Aut Carola aut Marx

Alessio Mannino – 5 Luglio 2019 lintellettualedissidente.it

Il dramma dell’immigrazione non si risolverà con gli slogan degli immigrazionisti o con la bile social dei sedicenti patrioti, ma attaccando alla radice il problema: la globalizzazione.

Immigrazionisti da sbarco e anti-immigrazionisti da questura hanno un inconsapevole interesse in comune: che l’immigrazione, anziché un processo storico con le sue cause, i suoi responsabili e le sue conseguenze, modificabile come tutto ciò che è storico e umano, prosegua invece il suo corso di “fenomeno” semi-naturale che si può governare o contenere, ma non mai criticare alla radice e contrastare alla fonte. Questa radice e questa fonte hanno un nome preciso: globalizzazione, che altro non è che il portato di strategie geopolitiche e dinamiche economiche originate dall’industrializzazione prima, e dalla finanziarizzazione del mondo poi. 

Un sistema di dominio fattosi ideologia, che ha partorito l’ecumenico e idealizzante diritto di migrare per giustificare la cruda e brutale necessità di popoli colonizzati nei mezzi di sostentamento e nell’immaginario. L’Occidente esportato ovunque, con le buone o con le cattive: ecco cosa ha provocato il sistematico esodo di sfruttati che fuggono dalla miseria nera del “sottosviluppo” per trasferirsi nella povertà grigia dello “sviluppo”. Il modello è identico: tutti lavoratori, tutti consumatori, tutti servi. Naturalmente felici di servire il Capitale, che deve circolare come circolano le merci e come devono circolare le merci umane sul mercato degli umani. Perché nel capitalismo, l’essere umano questo è: una cosa. Il vecchio Karl Marx, in questo senso, aveva e ha ancora ragione, a invitare i proletari di tutto il mondo a unirsi. 

Come individuo, è legittimo che il proletario africano sogni di strappare un po’ del benessere materiale conquistato in due secoli dal proletario europeo. Ma cade così nell’inganno dei suoi sfruttatori: lasciar campo libero nella sua terra a chi ne fa una fabbrica di estrazione della ricchezza per ingrossare le fila di chi, nel cuore dell’Occidente, è in fila per un posto a tavola, dove gli sarà concesso quel tanto che deve bastare per alimentare il meccanismo produzione-consumo. Volendo sempre seguire lo schema marxiano, la classe degli alienati è uguale, là come qua, come è uguale la classe nemica che oggi va di moda chiamare élite. Certo, con le differenze di reddito e costumi che li rendono diversi, ma diversi in un medesimo rapporto: il rapporto che si ha fra chi, nel sacrificare l’esistenza pur di accaparrarsi le briciole del banchetto, ci perde più di quel che ci guadagna. 

Padroni a casa nostra dovrebbe significare, fuori da ogni infame e stupido razzismo, padroni ciascuno a casa propria. Perché, con buona pace dei cosmopoliti d’accatto, avere una casa fa parte dei beni naturali di un uomo che sia uomo, e non un indice produttivo funzionale alla forza-lavoro (quante volte sentiamo presunti realisti di destra e sedicenti samaritani di sinistra, per tacere dei bravi pastori cattolici, considerare l’immigrato una risorsa per tappare i buchi della sterile demografia occidentale: la teoria della “sostituzione” ce l’hanno in bocca ogni giorno, prima che gli identitaristi sovente troppo ancorati al passato, i loro avversari, i paladini dei flussi interessati e dell’accoglienza universale). 

Per tornare ad essere signori della propria vita, esattamente come insegnava il barbuto di Treviri, i dominati devono prendere coscienza di costituire un soggetto, una classe, oltre i confini degli Stati ma rispettando i confini fra nazioni – questo è il significato originario di inter-nazionalismo, che non ha nulla a che fare col globalismo – alleandosi contro il nemico comune: i dominatori e le loro mosche cocchiere, i profittatori palesi e i difensori ciechi dell’abolizione di ogni confine verso un pianeta trasformato in un unico supermarket di docili schiavi in buona fede, convinti di vivere nel migliori dei mondi possibili. Un Brave New World che Aldous Huxley ha magistralmente descritto nel suo libro-profezia del 1932 – che ovviamente nessuno fa leggere a scuola, dove si preferisce imbottire il cervello dei ragazzi con la letteratura che non parla in presa diretta dell’oggi, ma solo dello ieri, dell’altro ieri e dello stra-ieri. 

Fratelli stranieri, venendo qui passate da una catena all’altra. E’ vero, non possiamo darvi nessuna lezione, ma finché voi da un lato migrerete e noi dall’altro succhieremo il sangue ai vostri Paesi, nessuna liberazione sarà possibile. Lo diciamo consci che l’intero edificio del capitalismo globale si regge sul depredare quel che è vostro. Thomas Sankara lo aveva capito, e ci è morto. Muhammar Gheddafi aveva tentato la via panafricana sganciando lo scambio di petrolio dal dollaro, e anche per questo è finito com’è finito. Kemi Seba, africano dell’anno nel 2017, si sgola nel predicare la rinascita dell’orgoglio africano. Il presidente dell’Unione Africana, Paul Kagame, ha denunciato la politica del business umanitario, e in Europa nessuno se l’è filato. In Italia i sedicenti patrioti (“prima gli italiani!”- sì, ma quali?) si occupano soltanto dell’ultimo anello della catena di cui sopra. E martirizzano, facendo loro un favore, una Ong e la capitana della sua nave, che pur con tutta la spinta etica che le si riconosce ha messo in atto una scelta politica ben precisa (altro che Antigone…). Ma guai, non sia mai affrontare pubblicamente le motivazioni degli arrivi. L’Unione Europea, questa truffa ben congegnata, come al solito non pervenuta. 

E gli europei, impoveriti ma non ancora poveri, che fanno? Comprensibilmente, ma privi di lungimiranza, temono e odiano gli “invasori”, nei casi più patetici facendo su internet i razzisti da tastiera. Come se fossero gli immigrati, compagni di sfruttamento, i colpevoli in prima persona, singolarmente e in senso morale, della compressione delle paghe, dell’inesistente ribellismo dei giovani precari e della perdita di identità religiosa e tradizionale di un’Europa che pensa solo all’euro, da un pezzo americanizzata e globalizzata come una qualsiasi opulenta e squallida periferia di un qualunque punto dell’angosciato e debosciato Occidente. 

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