Btp: il rally non è ancora finito (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il 24 aprile Dhaval Joshi, che segue l’Europa per la Bca Research, diceva ai lettori di MF-Milano Finanza che i Btp erano da comprare, che erano un buon investimento e che lo erano sia in termini assoluti, sia in termini relativi. Domanda: e adesso che il rendimento del decennale è scivolato all’1,64%, facendo volare le quotazioni dei Btp? «Rimango positivo su questi titoli», risponde Joshi. «In termini relativi non vedo ragioni plausibili per cui essi debbano offrire un premio ragguardevole rispetto ai corrispondenti titoli del debito spagnoli o portoghesi».

Le ultime settimane sono state entusiasmanti per i Btp: dalla fine di maggio il rendimento del decennale è precipitato dal 2,66 all’1,64% circa. Solo questa settimana il tasso è scivolato da circa il 2,1% a circa l’1,64%. Il famoso spread con il Bund tedesco si è assottigliato in un mese di circa 80 punti. Il tasso decennale italiano è tornato ai livelli di marzo-aprile 2018, o poco sotto. Tutto ciò in risposta alla pace fatta tra il governo italiano e le autorità europee, che ha scongiurato la procedura d’infrazione, ma ancor di più sulla ritrovata spinta accomodante della Banca centrale europea. Il 18 giugno Mario Draghi annunciava che l’istituto di Francoforte era pronto a comprare nuovi titoli e a tagliare il costo del denaro. Frattanto svaniva la candidatura del tedesco Jens Weidmann a futuro presidente della Bce.

Weidmann era considerato dal mercato il cerbero custode dell’ortodossia monetaria, un uomo poco incline ad aiutare l’Italia, sicché la sua bocciatura è stata ben accolta dai detentori di titoli di Stato italiani. Infine è stata annunciata la designazione di Christine Lagarde alla presidenza della Bce, e ciò è stato ricevuto con un apice di acquisti sui Btp, data l’inclinazione accomodante almeno fin qui dimostrata.

Certo anche il governo italiano ha fatto la sua parte, evitando la procedura d’infrazione e presentando all’Europa un pacchetto correttivo che registra maggiori entrate e minori uscite per alcuni miliardi, sufficienti a ricondurre il deficit del 2019 verso il 2%. Rimane tuttora aperta la partite per il bilancio 2020, e le sue incognite sull’aumento dell’Iva e sulla flat tax, ma sia le autorità europee che i mercati finanziari hanno preferito concentrarsi sull’oggi e rimandare a domani il domani.

Quanto è costata la fiammata dello spread di quest’anno? In realtà nessuno lo sa. Il professor Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici, contattato da MF-Milano Finanza risponde che «non abbiamo rifatto il calcolo e non credo che lo rifaremo. I tassi sono troppo volatili. E le precedenti stime sono troppo vecchie». Secondo Maurizio Mazziero, di Mazziero Research, rispetto al rendimento di marzo 2018 e sino a fine giugno l’aggravio per le casse pubbliche potrebbe essere stato di 3-3,5 miliardi. Ci sono però parecchi punti in sospeso. Cedric Gemehl di Gavekal Research, sottolinea come «in cinque anni il debito pubblico in mano agli stranieri è sceso dal 55 al 30%. Vuol dire che gli interessi vengono conferiti sempre più a possessori domestici del debito pubblico, i quali vi pagano su un po’ di tasse, e più probabilmente spenderanno o investiranno quanto incassato nell’economia domestica». Vincent Deluard, vicepresidente di Intl FCStone Financial, osserva poi che circa il 20% del debito pubblico (che in totale è il 134% del pil, ndr) è in mano alla Bce, la quale «incassa gli interessi, ma poi per lo più li restituisce al Tesoro italiano, e perciò, per molti scopi pratici, questa quota di debito pubblico è quasi come se non esistesse».

red/fch

(END) Dow Jones Newswires

July 08, 2019 02:20 ET (06:20 GMT)