UMBERTO ECO IN UN SAGGIO DEL 1956 AVEVA PREVISTO ANCHE LE STORIES DI INSTAGRAM

ALICE OLIVERI thevision.com 6.8.19

Tra le tante idee che si è fatto il Novecento sul futuro tecnologico che spettava alla razza umana del Terzo Millennio, a pochi sarebbero venuti in mente filtri con orecchie e nasi di cane da applicare sui nostri volti per pubblicizzare tisane disintossicanti. Né intelligenze artificiali in stile 2001 Odissea nello spazio, né distopie alla Blade Runner hanno preso piede nel mondo del Ventunesimo secolo: all’alba del 2020, la cosa che più caratterizza questo nostro presente da uomini e donne del futuro post-millennium bug è la presenza costante di uno smartphone tra le nostre mani, con tutto ciò che ne consegue. Dagli acquisti online a Siri, dal riconoscimento facciale a Google Maps, negli ultimi dieci anni i telefoni sono diventati l’oggetto che più incarna questa idea di futuro comodo e tecnologicamente avanzato. Non solo le nostre azioni, ma anche la nostra personalità, il nostro carattere e i nostri gusti oggi sono delegati a un mezzo che ci consente sia di amplificarli che di condividerli con il resto del mondo, che si tratti di milioni di follower o di qualche decina. Quei famosi quindici minuti di popolarità che Andy Warhol immaginava sarebbero diventati la prassi, in effetti hanno trovato il loro spazio sui social, e se nel 2020 non ci saranno automobili che volano di sicuro, nessuno smetterà di trasformare pezzi della propria vita in materiale da rappresentazione, condivisione e, se si è fortunati, anche di viralità.

Nessuno si era immaginato un futuro tanto antropocentrico da contenere nella sua quotidianità questa costante auto-narrazione, questa esigenza giornaliera di espressione di sé, che si tratti di un tweet o di un commento a qualche post di Facebook. Nessuno aveva previsto che il complesso della mummia di Bazin, quello con cui il critico cinematografico quasi un secolo fa spiegava i motivi che ci spingono a rappresentarci attraverso il cinema e attraverso l’arte in generale, sarebbe diventato la colonna portante della nostra realtà, espresso attraverso aggiornamenti costanti e dettagliati di ciò che facciamo, mangiamo e pensiamo. Nessuno, in sostanza, aveva previsto che oltre alle varie tecnologie di cui abbiamo dotato la nostra esistenza – progresso medico, aerei che ci portano ovunque in qualsiasi momento, e così via – ci sarebbe stata anche questa componente fortemente narrativa a determinare la vita dell’uomo del futuro. Nessuno tranne uno degli intellettuali più prolifici e famosi del secolo scorso, Umberto Eco, che da grande osservatore del presente, oltre a essere tra i primi a comprendere l’importanza di tutte quelle manifestazioni artistiche ritenute “minori”, come i fumetti, ha anche intercettato e destrutturato l’enorme potenziale che ha la televisione sulla nostra percezione della realtà e spiegato come essa abbia rivoluzionato il modo in cui la viviamo. All’interno dei suoi saggi sulla televisione, scritti tra il 1956 e il 2015, infatti, si possono ritrovare riflessioni e analisi di questo mezzo talmente accurate e puntuali da contenere in nuce l’essenza di molti temi fondamentali per il nostro presente e per comprendere cosa è veramente questo fantomatico uomo del futuro – non un replicante ma piuttosto un influencer, un esperto di marketing, un social media manager.


In uno in particolare, Il caso e l’intreccio, l’esperienza televisiva e l’estetica, scritto tra il 1956 e il 1962, Eco traccia un’analisi del mezzo televisivo in quanto nuovo strumento di narrazione che segna alcuni punti di svolta fondamentali tra pubblico e messa in scena. A differenza del cinema e del teatro, infatti, la televisione offre come elemento ulteriore da analizzare per mettere in pratica un’analisi sia tecnica che poetica anche le strutture estetiche della ripresa diretta. Spazio e tempo televisivi, lo schermo e il tempo reale, costituiscono solo una parte del fenomeno, peraltro condivisa con tutte le altre forme di rappresentazione: se nel cinema le fasi di ripresa, montaggio e proiezione sono tre momenti distinti, nella televisione sono invece simultanei, sincronici. E, cosa fondamentale che in certi momenti può sfuggirci per via dell’apparente asetticità del momento rappresentato, nella ripresa diretta è sempre presente anche un’interpretazione dell’immagine. Anche una partita di calcio, per quanto necessiti solo di telecamere che riprendano i movimenti dei giocatori e gli spostamenti della palla, ha in sé gli elementi di un’interpretazione che partono da chi c’è dietro alla regia. A questo proposito, per esempio, è emblematico un episodio che è avvenuto in televisione meno di un anno fa, quando in diretta Fabrizio Corona e Ilary Blasi hanno avuto un faccia a faccia piuttosto colorito, una resa dei conti degna delle migliori epopee familiari: da un lato Corona veniva ripreso al buio, con i microfoni abbassati, in un contesto scarno e ostile; dall’altro, la presentatrice, che stava compiendo la sua vendetta dopo tredici anni, appariva luminescente, radiosa, con la voce chiara e squillante. Quello che voleva apparire come un momento di spontanea risoluzione altro non era se non il frutto di un preciso intento interpretativo di una realtà a cavallo con la finzione.
“Una narrazione secondo un embrionale principio di coerenza realizzata simultaneamente alla propria concezione: racconto all’impromptu, dunque”. Così Eco descrive la novità della diretta televisiva, che con la sua simultaneità conferisce al racconto un elemento narrativo dato dall’immediatezza, dall’ora e adesso di chi sta contemporaneamente montando e assistendo al fatto che ha luogo davanti a lui. Un’interazione tra spontaneità e artificio che avviene attraverso l’individuazione e la riproduzione di esperienze, una categoria che Aristotele definiva in quanto materiale essenziale della poesia. Esperienza intesa come compimento, fulfillment; poesia intesa come mimesi dell’esperienza: la televisione isola questi elementi e dà forma a un gruppo di eventi. E non solo, considerato che per Eco nella ripresa diretta si configura anche un rapporto tra la vita nella sua apertura amorfa dalle mille possibilità e il plot, “Sia pure all’impromptu, nessi univoci e unidirezionali tra gli eventi scelti e montati in successione”. Questa apertura dell’opera narrativa è il centro della sperimentazione narrativa novecentesca, del modernismo e di tutte quelle correnti letterarie che riconoscono la natura caotica del mondo e dell’esperienza. Per riprodurla non servono più le strutture definite e limitate della narrazione classica, l’intreccio è superfluo, ed è molto più “simile” alla configurazione del mondo fatta di infinite possibilità il modo di narrare di Joyce che quello di Balzac. Anche la diretta agisce in questo modo, rendendo la vita nella sua multidirezionalità senza imporre nessi prefissati.

