“Sistema Cuneo” nel risiko bancario

Stefano Rizzi lospiffero.com 26.6.19

Uomini e reti di potere della Granda centrali nella partita delle fusioni. Con i soldi della torinese Crt Quaglia blinda l’amico di CrC Genta in Ubi promessa sposa a Bpm. La cena alessandrina nel Palazzo del Governatore tra tartine e poltrone

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Avviso ai naviganti che incrociano la rotta finanza e potere tra Cuneo e Torino: segnare sull’agenda la data del 10 luglio. Alla sera, per un ristrettissimo gruppo di ospiti attovagliati nel cortile del Palazzo del Governatore, sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, il piatto forte sarà la fusione tra Ubi Banca e Banco Bpm.

Occasione formalmente casuale, la cena annuale che per la prima volta avrà come padrone di casa il neopresidente della fondazione, il notaio Luciano Mariano succeduto pochi mesi fa a Pierangelo Taverna, per ragionare tra protagonisti del ruolo dei piemontesi nel futuro matrimonio tra la banca che in Piemonte ha 166 filiali di cui 97 nella Granda, eredità della Banca Regione Europea a sua volta erede della storica Cassa di Risparmio di Cuneo e l’istituto di credito nato dalla fusione tra Banco Popolare (ex Popolare di Novara) e Banca Popolare di Milano, che incorporò tramite la Banca di Legnano un’altra Cassa di Risparmio, quella di Alessandria.

Si cena in terra mandrogna, ma si fa bollire in pentola altrove: un po’ a Cuneo dove il presidente della fondazione Giandomenico Genta – uno dei commensali la sera del 10 luglio insieme ai vertici di Banco Bpm, al numero uno di Fondazione Crt Giovanni Quaglia e del suo omologo astigiano Maio Sacco – qualche legittimo timore di vedere ridimensionato il suo peso in un’Ubi Banca fusa con Bpm lo nutre. Motivo per cui si è rivolto a Torino, dove il suo amico saldo al timone della corazzata di via XX Settembre si è già mosso con debito anticipo per evitare che ciò accada. Un asse solido quello tra Genta e Quaglia come si vedrà più avanti. 

L’aiuto alla cassaforte della Granda, ma ancor più al suo potere e alle poltrone all’interno della futura banca frutto della prossima fusione, si è materializzato nell’acquisto di azioni di Banco Bpm da parte della fondazione presieduta dal cuneese Quaglia. Forse esagera o forse no chi, come uno dei consiglieri di via XX Settembre, la spiega in termini molto crudi e altrettanto duri dicendo che “si aiuta Cuneo con i soldi dei torinesi”.

Una critica aspra che poggia anche sulla a dir poco scarsa redditività di quei titoli, peraltro ammessa dalla stessa fondazione nella relazione al bilancio dove si spiega che “L’elevato livello degli accantonamenti su crediti, legato proprio alle cessioni di non performing loans e altri accantonamenti prudenziali, non hanno consentito la distribuzione del dividendo relativo all’esercizio 2018”, pur confidando che “la normalizzazione degli accantonamenti e la generazione di capitale dovrebbero consentire il ritorno ad una adeguata redditività nel 2019 e quindi la distribuzione del dividendo”.

Non rendono, ma servono, quegli oltre 40 milioni di azioni: sono pronti a fare massa critica con quel 5,9% di Ubi Banca in pancia della fondazione presieduta da Genta, approdato alla plancia di comando dopo essere stato anch’egli nel cda di Crt, quando verrà il momento della fusione. Un processo “inevitabile, se l’obiettivo è crescere ancora”, per il ceo di Bpm Giuseppe Castagna. Un matrimonio ai cui preparativi si sta lavorando, tra speranze e preoccupazioni. Di quelle che aleggiano a Cuneo da dove nel cda di Ubi Banca Genta ha piazzato lo scorso aprile l’ex presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello e la docente di Economia Aziendale all’Università di Torino Francesca Culasso, ma legata alle origini famigliari in quel di Scarnafigi, si è detto.

Le manovre per fugarle non dicono solo questo scopo, ma nei fatti attestano ulteriormente il rafforzamento di quello che con una mutuata e un po’ abusata espressione si potrebbe definire il Sistema Cuneo. Sempre più forte non solo sul fronte politico, ma anche in quello della finanza.

Potere e poltrone da salvaguardare, costi quel che costi verrebbe da dire. Non certo irrilevante, per questo, sarà quel che si diranno protagonisti e comprimari di rango tra un paio di settimane ad Alessandria. Dove sul tavolo, tra una tartina e un prosecco, probabilmente finirà anche il ragionamento su come reinvestire quei milioni che la fondazione astigiana ricaverà dalla cessione di una parte del suo 37,82% del capitale della Cassa di Risparmio di Asti, ritenuto eccessivo e quindi da ridurre a circa il 32% per consentire l’ingresso delle Fondazioni di Biella e Vercelli in seguito all’operazione per attribuire il pieno controllo da parte di CR Asti di Biver Banca.

La presenza, alla cena, dei vertici di Bpm chissà non porti la cassaforte astigiana a investire proprio lì, nell’istituto a sua volta detentore del 13,65% del capitale della Cr Asti, quelle risorse aggiungendo peso piemontese alla banca presieduta da Carlo Fratta Pasini e nel cui consiglio, con il ruolo di presidente del comitato nomine, Carlo Frascarolo rappresenta la fondazione alessandrina. Pronta ad apparecchiare la “cena del cortile” durante la quale si ragionerà di come conquistare poltrone comode al prossimo pranzo di nozze.