Tenetevi i nove euro, ma dateci un contratto

Andrea Angelini – 22 Giugno 2019 lintellettualedissidente.it

Tiene banco al governo il ddl sul salario minimo orario proposto dal M5S, pensiero tanto nobile quanto ingenuo di superare il fossato sociale creato dal capitalismo.

Se ad invocare l’apocalisse sono Confindustria, OCSE, ISTAT e la triplice sindacale, significa che l’idea pentastellata del salario minimo – da applicare all’esercito di lavoratori esclusi dai contratti collettivi – è un obiettivo sensibile, sebbene non rappresenti in alcun modo la panacea dei mali del mercato del lavoro italiano. Eppure il gracchiare dei vari economisti auditi in Commissione Lavoro alla Camera è tanto intenso quanto esilarante, specialmente quando appare il fantasma dell’aggravio dei costi del lavoro sulle imprese, che giammai potrebbero far fronte ad una paga oraria di nove euro lordi per la propria manodopera priva di contratto o – nella migliore delle ipotesi – con contratto atipico. Potrebbero garantirla solo a condizione di un abbassamento delle tasse, qualora la bramata flat tax propugnata dalla Lega – sempre più quinta colonna della politica neoliberista – prendesse forma.

Facendo i conti della serva, nove euro l’ora per otto ore al giorno – distribuite su cinque giorni a settimana – ammonterebbero a 360 euro, che moltiplicati per quattro settimane raggiungerebbero l’esorbitante cifra di 1440 euro lordi mensili. Uno stipendio che già in un capoluogo provinciale, senza una casa di proprietà, costringerebbe il povero disgraziato a rivolgersi ad una finanziaria o una banca per tirar su famiglia. Peccato, però, che questi intermediari vogliano garanzie ben più ampie di una paga oraria, ossia quel contratto collettivo che il ddl sul salario minimo prende in considerazione solo come riferimento sui minimi retributivi, senza rompere le acque ed affrontare il travaglio di una battaglia per la sua estensione a tutti. È il dettato costituzionale a ricordarci – all’articolo 36 – che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata” e non minima “alla quantità e qualità del suo lavoro“, che “la durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge” e non dal padrone e che “il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. È facile dedurre che una deriva anglosassone sul prezzo un tanto all’ora del lavoratore non solo elude il pagamento dei giorni di ferie, ma incenerisce tutte quelle parti variabili della retribuzione quali indennità, lavoro disagiato, tredicesima, quattordicesima, tfr, malattia ed infortuni che sono dentro il perimetro di un contratto collettivo firmato dalle organizzazioni sindacali più rappresentative.

Minare le fondamenta del contratto collettivo italiano e disinnescare l’intermediazione del sindacato è, d’altronde, un’azione a cui gli artificieri della BCE stanno già lavorando dal 2011, quando il bollettino inviato da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi al governo italiano comunicava il dispiegamento globale della competizione tra imprese – a detrimento del costo del lavoro – e uno smantellamento graduale della pubblica amministrazione, che si è ritrovata a sua volta a somministrare contratti atipici con salari schiavili. La fuga dai contratti collettivi, con buona pace dell’OCSE e di Confindustria, va avanti già da anni e l’avversione verso il salario minimo dimostra di essere solo un posizionamento politico che umanizza il margine operativo lordo delle imprese e disumanizza il personale. L’occasione di rialzare la testa – dopo un ventennio di tolleranza e sostegno alla moneta unica e al capitalismo – si presenterebbe proprio alla triplice sindacale che, confinata nella sua torbida autogestione e nello spalleggiamento della grossa imprenditoria, si è ritrovata completamente priva di voce e forza propulsiva, tale e quale ad una corporazione di mussoliniana memoria. Accettare ora il salario minimo sarebbe però un patteggiamento del loro immobilismo, ritrovandosi così vittime del fuoco incrociato degli imprenditori e dei lavoratori delusi.

Tutti coloro che hanno sollevato il problema che nove euro l’ora siano troppi rispetto alla media UE, forse non hanno fatto i conti con l’oste. Pensando a Juncker, prendiamo ad esempio il suo Lussemburgo – uno dei 22 paesi UE nei quali è previsto il salario minimo -, dove un lavoratore non può guadagnare meno di 2071 euro lordi al mese. Basterà entrare in un’agenzia immobiliare o comprare un chilo di carne ed ortofrutta in un supermercato lussemburghese per capire che il salario minimo, se slegato dal costo della vita e da una sua debita proporzione con il reddito medio, è un micidiale specchietto per le allodole, nonché – in un paese come l’Italia dove c’è pochissima vigilanza degli organi ispettivi – un pericoloso strumento nelle mani di padroni senza scrupoli che continuerebbero a dare lavoro in nero, falsificare buste paga o livellare al minimo lo stipendio di tutto il personale. Sarà un caso che nei paesi dove non esiste il salario minimo – ed il lavoro ha una radice contrattuale collettiva e non una cifra individualistica – i minimi retributivi siano in linea con il reddito medio e sane relazioni industriali riescono a garantire contratti collettivi a più lavoratori?