibile a tutti, potrà comunque essere sfruttata da chiunque voglia costruire nuovi prodotti con alla base questa moneta digitale. “L’accesso open assicura barriere d’ingresso più basse, incoraggia l’innovazione e una salutare competizione di cui beneficeranno tutti i consumatori”, si legge nei documenti di lancio di Libra. Tutto questo, però, nasconde rischi non secondari: “A quanto pare, Facebook si è già dimenticata che aver permesso a chiunque di costruire programmi all’interno del suo social network (…) è esattamente ciò che ha aperto le porte a Cambridge Analytica, consentendole di sottrarre i dati personali di 87 milioni di persone e usarli per targettizzare degli annunci elettorali”, ha scritto Josh Constine su TechCrunch.

Per esempio, uno sviluppatore senza troppi scrupoli potrebbe creare un wallet fraudolentodel tutto simile a quello ufficiale, ma che ripulisce il portafoglio digitale dei suoi utilizzatori o indirizza il denaro inviato verso un suo conto. Questo è solo uno dei rischi che si celano dietro la decisione di permettere a qualunque terza parte di sfruttare la piattaforma di Libra, senza peraltro che sia prevista una forma di controllo nei confronti degli sviluppatori che potranno utilizzarla, come ha ammesso il responsabile del prodotto Kevin Weil.

I rischi, insomma, sono elevati. Basterà attendere lo scoppio di un (possibile) primo scandalo affinché i pregi dei bitcoin e della blockchain decentralizzata vengano riaffermati a grande voce (non che questo mondo sia immune da scandali, anzi).

La domanda che la comunità che sostiene i bitcoin si sta ponendo con forza, però, è un’altra: Libra è un bene o un male per la diffusione delle vere criptovalute? Da un certo punto di vista, la creazione di una moneta digitale da parte di Facebook rappresenta una seria minaccia: il colosso dei social network potrà offrire un nuovo strumento ai suoi 2,7 miliardidi utenti complessivi; azzoppando così la già difficoltosa diffusione dei bitcoin e di tutte le altcoin (Ethereum, Xrp, Litecoin, Monero, ecc.).

L’altro lato della medaglia, però, è che tutte le critiche sull’effettiva utilità delle criptovalute e tutto lo scetticismo che ha sempre circondato la blockchain sono state messe a tacere. Facebook ha appena creato una sua moneta digitale sfruttando la stessa tecnologia dei bitcoin: è difficile pensare che tutto questo non aiuterà proprio i bitcoin a diffondersi maggiormente, se e quando saranno superati i grandi ostacoli in termini di volatilità, scalabilità (magari attraverso il tanto atteso lightning network) e user experience.

Come profetizzato nel 1996 da Alan Greenspan (economista allora a capo della banca centrale statunitense), il denaro privato – o comunque non emesso da stati e banche – sta diventando una realtà. Ma affinché sia veramente globale e utilizzabile da chiunque (e non solo dai partner di Facebook) “è necessaria una blockchain aperta del tutto simile a quella dei bitcoin”, come ha sorprendentemente ammesso Christian Catalini, economista del Mit che ha lavorato direttamente al progetto Libra.

Se davvero è necessaria una blockchain apertae non legata a nessuna entità per dare vita a un sistema monetario digitale, unico e globale, allora Libra potrebbe essere solo il primo passo verso questo nuovo modello economico (banche e nazioni permettendo). Sul lungo termine, se si vuole costruire “l’internet dei soldi”, bisognerà invece puntare sui bitcoin. O su qualcosa di molto simile.