Soluzione da Londra per i “colpi” ai bancomat

MAURO SPIGNESI Caffe.ch 23.6.19

Criminologo luganese scopre come rintracciare gi ordigni
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Succede sempre fra le due e le tre di notte. Un botto assordante, il fumo e poi lo sportello bancomat che vola via. L’ultimo colpo di una serie cominciata nel novembre scorso è stato messo a segno a Stabio. Ma ora dall’Inghilterra arriva uno studio appena pubblicato in una importante rivista scientifica che consente di risalire, attraverso una rapida analisi delle tracce chimiche, agli ordigni utilizzati. “È un primo passo per poi capire da dove arrivano gli esplosivi e consente in seguito di poter dunque circoscrivere le zone di ricerca dei rapinatori. Un metodo che, oltre per le indagini sui bancomat, potrebbe anche servire per quelle relative agli attentati terroristici”, spiega al Caffè il luganese Matteo Gallidabino, professore in scienze forensi e criminali a Newcastle, che ha già realizzato diverse scoperte legate all’intelligenza artificiale applicata alla criminologia. 
Gallidabino è l’autore della maggiore ricerca realizzata dal gruppo di studio del King’s College di Londra che ha lavorato in collaborazione con la Northumbria University di Newcastle. Il nuovo lavoro, che peraltro ha ottenuto una sponsorizzazione internazionale che coinvolge il Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (Fns) mette insieme tecnologie all’avanguardia capaci di analizzare le particelle di esplosivo che si rintracciano sui luoghi delle rapine, soffermandosi in particolare sugli ioni. Il sistema messo a punto, pubblicato nella rivista scientifica Analytica Chimica Acta, “è in grado di rivelare un vastissimo numero di composti chimici contenuti nei materiali esplosivi artigianali con una sensibilità e accuratezza mai raggiunta prima da metodi tradizionali”, spiega Matteo Gallidabino.
Gli esplosivi artigianali, dicono le statistiche criminali, sono molto spesso utilizzati dai rapinatori. O dai terroristi. Nella ricerca vengono citati i casi dell’attentato alla maratona di Boston nel 2013 e in quello di Oslo nel 2011. “Quando c’è una esplosione – spiega il criminologo ticinese – ci si chiede subito che tipo di ordigno è stato usato? Noi abbiamo sviluppato una tecnica rapida per capire da dove viene il materiale utilizzato, riusciamo così a restringere il campo di ricerca”.  Gli studiosi hanno inoltre dimostrato che combinando questo nuovo approccio con tecniche avanzate d’analisi di dati e statistica computazionale “è possibile estrarre informazioni aggiuntive dai profili chimici ottenuti che proprio per andare a tracciare l’origine dell’ordigno. Il nuovo metodo avrà quindi sicuramente un grande impatto sull’investigazione criminale e aiuterà a promuovere ulteriormente il ruolo delle scienze forensi nell’amministrazione della giustizia penale”, ha aggiunto Gallidabino.
Ora il nuovo sistema sviluppato in Inghilterra dovrà essere affinato per essere utilizzato concretamente dalla polizia sul territorio, che già utilizza metodi e tecniche per individuare gli esplosivi dei bancomat. 
Esplosivi che, in Svizzera (ma anche in Italia e Germania), sono stati usati nei mesi scorsi non soltanto a Coldrerio, Arzo, Taverne, Novaggio e Stabio, ma anche in altri cantoni, da Ginevra a Basilea e in alcuni centri italiani non distanti dal confine. Colpi effettuati da bande che evidentemente, è questo il sospetto degli investigatori, si scambiano informazioni. Ma anche detonatori e ordigni.