SPILLO/ Perché lo spread è a 200 e non a 60 come in Spagna?

Servirebbe più convergenza tra i paesi dell’Eurozona. Cosa che sembra impossibile se l’Europa core non cambia atteggiamento verso la periferia

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La domanda che oggi dovremmo farci è come mai lo spread sia a 200 e non a zero o non come quello spagnolo a 60. È chiaro che un’unione monetaria che ha al suo interno tali differenze determina per i Paesi con uno spread “alto” uno svantaggio competitivo che non può essere recuperato o controbilanciato in nessun modo. In un’unione monetaria in cui ci sono gli “spread” si drenano risorse dalla periferia al centro. 

Prendiamo l’esempio italiano. Oggi un’impresa italiana ha costi di finanziamento superiori a quelli di un’impresa tedesca, tasse superiori e non può contare su maggiori politiche anticicliche. È una competizione che forse si può sostenere per qualche anno, non certo per diversi cicli economici. Siccome poi alcuni stati possono fare più politiche anticicliche di altri, non hanno rischi sulle proprie banche perché lo Stato può “salvare”, anche i risparmi fluiscono dalla periferia al centro soffocando le economie locali per mancanza di risparmio.

Che un’unione con queste caratteristiche non sia funzionale è considerato pacifico. Infatti, oggi il tema è la convergenza futura in cui ridotte le differenze si potrà parlare di debiti europei e di garanzia ai depositi bancari europei. È chiaro che strumenti di questo tipo sono necessari per far funzionare l’unione, ma oggi non ci sono. Oggi non ci sono perché i Paesi “core” prima vogliono che le banche italiane siano pulite e prima vogliono che i debiti statali siano uniformati. In teoria fila tutto liscio. Il problema è semplicissimo: come fa un’economia, anche con le migliori intenzioni, a portarsi in pari se nel frattempo deve competere con lo stesso cambio e senza possibilità di alzare barriere commerciali, avendo uno spread, tasse più alte e minore possibilità di politiche anticicliche che a ogni crisi divaricano ulteriormente la performance? Questa convergenza non può ovviamente avvenire tanto più se si deve competere senza una mano in un ring dove giocano società ottime.

L’Italia dovrebbe pulire le sue banche facendo pagare ai suoi risparmiatori con il bail-in, fare austerity perpetua assieme a una patrimoniale colossale. A quel punto potrebbe essere concessa la convergenza europea. Con il piccolo dettaglio che nel frattempo l’Italia sarebbe un deserto di uomini e imprese.

Oggi il tema si ripropone. Christine Lagarde, da ministra dell’Economia francese, nel 2010 spiegava che il salvataggio greco e irlandese avvenne con una violazione deliberata delle regole dell’Unione europea. Si sono violate le regole europee per “salvare” la Grecia. Ovviamente il salvataggio non è avvenuto per fare un favore ai greci. Il salvataggio è avvenuto per due motivi: salvare i creditori improvvidi della Grecia e cioè le banche tedesche e francesi, non sia mai che i risparmiatori dei quei due Paesi paghino per gli errori dei loro manager bancari, e per salvare l’euro. Questo mentre ancora nel 2019 si osa senza alcuna decenza spiegare la crisi bancaria italiana senza citare due recessioni come non si vedevano dal 1929 in meno di cinque anni. Chi spiega questi passaggi senza queste sottolineature non può essere credibile.

Perché la Grecia non poteva uscire dall’euro? Perché tutta la costruzione dell’euro si basa su un grande assunto non dimostrato. Non c’è un singolo economista che si sia occupato dell’unione monetaria, a partire da quel noto sovranista di Soros, a non essersi accorto che i difetti di costruzione dell’euro sono la rovina della periferia e la fortuna del centro e che sono state trasferite risorse immense dall’introduzione della valuta comune. Il minore deficit degli ultimi dieci anni che è la metà di quello francese e cioè di un Paese che non metteva le sue banche e la sua economia in ginocchio nel 2009-2010 con deficit vicini al 10% viene lasciato con uno spread sopra i 200 punti. Eppure di prove di voler stare in Europa ne sono state date a iosa. Basti pensare che il 2012 e il Jobs Act sono avvenuti senza un giorno di sciopero. 

Il Governo Monti non è stato altro che il tentativo, goffo e mal eseguito, di pagare per una valuta che buona parte dell’Italia non si può permettere e in più senza avere dall’Europa core la sua parte dell’accordo e cioè più spesa e meno deficit commerciale interno. Allora torniamo all’assunto non dimostrato. L’assunto non dimostrato è che non c’è futuro fuori dall’euro e se c’è è sicuramente molto peggio di qualsiasi cosa ci sia dentro. Infatti, correttamente i mercati avevano compreso che l’uscita della Grecia avrebbe posto le basi per una rottura disordinata dell’euro. Un po’ perché se escono tutti allora si scatenano profezie autoavverantesi, un po’ perché se, per qualsiasi motivo, con la dracma crescono di più e hanno meno disoccupati chi tiene dentro gli altri? Capite bene che il problema di non avere più il marco tedesco e le dracme e non potersi più permettere viaggia alle Hawaii o master nella Ivy league è un problema da ricchi e di certo non da disoccupati.

Capiamo quindi cosa si stia mettendo in moto e che parte ha l’establishment che vuole salvare l’euro a tutti i costi e per quali interessi. Sicuramente non sono gli interessi dei disoccupati italiani o portoghesi o spagnoli che pure sono tantissimi. Esattamente come il salvataggio della Grecia non è stato fatto per i greci che oggi si trovano tassi di mortalità infantile del 30% superiori a quelli del 2007 e che all’andamento di oggi supereranno quelli di prima dell’introduzione dell’euro. Il salvataggio dell’euro avverrà al prezzo pagato dalla Grecia e che non è stato per i greci. L’alternativa è un tabù che non si deve neanche poter contemplare, neanche sussurrare, neanche pensare, di cui non si può neanche discutere perché la sola discussione fa “salire lo spread”.