Come muore la libertà

Claudio Chianese – 2 Agosto 2019 lintellettualedissidente.it

Nessun attacco alla libertà si è mai presentato in quanto tale, per questo non dobbiamo accettare questa militarizzazione del dibattito pubblico che viene sistematicamente attuata sia a destra che a sinistra. Non dobbiamo accettare questa deriva liberticida fatta di striscioni rimossi, gogne mediatiche, campagne delatorie ed eterni stati d’eccezione perché l’unico risultato che avremo sarà l’eliminazione dei diritti di opinione ed espressione.

Bertolt Brecht è, soprattutto, un grande demistificatore. Demistifica la retorica della guerra (Madre coraggio e i suoi figli), le dinamiche del potere (La resistibile ascesa di Arturo Ui), l’umanitarismo ingenuo (Santa Giovanna dei macelli) e la moralità borghese (L’opera da tre soldi). Sembra opportuno, quindi, evocare il suo spirito mentre ci sediamo dalla parte del torto, adesso che una democratica non-libertà, retorica fino all’osso, sembra occupare tutti gli altri posti. Lo facciamo alla luce di una serie di fatti: l’approvazione alla Camera del Decreto sicurezza bis, il lancio della campagna Odiare ti costa da parte di Cathy La Torre e Maura Gancitano, la diffusione virale di alcuni post social: uno di disprezzo per i migranti naufragati, un altro rivolto contro il carabiniere ucciso a Roma, e poi uno che, di contro, suggerisce l’esecuzione sommaria del suo assassino. 

Cos’hanno in comune questi eventi? Di sicuro non l’inclinazione ideologica: la ripartizione fra destra e sinistra si ridurrebbe, in questo caso, a uno sterile esercizio di pallottoliere. Simile, invece, è il meccanismo: un pensiero o un evento, gonfiati oltre il loro effettivo impatto, diventano pericoli esistenziali per l’ordine costituito, rivelano l’insufficienza delle leggi vigenti e dunque impongono la restrizione degli spazi di libertà. Un meccanismo antico, lo stesso dell’incendio del Reichstag e di pressoché ogni deriva totalitaria della storia. Nessun attacco alla libertà si è mai presentato come tale: piuttosto, la storia è sempre quella di una una minaccia incombente, uno stato di eccezione. Nei termini di Carl Schmitt, il potere sovrano si realizza nell’atto di decidere su ciò che ricade al di fuori dell’impianto normativo, l’eccezione appunto:

L’eccezione è ciò che non è riconducibile; essa si sottrae all’ipotesi generale, ma nello stesso tempo rende palese in assoluta purezza un elemento formale specificamente giuridico: la decisione. […] Non esiste nessuna norma che sia applicabile ad un caos. Prima deve essere stabilito l’ordine: solo allora ha un senso l’ordinamento giuridico. (Carl Schmitt, Teologia politica)

Ed è, forse, questa la chiave di lettura più adatta agli eventi: l’Italia sta vivendo una sequela di condizioni d’eccezione, singhiozzi dello stato di diritto, sonni dell’etica. Non si spiegherebbe altrimenti un ministro dell’Interno che invoca il lavoro forzato, ovvero l’altro nome della schiavitù, pratica già abolita nel 1866 e che ha poco a che fare con il lavoro penitenziario riabilitativo, peraltro retribuito. Un momento d’eccezione, quando la Costituzione e le norme si ritirano di fronte allo sdegno collettivo suscitato da un crimine. E poi la lunga storia di striscioni rimossi, frasi evangeliche irrise, gogne mediatiche. Fino al nuovo Decreto sicurezza, una morsa repressiva stretta non solo intorno al soccorso in mare, ma anche alle manifestazioni di piazza, che il segretario del sindacato di polizia SILP ha definito:

Una escalation della criminalizzazione delle condotte che è iniziata dall’immigrazione, dalle frontiere, ed è giunta alle riunioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero nelle piazze cuore del paese e luoghi dove i cittadini esprimono opinioni.

