Se l’euro si rafforza cala la paga dell’operaio

MAURO SPIGNESI caffe.ch 30.6.19

Non solo salari in valuta estera ma anche legati al cambio
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Tutto è cominciato dopo che, nel gennaio 2015, la Banca nazionale ha annunciato a sorpresa l’abolizione della soglia minima di cambio di 1,20 franchi per 1 euro, in vigore dal 2011. Da allora ci sono state diverse aziende, piccole e grandi, che hanno ancorato i salari dei frontalieri al cambio medio del mese. Con la motivazione di garantire ai lavoratori un identico potere d’acquisto. Pur inserendo nelle buste paga una somma in franchi che, in pratica, viene calcolata al tasso di cambio medio del mese. 
Al lavoratore capita dunque di vedere il suo guadagno salire o scendere, secondo le oscillazioni del mercato. In un’azienda del Bellinzonese, ad esempio, solo con un rapporto franco-euro a 1.15-1.20 non avviene alcuna riduzione in busta paga. Se invece il cambio è a 0.90-0.95 la riduzione è del 18.75%. Ma questo è solo uno dei tanti casi. Perché in questi anni ne sono emersi altri. Una pratica che ha portato diversi lavoratori a opporsi. Tanto è vero, come spiega l’avvocato specializzato in diritto del lavoro Costantino Delogu (vedi articolo sotto), molte cause sono ancora aperte, in attesa di un pronunciamento dell’autorità giudiziaria. 
Autorità giudiziaria che più volte si è espressa invece per un altro fenomeno, quello dei salari in euro. E le decisioni non sono state univoche. Sino a quando non è intervenuto il Tribunale federale che nel gennaio scorso ha detto, in sintesi, che se un lavoratore accetta una modifica contrattuale e dunque la paga in euro non può poi chiedere il rimborso. Una decisione che tuttavia ha lasciato molti nodi ancora da sciogliere. “Noi ci siamo sempre opposti e continueremo ad opporci ai pagamenti di salari in euro”, spiega Dario Cadenazzi, sindacalista di Unia. Proprio Unia ha più volte sollevato il problema della valuta estera nei rapporti di lavoro. “Al di là della tendenza e al di là del nodo della legalità – prosegue -, questo sistema degli stipendi in euro nasconde il rischio di una speculazione sul cambio. Poi, c’è una questione di principio: siamo in Svizzera e i rapporti di lavoro si snodano lungo la linea della moneta nazionale. Altrimenti si creano discriminazioni”. Secondo l’Unione sindacale svizzera (Uss), poi, pagando i salariati in euro l’azienda in un certo modo carica il rischio del cambio sui dipendenti. E la giurisprudenza vieta le riduzioni salariali sotto forma di partecipazione al risultato negativo di un’azienda.
Anni fa la prima a chiedere di poter pagare salari in euro era stata la Società svizzera degli albergatori che, come capita nell’edilizia o nel settore industriale, fa ampio ricorso a manodopera frontaliera. E subito era emerso il problema della parità di trattamento. Un problema sul quale si è discusso anche in Gran consiglio. L’unica clausola che consente il pagamento solo in franchi è stata inserita in pochi contratti collettivi. “Il problema è che spesso questo sistema, come altri, viene imposto ai lavoratori – spiega Giovanni Scolari dell’Ocst -, soprattutto quando le organizzazioni sindacali non sono partner contrattuali. E dunque non possono intervenire. Quando noi riceviamo un mandato invece intavoliamo subito un confronto con la controparte”.
“A livello strettamente amministrativo – nota Stefano Rizzi, direttore della Divisione economia – noi possiamo soltanto intervenire per verificare se nei contratti normali vengono rispettati i minimi salariali. Negli altri casi, cioè nei settori dove c’è un contratto collettivo, sono le commissioni paritetiche che fanno questo lavoro”.