L’Italia profonda

Alessio Trabucco – 24 Giugno 2019 lintellettualedissidente.it

C’è un’Italia assopita che non è quella delle grandi città, né quella dei borghi patinati che vediamo sui dépliant turistici. C’è un’Italia che non è Roma o Milano, né tantomeno Civita di Bagnoregio o la costiera amalfitana. C’è un’Italia che non sta sotto i riflettori ma se ci capita è a causa di qualche catastrofe naturale. C’è un’Italia che rischia l’estinzione, che è silenziosa, disabitata: è l’Italia dell’entroterra appenninico, delle zone collinari e pedemontane, dei piccoli borghi abbandonati, ai margini del commercio, dell’industria, della cultura. Un’Italia profonda che Franco Arminio e Giovanni Lindo Ferretti raccontano con passione in un piccolo capolavoro di GOG edizioni.

paesi sono un crimine impunito, il crimine che ha condotto all’abbandono forzato dei borghi di tutto quel pezzo d’Italia che passa indenne al setaccio della comunicazione: gli Appennini. Le Dolomiti hanno in Mauro Corona il loro principe del foro e gli Appennini godono di due cantori come Franco Arminio e Giovanni Lindo Ferretti: il loro L’Italia profonda (Gog edizioni) sta a dimostrarlo. In un alternarsi di voci tra le pagine si rimpallano le testimonianze montanare tra l’appennino emiliano di Ferretti e quello irpino di Arminio, quasi che il testamento di una stessa geografia giungesse ora dall’uno ora dall’altro, in un dialogo del popolo della montagna reclamante non dico riflettori – gli appennini ci tengono a restarsene appartati – ma considerazione politica, essere parte delle variabili soppesate nel flusso delle decisioni politiche.

Per costruire una coltura di montagna, che è la materializzazione di una cultura, ci vogliono secoli, per distruggerla è bastato interrompere la quotidianità nel tempo di una generazione,

sentenzia Ferretti. I paesi degli Appennini sono oggi fatti di terreni incolti, culle vuote, cimiteri pieni, imposte chiuse e case sfitte. Ferretti e Arminio sono entrambi nati alla metà del 900 e rispetto ad allora hanno visto i propri borghi più che dimezzare la propria popolazione, nel frattempo vecchia e senza figli. Semplicemente, è inutile girarci intorno, i paesi stanno morendo e con essi muore quella particolarità tutta antropologica che ha fatto dell’Italia un paese di caratteri locali così differenti l’uno dall’altro da forgiare tipi di italiani diversissimi tra loro ma non incompatibili. 

Se ne lamentava già Pasolini negli anni ’60, avanti su tutti nel vedere il crimine impunitoche si andava consumando. Se ne lamenta Ferretti che in un documentario apparso qualche anno fa, indicando un paese completamente abbandonato, diceva:

sono andati tutti a vivere in città, in piccole case prese in affitto. Qui erano poveri ma liberi, lì sono poveri e schiavi.

Oggi forse ci si rende conto che aver spopolato i paesi, dove si tramandavano saperi antichi e il tempo dell’uomo è quello del Sole e delle stagioni e la vita incede posando lo sguardo sulla fissità dei secoli incastonati nelle montagne, non è stata una idea eccellente e

gli Appennini increduli per tanta dabbenaggine più che parlare piangono, piangono di noi, italiani.

Il montanaro spesso è incompatibile con la città, e il cittadino non di rado vorrebbe andarsene via su in un borgo, a riposare e cambiare aria. Il problema è che il cittadino in montagna ormai non trova nulla, se non nei borghi convertiti in villaggi turistici, perché l’economia delle montagne è in declino completo e forse irrimediabile. Là dove si coltivava, si praticava artigianato e piccola industria, oggi non è rimasto nulla perché la città ha attirato a sé la montagna, svuotandola e della sua linfa socio-economica e di quella suggestione quasi mistica che molti ha stregato. Da luogo la montagna è mutata in paesaggio. Da suolo dove il sangue della popolazione affonda le sue inestirpabili radici a locus amoenus dove andare a godere di aria pulita, boschi, acqua buona e luce limpida. Come Ferretti stesso, al di là di ogni forma di incentivazione a recuperare la vita di massa in montagna, è costretto ad ammettere senza piagnisteo, 

è antieconomico, diventa antisociale, persino un peccato di arroganza, che qualcuno voglia continuare a vivere in montagna.

Ma questo pamphlet non nuota nelle lacrime e neppure si maschera con la posa dell’autocommiserazione nostalgica. Il mutare del mondo è irrimediabile e se ne prende atto, Ferretti con un certo pessimismo, Arminio cogliendo tutte le opportunità che il deserto attuale offre. 

Per Arminio bisogna 

creare un’attenzione che non sia devastante, omologante. L’Appennino ci interessa operoso ma anche inoperoso, ci interessa per quello che c’è ma anche per quello che non c’è.

L’Appenino è l’otium della trasformazione umana della natura e della sua contemplazione, non il negotium forsennato di una Milano industriale e finanziaria. E non si può dire che uno sia migliore dell’altro, semplicemente esprimono necessità diverse e hanno bisogno di politiche specifiche. Per Ferretti invece “non c’è speranza”, poco da farci. “Tutto si sta sgretolando” perché quei lavori duri, intensi e quotidiani di cura del territorio da alcuni decenni non li fa più nessuno, “massima aspirazione è la funzione turistica”, la museizzazione dei paesi e dei monti, e dove tutto è arido niente può crescere.

Due visioni diverse, per certi versi contrapposte, ma affini nell’individuare che finché qualcuno ancora sarà sugli Appennini, quei popoli che l’hanno abitati per secoli, perfino millenni, sopravvivranno in un mondo che non è più fatto per loro ma continuerà a ospitarli volente o nolente. Quasi a richiamare il motto di Gramsci, la montagna oggi vive nel pessimismo della ragione e nell’ottimismo della volontà. Qualcosa si può fare, si deve fare per non condannare a morte un importante porzione del territorio nazionale, e la città deve dare il suo contributo. Leggere L’Italia profonda ci aiuta a ricordarlo.