I migranti nel Magistero dei Papi del passato

Laura De Luca aleteia.org 6.7.19

La figura del migrante, del profugo, ha cambiato peso e ruolo nel tempo. Oggi il fenomeno è globale; un tempo interessava aree più ristrette del pianeta. In ogni caso, sempre il Magistero della Chiesa è stato attento a chi, per fame o per guerra, è costretto a fuggire dal proprio Paese. Un fenomeno quindi che è sempre stato nel cuore della Chiesa

di Laura De Luca

Ogni epoca della storia umana testimonia drammatiche epopee di migrazioni. Ogni epoca ha i migranti e i profughi che le spettano e che in qualche misura la raccontano. Durante la guerra si chiamavano “sfollati”, e molti si rifugiavano a Roma, città aperta, dove li accoglieva Papa Pio XII12 marzo 1944.

“Nella desolazione che vi ha privati della felicità domestica, voi, diletti figli e figlie, che le presenti calamità hanno costretti ad andar dispersi, raminghi, senza focolare, forse separati gli uni dagli altri delle vostre stesse famiglie, spesso ignari e vaganti senza notizie di coloro, a cui il sangue e l’amore maggiormente vi legano, inquieti per la loro sorte, come essi sono trepidanti per la vostra; voi, però, a cui la fede addita un Padre celeste, che ha promesso a quanti lo amano di volgere tutto al bene, anche le cose più gravose ed amare (Cf. Rom., 8, 28) ; voi siete oggi venuti, attratti e sospinti da filiale impulso, a ricevere dal Vicario di Cristo una parola di benedizione e di conforto”.

L’orizzonte di Papa Pio XII, che invano aveva tentato di scongiurare il conflitto, era per il momento proprio entro le mura della capitale. Per tutti coloro che riparavano all’ombra del “cuppolone” chiedeva aiuto e sostegno…

“…in quest’ora particolarmente grave per la tanto martoriata Città di Roma, dilacerata nelle vive carni dei suoi abitanti orribilmente uccisi, mutilati o feriti, e ove più acute si sono moltiplicate le sofferenze e più impellenti e quotidiani i bisogni, Noi preghiamo di nuovo, supplichiamo, scongiuriamo quanti posseggono mezzi per venire in aiuto, sia con offerte materiali, che col lavoro e con la prestazione dell’opera, di non negare il loro efficace contributo e concorso a così urgente e caritatevole azione”.

Dopo la guerra, al momento della necessità di ricostruire, il profugo, il migrante, cambia volto. Non è più lo sfollato da città bombardate, ma è il padre di famiglia il cui Paese ha perso la guerra, che cerca sostentamento, spesso oltre oceano, verso le Americhe, o verso quei Paesi europei vincitori, o verso aree più ricche della sua stessa nazione. Lo stesso Pio XII ha ben presente il fenomeno, tanto da promulgare, nell’agosto del 1952, la Costituzione apostolica Exsul Familia sugli aspetti pastorali e religiosi dell’emigrazione. Ne parla Papa Giovanni XXIII al decennale della pubblicazione di quel documento.

“Di fronte all’accentuato nomadismo dei popoli, e ai nuovi bisogni spirituali da esso causati, il Nostro Predecessore di v. m. Pio XII volle dare stabile e compiuta organizzazione all’assistenza degli emigranti, sia lungo le vie di terra e di mare, sia nei luoghi di destinazione. Con alta saggezza tale opera, che si irradia da Roma, fu sottoposta alla amabile direzione dei Vescovi. Numerose istituzioni si sono ramificate nel mondo: il sacerdote è venuto a trovarsi accanto agli emigranti, sulle navi e negli aeroporti, come nelle varie località di lavoro”.

E’ il 5 agosto 1962. Due anni prima, il regista Luchino Visconti aveva portato sul grande schermo il dramma della migrazione dal sud al nord Italia con il suo capolavoro Rocco e i suoi fratelli.

“Ancora una parola. Essa vuol toccare il delicato problema delle migrazioni interne, che va assumendo proporzioni sempre maggiori. La diversità di risorse e di condizioni economiche tra zona e zona di uno stesso paese, tra città e città, ha causato un flusso costante, che presenta innegabili vantaggi e difficoltà”.

