Concorsi truccati? Non è una novità

Cristina Caminiti – 30 Giugno 2019 lintellettualedissidente.it

Un’inchiesta della Digos ha recentemente gettato luce sull’illegalità con cui venivano svolti i concorsi nell’Università di Catania, ma non si tratta di un’eccezione, bensì di una spiacevole regola, secondo cui si fa carriera solo se si hanno le conoscenze giuste, non certo il merito.

Le università italiane non si smentiscono e la grande lobby del clientelismo continua a maturare i suoi riprovevoli frutti. A confermare il sistema corrotto universitario è stata proprio Catania col notizione dei concorsi truccati che hanno visto la sospensione del rettore dell’ateneo Francesco Basile insieme all’allegra combriccola di nove professori, ognuno ricoprente ruoli rilevanti all’interno del Dipartimento. L’indagine, avviata nel 2016 dalla procura insieme alla Digos, ha portato alla luce ben 27 concorsi dirottati di cui 17 per professore ordinario, 4 per professore associato e sei per ricercatore, oltre ad aver condotto al sorpresone del coinvolgimento di altri quaranta docenti di diversi atenei di tutta Italia: Bologna, Cagliari, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona. Le accuse, di vario titolo, sono di “corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione per l’esercizio della funzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, falsità ideologica e materiale connessa al pubblico ufficiale in atti pubblici, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente” e non possono certo mancare l’abuso di ufficio e la truffa aggravata.

La novità? Nessuna. È un sistema che ormai vige nei complessi universitari che invece di promuovere la meritocrazia – concetto che, se urlato, rimane appeso al vuoto – fornisce gli strumenti per arrendersi al nepotismo e al clientelismo. In realtà, la notizia in sé non ha dell’incredibile visto che ormai siamo abituati a sentirne parlare ogni due per tre; ciò che però indigna è il fatto che tali questioni sembrino rimbalzare come giochini di gomma lanciati sui muri che si staccano e tornano indietro. Insomma: una toccata e fuga per poi sparire nell’universo ignoto della magistratura.

Di concorsi pilotati e di “cessione al potere” ne è piena la penisola e non tutte le denunce pare riescano ad emergere come nel caso di Catania. Nell’ateneo siciliano, in particolare, non solo docenti e rettori, ma abbiamo anche la strana complicità degli studenti, i quali facevano recapitare i “pizzini” con i nomi dei presunti privilegiati ai professori. Rassegnazione o comodità di ottenere futuri favoritismi nella carriera universitaria?

Tutti sanno, tutti si adeguano. Ormai la “cosa universitaria” è chiara un po’ ovunque: si conoscono già i vincitori dei concorsi, quindi si attuano degli schemi atti a favorire amici, figli e parenti e si procede con l’assegnazione di posti come professori ordinari o associati, ricercatori, amministrativi e commissari. E chi vorrebbe dileguarsi da questo baronaggio si becca le dovute sanzioni, come ad esempio i ritardi nella progressione della carriera – proprio ciò che accadeva a Catania. È una sorta di mercanzia dei posti quella che vige negli atenei, dove gli stronzi da abbattere sono i meritevoli, quelli che dopo anni di sacrifici e ottimi risultati avrebbero il diritto di ottenere il posto che meritano, appunto.

Ma se, mettiamo il caso, la soluzione fosse quella di cambiare la cultura universitaria denunciando le distorsioni durante i concorsi – e mettiamoci anche gli esami – e di introdurre la figura del responsabile anticorruttore per la gestione della trasparenza, il sistema delle caste universitarie siamo sicuri che cambierebbe? O sarebbe solo un buco nell’acqua?

Fatto sta che l’estate è arrivata e, come diceva qualcuno, gli esami, anzi i concorsi, sono già stati comprati. Che la magistratura, allora, faccia davvero il suo corso, quello giusto, e prenda la palla al balzo per dare un’effettiva soluzione e un senso al termine meritocrazia. Altrimenti, perché vantarci delle eccellenze negli atenei italiani?