Nell’America che fa ancora bambini, chi visse sperando morì non si può dire

Massimo Bordin micidial.it 21.7.19

Chi propone alternative alla narrazione mediatica tradizionale si trova spesso di fronte a lettori che fanno fatica ad accettare nuovi schemi di analisi della realtà. La difficoltà non sempre nasce da un pensiero avverso, ma dall’esigenza infantile che qualcuno ha di collocare le persone dentro un contenitore preciso. Per l’Italia questi contenitori sono fascismo e comunismo, sovranismo o liberismo, teoria gender contro le politiche per la famiglia, gli antiamericani contro gli atlantisti, e avanti di questo passo.

Chi scrive, ad esempio, passa per antiamericano.

Purtroppo, l’etichetta ad personam sta alla falsità come le escort stanno alle mignotte: sono la stessa cosa. Nel caso degli Stati uniti d’America il mio giudizio è troppo variegato per essere classificato, e comunque sempre in fieri, perchè stiamo parlando di uno Stato ancora “giovane”, con poca storia alle spalle, grande come due volte l’Europa, multietnico e con una identità territoriale più forte di quanto si pensi.

In altre parole, non ci si può mai definire tout court antiamericani. Con gli americani abbiamo fatto una lunga strada assieme, e sarebbe bello rimanere amici, ma è giunta l’ora che ognuno adesso prenda la sua via, come direbbe Frank Sinatra. L’America deve tanto agli italiani (tantissimo) e noi dobbiamo tanto a loro (senza esagerare, però). Ora il mutuo è scaduto. Ciò significa, forse, che dall’America non arriveranno più cose interessanti? Macchè! Chiunque sa che il mezzo che sta usando per leggermi ora lo dobbiamo agli americani, tanto per dirne solo una. Anzi, precisiamo, internet lo dobbiamo ai militari americani. Dunque, nessuna preclusione ideologica spinta, solo analisi, nella consapevolezza che non siamo popoli uguali.

Dall’America giungono sempre notizie interessanti, che spesso ci costringono a ripensare il nostro stile di vita. La più imbarazzante e sconvolgente, per me – che passo per “antiamericano” – è questa: le donne che vivono in Usa, di tutte le classi sociali e di tutti i gruppi etnici, continuano a fare più figli (da più giovani) delle donne europee!

Questo è un dato di fatto incontrovertibile. Mentre Europa e Russia hanno enormi problemi demografici, negli States no, e la popolazione ha superato da un pezzo i 300 milioni di abitanti.

Com’è possibile?

Partiamo da alcuni ineludibili elementi che dovrebbero in linea teorica contrastare con questo dato.

Negli Stati Uniti non c’è il congedo di maternità, nessuna protezione sociale, e le donne incinta o in concedo di maternità possono essere licenziate. Gli asili nido pubblici non esistono. Ma non basta: le cose non migliorano quando i bambini crescono. A New York, ad esempio, il costo basico di un asilo è di 20mila dollari l’anno (e vi risparmio i dati sui costi di un figlio che dovrà fare l’Università).

In America ci sono donne che devono contrattare col datore di lavoro per stare a casa oltre i 3 giorni dopo il parto, e non sempre la trattativa va a buon fine. Alcune mamme optano per il taglio cesareo, anche laddove non necessario, perchè così hanno due settimane di malattia per poter stare a casa col figlio. Insomma, per farla breve, si tratta di condizioni inaccettabili per noi europei. Oserei dire disumane per chiunque abbia un briciolo di sale in zucca. Tuttavia, le americane fanno più figli delle “privilegiate” e tutelate europee. Perchè? Ma l’aumento della natalità non doveva passare per il welfare state? A quanto pare non è affatto così. E passi per le africane “inconsapevoli”, ma per la cultura anglosassone americana tutto ciò pare irrazionale.

L’unica spiegazione plausibile è che le donne americane, o, se preferite, le famiglie Usa, abbiano rispetto a noi un maggior ottimismo verso la vita, più speranza. Quello che Hollywood ci ha spiegato essere il “sogno americano”. Dunque, quando analizzo questi dati non posso che lasciar andare le braccia lungo i fianchi e rivedere le mie posizioni sull’America, perlomeno riguardo ad aspetti come questo. E’ meglio essere benestanti senza sogni o poveracci con la speranza di non esserlo un domani?

La spiegazione migliore di questo contrastato sentimento che nutro verso l’America arriva dalla saga dei film su Rocky, il pugile italoamericano (guardacaso) al quale viene sempre offerta una possibilità di riscatto. Molti hanno visto in quel film e nei suoi sequel, un inno al sogno americano, il lungometraggio della speranza.

Peccato che non sia affatto così!

Se uno spettatore guardasse la sequenza dei Rocky si accorgerebbe immediatamente che il sogno americano non viene MAI realizzato. Rimane sempre quello che è; un sogno, appunto. L’America inganna sempre i suoi figli, anche se li fa nascere copiosamente e li fa arrivare da ogni parte del mondo. Anche se ormai è un vecchio rintronato e coperto di rughe, Silvester Stallone è sempre costretto a risalire sul ring e rischiare la pellaccia. Una coazione a ripetere senza soluzione.

L’aspetto simbolico del sogno è da un lato assolutamente affascinante; dall’altro, ingannevole. Convivono entrambi gli elementi perchè quel modello ci costringe a continui rilanci, come in Rocky? No, e per spiegare ciò che intendo rispolvero un pizzico di complottismo, e soprattutto la lucida analisi di due grandi intellettuali italiani.

“Sono apocalittico. Non ho speranze”. Così diceva Pier Paolo Pasolini nel 1971 intervistato da Enzo Biagi. “Speranza è una parola borghese”. Diversi anni dopo, poco prima di morire, Mario Monicelli lo disse alla trasmissione di Santoro in modo ancor più chiaro, senza tanti fronzoli:

“La speranza di cui tanto parlate è una trappola. E’ una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è tipica di quelli che vi dicono state boni, pregate, avrete il vostro riscatto. La vostra ricompensa è nell’aldilà, intanto lasciate fare a noi. Siete dei precari? Bè ma tra 2 o 3 anni vi si sistema. Andate a casa, non protestate. Mai avere speranza – chiudeva il regista Toscano – è una parola infame inventata da chi comanda”.

E come finisce questa storia, Maestro? Chiedeva allora l’intervistatore.

Monicelli rispose come rispondo io a voi che mi leggete ora:

Non lo so come finisce, mi piacerebbe che finisse con ciò che in Italia non c’è mai stato: una bella Rivoluzione! La rivoluzione fa davvero cambiare le cose, e c’è stata in Francia, in Inghilterra, in America. Ci vuole dunque qualcosa che riscatti questo popolo che è sempre stato sottomesso. Un popolo che da alcuni secoli è schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. E’ doloroso. Esige anche dei sacrifici. In caso contrario … che vada alla malora.