L’intera attività politica della Lega è, in effetti, fondata sullo sfruttamento di stati di eccezione, emergenze vere o presunte, comunque percepite: furti in casa, immigrazione clandestina, scontri di civiltà, tutti grimaldelli utili a scardinare lo spirito delle leggi, riscriverle nei termini più restrittivi di un’emergenza permanente. Se volessimo denunciare l’ovvio, cioè le derive liberticide di Salvini, potremmo fermarci qui. Ma non avremmo raccontato tutta la storia. Perché Salvini rappresenta una politica sopravvissuta a se stessa, vampirica. Il ministro è un’entità ideologicamente vuota, un barometro dell’umore collettivo. Non dice niente, piuttosto ripete quello che l’Italia gli suggerisce. 

E sia chiaro, non solo i leghisti: l’intero spettro politico è sceso in battaglia contro la libertà. Una corsa agli armamenti che culmina nella militarizzazione del dibattito pubblico, segnata dalla campagna, autoreferenziale, del PD contro chi offende il PD, e dalla più ambiziosa Odiare ti costa, che si propone, con una certa hybris, di cambiare il modo di vivere i social. Un attimo, però: prendersela con Salvini è semplice, un passatempo intellettuale da divano, ma perché criticare iniziative del genere? Chi è a favore della diffamazione, degli insulti, delle minacce? Ecco, proprio questa è la cortina fumogena da dissipare. Odiare ti costa è un’idea pensata per sedersi dalla parte della ragione, per rendere i tentativi di critica scivolosi e grami. Basta indicare questo o quel commento raccapricciante, appellarsi alla reazione emotiva e sommergere il dissenso con l’indignazione. Uno schema che, in effetti, differisce poco da quello salviniano. Proprio per questa ragione, però, dobbiamo demistificarlo, grattare via la patina di buoni sentimenti e superiorità morale. Prevedibilmente, Adriano Ercolani, nel difendere l’iniziativa, invoca anche lui lo stato d’eccezione:

Ciò che una volta era un’eccezione rara e sgradevole, ora è divenuta una violenta strategia di comunicazione di massa. Una strategia che viene utilizzata contro qualsiasi donna che esprima un’opinione dissonante dal coro. È tempo di intervenire.

L’eccezione, dice Ercolani, è diventata inarrestabile, dunque le vecchie leggi, che hanno sempre tutelato le vittime in casi del genere, non sono più sufficienti. Diventa necessario un intervento parallelo, para-giuridico, per potenziarle. Odiare ti costa è, in buona sostanza, una campagna di delazioni: promuove la segnalazione di presunti messaggi d’odio e incoraggiare la denuncia. Delazione, di per sé, è un termine neutro: può trattarsi della soffiata con cui si spedisce il vicino di casa in Siberia, ma anche delle rivelazioni di un collaboratore di giustizia. L’aura negativa che ha assunto nel linguaggio comune riflette una lunga storia di abusi, le liste di proscrizione di Silla e le polizie politiche dei totalitarismi novecenteschi. Abusi dai quali non è immune la democrazia liberale. Il problema non esiste, però, nella visione apodittica di La Torre e Gancitano: si narra di un confine invalicabile fra critica e insulto, fra libertà di parola e discorso d’odio, fra la diffamazione e la più nebulosa categoria dei reati d’opinione. 

Un confine che, però, non esiste, oppure esiste solo per una percentuale di casi, la cui natura delittuosa sarebbe comunque cristallina alla luce delle leggi attuali: Odiare ti costa racconta un mondo in cui il diritto positivo è matematica, ma quel mondo non è il nostro. Sulle questioni inerenti i reati d’opinione – e, in generale, gli illeciti connessi alla manifestazione del pensiero – il diritto si rivela nella sua natura più malleabile, più arbitraria, meno oggettiva: per rendersene conto basterebbe scavare nella cronaca degli ultimi anni. È significativo, tanto per cominciare, che la stessa Cathy La Torre abbia attraversato un paio di volte questa zona d’ombra: con l’infelice maglietta della “Frociaria di Stato”, interpretata come vilipendio dal Sindacato autonomo di polizia, e col recente, squinternato post, poi funambolicamente attribuito a un collaboratore, rivolto contro “l’epoca del maschio etero bianco”, con relativa lista di politici pericolosi per etnia e genere. 

