Bankitalia: indipendenza alla maniera tedesca

Clara Rosati – 3 Luglio 2019 lintellettualedissidente.it

Cerchiamo di capire meglio cosa comporterebbe l’approvazione del DDL 1332, proposto dal Senatore Alberto Bagnai, e quali sarebbero le conseguenze per Bankitalia.

Si narra di una maggioranza in continua crisi, ma nelle questioni cruciali, come la riforma sulla governance di Bankitalia, c’è una forte coesione tra grillini e leghisti. La linea ispirata dal presidente della Commissione finanza del Senato, Alberto Bagnai, si è tradotta nel DDL 1332 firmato dai capigruppo di maggioranza Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5S). Il disegno di legge non ha come scopo ufficiale quello di ledere la sacra indipendenza di Banca d’Italia, ma di rivedere la modalità di nomina dei vertici.

Il ddl mette in evidenza che un ruolo attivo del parlamento o del governo nella designazione dei vertici della propria banca nazionale non ne compromette l’indipendenza. A riprova di ciò, prende in analisi gli ordinamenti delle autorità di vigilanza degli altri Paesi del sistema europeo delle banche centrali (Sebc) in cui ciò avviene. È importante precisare che nell’articolo 130 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea(TFUE) si vieta alla Banche nazionali di “accettare istruzioni […] dai governi degli Stati membri o da qualsiasi altro organismo”, ma non si esprime alcuna restrizione sulla modalità di designazione dei vertici.

Ed è proprio su questo che il governo giallo-verde gioca la sua partita. Una partita in cui non ha un ruolo da fantasista, semplicemente segue le orme tracciate precedentemente dagli altri Stati membri. Lo scopo?

Evitare che attraverso l’indipendenza si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo dei poteri delle democrazie liberali.

A conferma di ciò, ricordiamo che in 8 delle 19 banche centrali dell’Eurozona, il Parlamento è coinvolto in forme più o meno penetranti nella nomina dei membri del direttorio, in altri 7 casi è coinvolto, a vario livello, il Governo. Ci sono, inoltre, dei sistemi intermedi, come quello della Bundesbank, in cui tre membri sono di nomina governativa e tre parlamentare.

L’Italia ha rappresentato, fino a questo momento, un’eccezione nel panorama europeo della gestione delle nomine. Ed è per questo che il governo sta cercando, per utilizzare una espressione di renziana memoria, di “fare i compiti a casa”. E si ispira proprio alla prima della classe: la Germania. Ma quali sono i cambiamenti proposti?

Roma, via Nazionale: Palazzo Koch, sede di rappresentanza della Banca d’Italia

Oggi soltanto il Governatore di Bankitalia è di nomina governativa, disposta con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il parere del Consiglio superiore di Bankitalia, un organismo con poteri di vigilanza, composto da 13 membri esterni scelti dall’assemblea dei soci. Con la riforma il Consiglio perderà il suo ruolo di rilievo e verrà esautorato da tutte le procedure riguardanti la nomina dei membri del direttorio, ovvero: governatore, direttore generale e tre vice.

Il ddl prevede, infatti, che il Governatore, il dg e uno dei vice siano nominati su proposta del Premier e che gli altri due vicedirettori siano eletti: uno dalla Camera dei Deputati e uno dal Senato della Repubblica con voto segreto. Intento di tale progetto è quello di restituire al Parlamento e al Governo un ruolo centrale (nelle nomine) che può legittimamente reclamare senza violare nessun Trattato ed in piena conformità con gli altri paesi dell’Eurozona.

La questione è più complessa per quanto riguarda lo Statuto di Bankitalia, che in base al ddl, potrà essere modificato soltanto dal parlamento, esautorando in questo modo l’assemblea dei soci. Questa sembra essere una novità prettamente italiana, in quanto negli altri Paesi europei, tale ruolo spetterebbe agli organi interni degli istituti. La BCE potrebbe non apprezzare questa proposta: si sa, l’originalità italiana va bene quando si tratta di cibo, arte e poesia, ma va sempre tenuta sotto controllo nelle questioni bancarie. I firmatari giustificano questa presa di posizione citando il noto giurista Santi Romano, secondo il quale:

la potestà di ordinarsi, di agire e di tutelare il proprio ordinamento spetta solo ad una figura soggettiva del potere, ovverosia allo Stato.

Non si vuole perciò cedere a soggetti pubblici fortemente dipendenti da autorità sovranazionali, come la Banca d’Italia, una potestà normativa non in linea con lo spirito costituzionale. L’intento è quello di “salvaguardare l’indipendenza istituzionale della Banca d’Italia, evitando, al contempo, che sia la medesima ad operare le eventuali modifiche al proprio Statuto, conferendo tale ruolo alla legge”. Insomma, l’indipendenza di Bankitalia perde il suo alone di sacralità, ma lo fa nel pieno rispetto dei Trattati. La discussione in Senato inizierà a partire dal mese di luglio, quando la BCE si esprimerà in merito al disegno di legge, aspettando il parere di Draghi guardiamo alle ansie degli esperti che vedono in questo progetto un altro passo verso la tanto temuta uscita dall’euro.