Ubi B.: prende quota ipotesi aggregazione con Banco Bpm (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La discesa dello spread ha riportato provvisoriamente il sereno nel credito italiano. Nell’ultimo mese l’indice Ftse Banche ha guadagnato il 10,5% e, complici gli annunci della Bce e la distensione sul fronte politico, il rialzo potrebbe continuare.

Una congiuntura favorevole insomma non solo per incardinare le strategie industriali future, ma anche per riprendere in esame quelle operazioni straordinarie che i ceo rimandano da anni. Oggi del resto le condizioni per aprire le danze ci sono tutte. Da un lato, in uno scenario caratterizzato da tassi zero e da stagnazione economica, la scala è lo strumento più efficace per realizzare sinergie di costo e ricavo. Dall’altro, la concorrenza di fintech e big tech si sta facendo sempre più serrata, come dimostra la crescita di Google Pay e Apple Pay sul mercato europeo. Spazio per il consolidamento c’è soprattutto tra le banche medie dove il livello di frammentazione è superiore alla media europea.

Non a caso gli occhi del mercato – scrive Milano Finanza – sono puntati su Banco Bpm e Ubi Banca , che oggi rappresentano il terzo e quarto gruppo creditizio italiano e che, per aperta ammissione dei propri ceo, sono proiettati verso un futuro di m&a. “Siamo ben strutturati nelle quattro regioni più industrializzate del Paese. Se mai dovessimo pensare ad altre operazioni, le penseremmo lì”, ha dichiarato Giuseppe Castagna in una recente intervista, mentre solo qualche mese fa il suo omologo in Ubi Victor Massiah chiariva: “Noi siamo aperti a studiare qualsiasi tipo di ipotesi che risponde alla creazione di valore”. Anche se di formale ancora non c’è nulla, non vi è dubbio che sulla carta un merger of equal potrebbe funzionare. In primo luogo i pesi specifici dei due gruppi sono quasi equivalenti: se le capitalizzazioni di borsa risultano ormai molto vicine, l’attivo di Banco Bpm supera solo di una quarantina di miliardi quello di Ubi. In secondo luogo le reti commerciali risultano compatibili da un punto di vista territoriale. Banco Bpm ha una forte presenza nel Nord Est (231 filiali), in Emilia Romagna (183), in Liguria (88) e in Toscana (168), mentre Ubi è forte sul versante adriatico e al Sud (522). Quanto al Piemonte, se il gruppo di Castagna è ben posizionato nelle province di Novara e di Torino (86), Ubi è radicata a Cuneo (86), dove è il primo gruppo per numero di sportelli. Venendo alla Lombardia, cuore pulsante dei due istituti, problemi di sovrapposizioni potrebbero interessare le province di Varese e di Bergamo, dove la combined entity avrebbe quasi la metà del mercato, mentre su Milano la market share in termini di filiali sarebbe attorno al 25%. Ostacoli insomma gestibili.

Quanto all’offerta commerciale, Ubi sarebbe avvantaggiata dal fatto di avere ancora gran parte delle fabbriche in casa, dal wealth management al credito al consumo, mentre Banco Bpm dovrebbe probabilmente rinegoziare le partnership costruite negli ultimi anni con Anima Holding e con Agos Ducato. Non è escluso però che, a favore di un merger, possa giocare la strategica area della bancassurance.

red/cce

(END) Dow Jones Newswires

July 08, 2019 02:08 ET (06:08 GMT)

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