L’esempio più evidente è, del resto, il reato d’opinione per eccellenza: l’apologia di fascismo. Nonostante la Corte Costituzionale abbia, già nel 1957, chiarito i limiti della punibilità, nonostante la Legge Mancino abbia rafforzato, ventisei anni fa, la precedente Legge Scelba, ad oggi non è certo cosa sia commemorazione e cosa esaltazione, per un saluto romano si può essere condannati, assolti, e magari condannati di nuovo, non passa mese senza che una figura pubblica chieda loscioglimento di Casapound. E in buona fede: Casapound esiste dal 2003, si è anche presentata alle elezioni, e ancora non si capisce se sia legale o no. Immaginate una presunta associazione a delinquere attiva per quindici anni alla luce del sole, e nessuno che sappia esattamente come agire sul piano legale. Scenario impossibile? Non se si tratta di opinioni. E di stranezze se ne trovano parecchie: la studentessa incriminata, poi assolta solo in secondo grado, per aver scritto una tesi di laurea sul movimento No Tav, Umberto Bossi condannato a un anno di carcere per aver dato del terrone al presidente Napolitano – vilipendio e non diffamazione – un Matteo Renzi senza ritegno che querela pressoché chiunque, compresa un’anziana signora truffata da Banca Carife, le denunce incrociate fra Saviano, Salvini e Carola Rackete intorno alla questione migranti. E poi la bizzarra vicenda di Alessandro Sallusti, in merito alla quale la Corte europea dei diritti umani è intervenuta giustificando la condanna per diffamazione inflitta al giornalista, ma allo stesso tempo rilevando una violazione del suo diritto alla libera espressione.

Liberiamo il campo dai fraintendimenti: ci sono casi in cui la vittima va difesa in ogni modo. Non è tollerabile che sul web appaiano minacce di stupro o conclamate falsità finalizzate a ledere la reputazione di chicchessia. Per questi casi, inconfondibili, la legislazione esiste già, e la magistratura può intervenire nel modo più oggettivo possibile. Per tutti gli altri, che inevitabilmente costituiranno la maggioranza delle segnalazioni, la logica di Odiare ti costa è pericolosa. Perché spinge, allegramente, a un festival della denuncia, quando invece dovremmo riconoscere che i processi alle parole sono la chemioterapia delle democrazie: necessaria in circostanze limitate e ben definite, ma sempre distruttiva per la salute sociale. Una denuncia avventata, anche qualora si risolva con l’assoluzione, può significare anni di processi, un enorme costo emotivo ed economico, un ulteriore, inutile peso scaricato sulle spalle di un sistema legale già al collasso. Tutto per una parola.

L’intera categoria dei discorsi d’odio è un’ammissione di impotenza da parte delle democrazie. Nel punire le idee, per quanto orrende siano, una democrazia liberale deve prendere in prestito gli strumenti dello stato etico, decidere del bene e del male. Le due concezioni di stato sono incompatibili, quindi la contraddizione è lacerante. E cambia in profondità la fisionomia del discorso pubblico. La deriva censoria del Salone del Libro, ad esempio, ha introdotto un inquietante dibattito sulla limitazione della libertà di parola: se non parlano i fascisti allora perché possono farlo gli ex brigatisti, ci si è chiesti dalla parte opposta. E puntualmente, il comune di Arezzo ha silenziato Barbara Balzerani lo scorso giugno, in seguito a polemiche del tutto simili. 