Nella conclusione del saggio, Eco ipotizza dunque come questo fenomeno della ripresa diretta possa evolversi nel futuro della televisione, ipotizzando un suo uso educativo, pedagogico, senza dimenticare quella profonda esigenza di intreccio che necessita di essere soddisfatta nello spettatore. Ma il racconto aperto, montato secondo regole di verosimiglianza – altra categoria aristotelica – per Eco potrebbe arricchirsi di “Annotazioni marginali, di rapide ispezioni su aspetti della realtà circostante, inessenziali ai fini dell’azione primaria, ma allusivi perché dissonanti […] Allora, effetto pedagogico non trascurabile, lo spettatore potrebbe avere la sensazione che la vita non si esaurisce nella vicenda che esso segue con avidità”. Nella prospettiva ottimistica di Eco, questa annotazione diversiva potrebbe essere in grado di generare un senso di straniamento nello spettatore e invitarlo al giudizio, liberandolo dal potere persuasivo dello schermo. Nel 2019, invece, questi principi di montaggio e diretta, di annotazioni e rapide ispezioni, hanno preso forma in modo a dir poco accurato nelle stories di Instagram.
All’inizio fu Snapchat a lanciare questa idea di video a scadenza poi nel 2016 il format è arrivato anche su Instagram e da là, dopo un iniziale e fisiologico scetticismo rispetto alla novità, le storiessono diventate la colonna portante di questo social. Tanto da spingere anche Facebook e Whatsapp a invogliare i suoi utenti a farne uso. Eco parlava della presa diretta confinandola alla televisione: aveva intuito il potenziale enorme e determinante di questa forma, ma non aveva previsto che i registi saremmo diventati proprio noi, gli spettatori. Con le stories siamo tutti chiamati a un esercizio di regia, a una rielaborazione della realtà vissuta con il filtro della narrazione a terzi: così come con le note vocali ci ritroviamo in qualche modo a recitare soliloqui quotidiani – e se poi non parte il messaggio dobbiamo anche ripetere tutto da capo, magari usando anche le stesse intonazioni e le stesse parole – nella composizione della storia di Instagram ci confrontiamo con la possibilità di essere noi stessi a plasmare con la nostra interpretazione la realtà multiforme circostante. Una casualità riprodotta che diventa tutt’altro che casuale: una influencer che ci spiega come è lei stessa a trangugiare litri di tè detox, Fedez che ci mostra come il piccolo Leo mangia la pappa e fa un ruttino. Cosa c’è di più aperto e caotico di una sequela di trattini che raccontano l’esperienza, l’azione secondaria – ma fondamentale – che diventa centrale, della storia su Instagram di nostra cugina al concerto di Tiziano Ferro? Se Joyce accatastava immagini e dettagli, pensieri e parole nel suo Ulisse, se Virginia Woolf cercava i moments of being, non c’è niente di più moderno di una serie di immagini reali, filtrate dall’interpretazione soggettiva di chi ha deciso di metterle insieme in quel modo, con quella canzone di sottofondo, con quella didascalia.

Certo, i romanzi di Joyce dureranno per l’eternità o comunque non verranno dimenticati facilmente, mentre le nostre stories hanno l’effimerità della vita di una farfalla: brevi, inutili, vacue, eppure così accattivanti. Dalla vita a bordo piscina di Dua Lipa alle avventure di Luis Sal, dalle vacanze dei Ferragnez alle vicende amorose di Giulia De Lellis fino alla banalità e semplicità rassicuranti della vita di chi ci circonda, il racconto della realtà in presa diretta è l’essenza del nostro presente, e se anche non sono i moments of being woolfiani di certo qualcosa in comune con loro ce l’hanno. Nessuna particolare intelligenza artificiale, nessun astronave lanciata nell’iperspazio, nessuna passeggiata su Marte ma solo un’eterna e immutabile esigenza di intreccio, di racconto, di narrazione che accompagna l’essere umano da sempre e che non lo lascerà mai. Al massimo cambieranno i mezzi: nel 1965 un intellettuale della portata di Umberto Eco aveva ben chiaro questo principio, oggi tocca a noi provare a indovinare quale potrebbe essere l’uomo del futuro, o meglio, del post-futuro. Nel frattempo, tra stories, foto e note vocali viviamo in una realtà a cavallo tra spontaneità e artificio, e non è sempre facile capire dove sta il confine, quanto andiamo a quel concerto o in quella spiaggia perché vogliamo andarci o perché vogliamo far vedere che vogliamo andarci. E questo non lo aveva previsto nessuno.