Salvare Carige dalla liquidazione corsa a ostacoli per la cordata

i MASSIMO MINELLA Genova.repubblicait 7.6.19

Riprende quota l’ipotesi di un intervento sul modello-Venete. Unica alternativa il piano coordinato dal Fondo Interbancario con soci pubblici e privati. Ma la riunione di venerdì 12 è stata cancellata

Il termine ultimo per sottoporre a Bce un progetto di rilancio di Carige attraverso una robusta iniezione di liquidità è già stato fissato al 25 luglio. Per questo ogni giorno è prezioso. E per questo fa riflettere la decisione del Fondo Interbancario di cancellare la sua riunione già prevista per venerdì 12 luglio, aggiornandola a data da destinarsi. Fitd tornerà sicuramente a riunirsi entro la fine del mese, quindi in tempo utile per rispettare i limiti temporali imposti da Bce. Ma è un fatto che mentre riprende corpo l’ipotesi della liquidazione, con una soluzione sul modello delle banche venete, il soggetto chiamato a coordinare una cordata pubblico-privata per il rilancio di Carige decide di spostare un po’ più in là la sua assise.

Sulla carta nulla cambia, nel senso che l’ipotesi più probabile continua a essere quella dello Schema Volontario (che convertirebbe il bond da 318 milioni in capitale) più il Fondo Obbligatorio a cui si unirebbero il Credito Sportivo e la Malacalza Investimenti. Resta da capire se il Credito Sportivo, che è controllato all’80 per cento dal Mef, può intervenire direttamente nel capitale. Se non fosse possibile, allora l’intervento avverrebbe attraverso la sottoscrizione di prestito subordinato Tier2. La sostanza del rafforzamento patrimoniale non cambierebbe, visto che si sta parlando di una cifra attorno agli 800 milioni di euro che deriva dalla somma degli interventi del Fondo (totale, 500 milioni), del Credito Sportivo (200) e dei principali azionisti della banca (100).

Tutto però è in evoluzione, anche alla luce delle ultime mosse di istituti finanziari che hanno cominciato a muoversi attorno al dossier Carige. Il primo è stato Bper, attraverso il suo ad Alessandro Vandelli, che ha manifestato interesse per l’operazione Carige a condizione che «si neutralizzi l’impatto sul capitale», sul modello di quanto avvenne per le Venete.

«Quello che fu fatto con le banche venete rese l’operazione neutrale sotto il profilo patrimoniale per il soggetto che le ha acquisite — ha sottolineato Vandelli — quella condizione fu realizzata in un certo modo attraverso emissioni di cassa da parte dello Stato. Quindi oggi bisogna capire se ci sono le stesse condizioni per fare un’operazione di questo tipo».

Uno schema che non sembra nemmeno dispiacere a Unicredit che, peraltro, già si era fatto avanti lo scorso anno, accarezzando una simile soluzione. Il rischio, a questo punto, è che la liquidazione con passaggio “a costo zero” ad altra banca finisca per diventare il “benchmark”, come si dice in ambienti finanziari, cioè il punto di riferimento dell’operazione sopra il quale più nessuno si rende disponibile ad andare. Ma è davvero praticabile una soluzione così estrema? A sei mesi dal commissariamento sembrerebbe di certo una scelta inusuale. Sarebbe forse potuta scattare insieme al commissariamento, che era nato dopo la bocciatura dell’aumento di capitale da 400 milioni, a fine dicembre. Come accadde per le venete che dopo la crisi non procedettero all’aumento di capitale, aprendo così le porte alla decisione di procedere con la liquidazione, con lo Stato a farsi carico delle garanzie e Intesa a subentrare nel controllo con la spesa di un euro. Scenario differente, quello di Carige, banca dentro alla quale gli azionisti hanno finora immesso circa 3 miliardi di euro, un miliardo dei quali soltanto con l’ultimo intervento sul capitale, fra denaro fresco e cessioni. Il rafforzamento su cui si sta discutendo proprio in questi giorni consentirebbe di concludere l’operazione di rafforzamento, sottoponendo così il tutto a Bce. Che non si limiterebbe solo a valutare lo schema della cordata, ma vorrebbe anche valutare l’assetto di governance.