Il risultato finale è un equo, ma desolante, impoverimento culturale bipartisan. E potremmo raccontare di quando Günter Grass fu accusato di antisemitismo per aver criticato la vendita di armi ad Israele. O di come Noam Chomsky abbia difeso da attacchi universali la libertà accademica dello storico negazionista Faurisson. O, magari che in Svizzera, da sei mesi, dichiarazioni generiche, non dirette verso un individuo specifico, possono essere punitecon tre anni di galera se considerate omofobiche – una legge definita liberticida da più parti all’interno del paese, e che sarà sottoposta a referendum. Parliamo di un gioco a somma zero, all’interno del quale per ogni presunta conquista si paga un prezzo salato in termini di libertà. Tutt’altro rispetto alla narrativa delle sorti progressive che la sinistra liberal continua a contrabbandare.


La retorica trionfalistica di La Torre e Gancitano sta agli antipodi di tutte queste preoccupazioni, non le registra nemmeno. Ad essere generosi, potremmo attribuire la cosa a un semplicismo infantile: non capiscono. Non capiscono nemmeno che l’odio sui social non è un fenomeno criminale ma la cartina di tornasole di una società impaurita e assecondata nelle sue paure da una certa parte politica; umiliata invece dalla parte politica opposta, che dalle sue torri d’avorio ciancia di oligarchie epistemiche e restare umani, spesso nella stessa frase. Ad essere meno generosi, invece, diremmo che l’intento è proprio quello di polarizzare il conflitto, che si tratta di terrorismo giudiziario, intimidazione preventiva con una precisa matrice politica. La collocazione ideologica delle promotrici è, del resto, evidente. Sospettare proprio del fatto che la neghino, dichiarandosi super partes, è saggezza elementare. E Giorgia Meloni, collocata accanto a Michela Murgia e Laura Boldrini come vittima aggiuntiva dell’odio in rete, sembra ricoprire lo stesso ruolo plastico di Toni Iwobi, senatore nero e assolutorio della Lega. Comunque sia, parlare di odiatori, e persino odiatori seriali, come se si trattasse di una categoria aliena è una solenne stupidaggine. Chi sono questi odiatori, invece?

Siamo noi. Potenzialmente, tutti. In pratica, quelli che hanno la sfortuna di incappare nella macchina mediatica. Due esempi, già citati in apertura. Annarita Foschi, che odia i migranti. Eliana Frontini, che odia i carabinieri. Difendere le loro affermazioni sarebbe, più che sbagliato, impossibile. Non c’è nulla di articolato nei loro pensieri: sono grida scomposte, manifestazioni di rabbia, o indifferenza, o idiozia. Impossibile saperlo: così, senza contesto, sono equivalenti agli insulti scritti nel bagno di un treno, ma potrebbero assomigliare anche al me ne fotto del Rwanda di Carmelo Bene. Riconosceremmo la differenza? Non importa, basta quel poco di semantica per far scoppiare un incendio. Incendio fomentato dai giornali che sbattono, preferendo le visualizzazioni alla deontologia, il mostro in prima pagina, senza nemmeno un’ipotesi di reato. Avviando così una lugubre festa punitiva, come la definisce Foucault in Sorvegliare e punire: litanie di commenti rabbiosi, giochi al rialzo nella proposta della pena – licenziamento, carcere, la stessa sorte dei migranti, del carabiniere, dell’offeso da vendicare – spedizione dirette contro il profilo dell’odiatore, a volte dei parenti prossimi, che risultano in insulti pesanti quanto quello che si vorrebbe punire. Una circolarità pre-giuridica, quel ciclo di vendette in cui precipitano le culture senza legge. Così scrive Elias Canetti:

Il vero boia è la massa che si raduna intorno al patibolo. Essa approva il dramma, con moto veemente affluisce di lontano per assistervi insieme dal principio alla fine. Vuole che ciò accada, e non si lascia sfuggire facilmente la vittima. […] La condanna capitale che, inflitta in nome del diritto, suona astratta e irreale, diventa vera quando è eseguita dinanzi alla moltitudine. […] Anche oggi ognuno partecipa alle esecuzioni pubbliche attraverso il giornale. (Elias Canetti, Massa e potere)