Vantaggi e difficoltà: alla lungimiranza di Papa Paolo VI, attento a tutti i fenomeni della modernità, non sfuggono né gli uni né le altre, ovvero le molteplici conseguenze spesso di segno opposto delle migrazioni forzate, come già rilevato da Papa Giovanni. 24 novembre 1963… Radiomessaggio per la Giornata dell’Emigrazione

“Questi spostamenti di popolazioni, resi facili e rapidi dai mezzi moderni di comunicazione, hanno incidenze d’ogni genere sulla nostra società; e se una è positiva, quella economica, molte altre sono, almeno al principio del fenomeno emigratorio, negative, specialmente per quanto riguarda gli animi degli Emigranti, avulsi dai loro ambienti, e non ancora assorbiti organicamente e spiritualmente negli ambienti nei quali sono arrivati. Noi guardiamo in modo particolare a ciò che gli Emigranti soffrono in tali loro spostamenti: soffrono un trauma spirituale e morale, che turba ogni interiore giudizio, e mentre nei loro animi si insinuano aspirazioni d’ogni genere, tra le quali una è buona e degna, quella d’una migliore condizione di vita, una facile confusione di idee si produce, nella quale sono scossi i principii, sui quali si fondava l’onestà, la normalità, la umanità della loro psicologia. Quanti Emigranti perdono così ogni abitudine religiosa, quanti sentono avversione e rancore verso la società, nella quale ancora non hanno un posto ordinato e soddisfacente, e quanti sono sconvolti negli stessi affetti familiari dalla tristezza delle condizioni in cui si trovano e dall’insorgenza di disordinate passioni!”

Negli opulenti anni ottanta, il fenomeno migratorio globale non è ancora esploso. A fine decennio, dopo la caduta del muro di Berlino, iniziano timidamente a oltrepassare la vecchia cortina di ferro manipoli di coraggiosi in cerca di migliori condizioni di vita verso l’occidente liberale. Ciò che preoccupa la chiesa è che nei paesi di destinazione non si trovino spaesati e demotivati… Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, 26 ottobre 1989. Giovanni Paolo II ha a cuore i migranti “di casa nostra”…

I migranti cattolici, che confluiscono da ogni dove in una determinata Chiesa particolare, non devono ritrovarsi abbandonati a se stessi. Essi entrano a far parte della Chiesa “impiantata” in quel territorio in cui sono giunti. Devono perciò essere assistiti con una pastorale specifica e adatta per loro. (…)Ogni Chiesa particolare, pertanto, dovrà sentirsi impegnata a coltivare la pedagogia dell’accoglienza e ad esercitare la solidarietà verso i migranti. (…)Ma la pastorale specifica per i migranti, se vuol evitare il rischio di ridursi a pastorale per emarginati, deve favorire il costituirsi di vere comunità etniche, in cui la fede possa essere vissuta, espressa e trasmessa; è al loro interno, infatti, che essa trova la sua più valida difesa contro l’invadenza del proselitismo religioso. Tali comunità etniche appartengono a pieno titolo al tessuto ecclesiale e contribuiscono, assieme alle altre, alla costruzione del Regno di Dio”.

E’ solo con il terzo millennio, con il dilagare della globalizzazione, che il migrante cambia volto, e che il problema si impone in tutta la sua drammaticità a livello mondiale, coinvolgendo stati e determinando le stesse politiche nazionali e internazionali. Ne è testimone Papa Benedetto XVI. Discorso ai partecipanti al VI Congresso mondiale per la pastorale dei migranti e dei rifugiati.

“Se il fenomeno migratorio è antico quanto la storia dell’umanità, esso non aveva mai assunto un rilievo così grande per consistenza e per complessità di problematiche, come al giorno d’oggi. Interessa ormai quasi tutti i Paesi del mondo e si inserisce nel vasto processo della globalizzazione. Donne, uomini, bambini, giovani e anziani, a milioni affrontano i drammi dell’emigrazione talvolta per sopravvivere, più che per cercare migliorate condizioni di vita per sé e per i loro familiari. Si va infatti allargando sempre più il divario economico fra Paesi poveri e quelli industrializzati. La crisi economica mondiale, con l’enorme crescita della disoccupazione, riduce le possibilità di impiego e aumenta il numero di coloro che non riescono a trovare neppure un lavoro del tutto precario. Tanti si vedono allora costretti ad abbandonare le proprie terre e le loro comunità di origine; sono disposti ad accettare lavori in condizioni per nulla consone alla dignità umana con un inserimento faticoso nelle società di accoglienza a causa della diversità di lingua, di cultura e degli ordinamenti sociali”.

 

Qui l’originale di Vatican News