Il problema, con buona pace di Umberto Eco, non è ciò che afferma l’imbecille sui social. Piuttosto, il vero problema è la punizione indefinita, arbitraria a cui il pubblico sottopone queste affermazioni. Una caccia selvaggia che non aspetta né la magistratura né spiegazioni. Spacciatori, corrotti e violenti, quando non assurgono ai disonori delle cronache, possono scontare la propria pena e poi confidare nell’anonimato; le signore Foschi e Frontini, invece, sono segnate nella memoria collettiva. Eppure quello che hanno detto si sente ripetere nei bar, nelle piazze. Forse non lo pensano davvero, o forse molti di noi hanno pensato lo stesso, senza scriverlo su Facebook. Non si tratta di giustificazioni, ma di ribadire una proporzionalità: ciò che hanno scritto è deprecabile, ma non grave. Lo diventa solo sullo sfondo di un rituale collettivo di purificazione, per la nostra ansia di distinguerci dal colpevole. Di essere buona gente non per merito nostro, ma per demerito altrui. Un delirio vessatorio che fa il paio coi lavori forzati vagheggiati dal ministro Salvini e con la sua interpretazione bellica della legittima difesa.


L’odio non è un mostro lovecraftiano: è una categoria universale del pensiero e della comunicazione, dalla quale entriamo e usciamo continuamente. Una declinazione dei rapporti sociali da cui non possiamo difenderci per decreto, che non possiamo reprimere a furia di querele, nonostante le ridicole promesse di La Torre e Gancitano. Sedersi dalla parte del torto è, oggi, l’unica alternativa per chi non voglia radunarsi sotto al patibolo. Si tratta di rifiutare le letture borghesi con la loro moralità binaria, per abbracciare la straniante, corrosiva realtà dell’Opera da tre soldi, che offre pietà a tutti ma assoluzione a nessuno:

Non vi accanite sul peccato: in breve

da sé nel proprio gelo sarà estinto. 
Meditate la tenebra e l’inverno

di questa valle percossa dal pianto.

(Bertolt Brecht, L’opera da tre soldi)

Proprio qui si saldano, e falliscono insieme, la narrativa leghista e quella della sinistra progressista: entrambe raccontano di un male oggettivo, fuori di noi, che intacca la società sana. Il ladro, il clandestino, l’odiatore, il fascista. Basterebbe, allora, colpire la sua libertà, di azione e di pensiero, per sbarazzarsene. I numeri non contano: anche se si trattasse del 40% dell’elettorato, sarebbe comunque un nucleo circoscritto, separabile. Si dovrebbe abolire il suffragio universale, come va di moda proporre. Ma non è così: questo male, questo odio, ci appartengono. Non in maniera parcellizzata, a ciascuno il suo: piuttosto, in un modo pervasivo, epidemico che genera manifestazioni occasionali, più o meno virulente. La libertà a cui rinunciamo è sempre la nostra

Eppure, la libertà è un peso, una condanna, nei termini di Jean-Paul Sartre. Ci sono valori molto più facili cui affidarsi: la tolleranza, come antidoto ingenuo all’odio, la pace sociale, il benessere. Valori che le campagne liberticide, di destra e di sinistra, rivendicano proprio perché facili. C’è una scena centrale nell’epica di Guerre Stellari, quella in cui il senatore Palpatine proclama la trasformazione della Repubblica nell’Impero Galattico. In nome della sicurezza e della stabilità: chi si opporrebbe mai alla sicurezza e alla stabilità? E infatti tutti applaudono. Così come in Italia si applaude ai decreti di Salvini e alle campagne anti-odio, da parti diverse ma in fondo dalla stessa. E la regina Amidala conclude: 

così muore la libertà, sotto scroscianti applausi.