Come sono nate le teorie del complotto su George Soros?

Stefano Dalla Casa wired.it 10.8.19

Il 12 agosto compirà 89 anni uno dei personaggi più controversi della nostra epoca. Speculatore finanziario e filantropo, per i complottisti (e non solo) è il “grande burattinaio” a cui addossare tutte le colpe possibili

(Photo by Jemal Countess/WireImage)

Il 12 agosto George Soros compirà 89 anni. Un dato che dovrebbe far riflettere: per quanti anni ancora l’estrema destra potrà fargli vestire i panni di un novello dottor Moriarty, un onnipotente burattinaio a cui addossare la regia del piano Kalergi, delle menzogne sul cambiamento climatico, delle varie false flag (compresi gli ultimi due attentati terroristici in Usa)? Come sempre accaduto, è prevedibile che l’eterna favola dei Savi anziani di Sioncontinuerà a reinventarsi sotto altre forme, e del resto per funzionare non ha necessariamente bisogno di un vertice riconoscibile.

Il testimone del capo supremo del complotto, con malvagità e risorse economiche infinite, poi potrà sempre passare a un altro ebreo.

Se l’ultrasecolare narrazione dell’odio, insomma, è sempre la stessa, è inutile negare che negli ultimi anni George Soros ha fatto un po’ da parafulmine. Un nome e un cognome che sono riusciti a oscurare i più generici strepiti su Bilderberg, Illuminati e Nuovo Ordine Mondiale. Come è successo?

Soros contro la banca di Inghilterra

George Soros è nato nel 1930 a Budapest, Ungheria, e sopravvisse alla Shoah grazie al padre che lo fece passare per il figlioccio di un ufficiale cristiano. Nel 1947 emigrò nel Regno Unito, e studiò alla alla London School of Economics, dove ebbe come mentore Karl Popper. L’incontro col filosofo teorico della società aperta ebbe su Soros una enorme influenza. Dopo gli studi fece diversi lavori, fino ad approdare al mondo della finanza. Si spostò poi negli Stati uniti, dove creò il fondo speculativo a cui deve la sua fortuna. Il nome di Soros sale alla ribalta col mercoledì nero del 1992. Pianificava di arricchire il suo fondo sfruttando una svalutazione della sterlina, che allora era mantenuta stabile dagli accordi del sistema monetario europeo (Sme). Ma quando Soros, al momento giusto, mise sul mercato 10 miliardi di sterline allo scoperto, prontamente imitato dagli altri speculatori, nemmeno la Banca di Inghilterra riuscì a contenere la svalutazione. Come risultato la sterlina, ma anche la lira, crollarono e uscirono dallo Sme, il suo Quantum fund guadagnò un miliardo e mezzo di dollari e divenne subito famosissimo tra gli investitori.

È in questo periodo che cominciano a diffondersi le prime accuse a Soros. Ma non tanto, o non solo, per la sua fama di squalo della finanza. Soros, infatti, già dal 1984 aveva cominciato a investire le proprie fortune personali in progetti filantropici (poi sfociati nella sua fondazione Open society), a cominciare dalla sua terra natale e dagli altri stati dell’Europa centrale che di lì a poco avrebbero dovuto riorganizzarsi per il crollo dell’Urss. Il nazionalista ungherese Istvan Csurka, per esempio, lo chiamò “burattino di Gerusalemme”, convinto che facesse parte di un complotto Usa-Israele per controllare la regione. Accuse di questo tipo risuoneranno per tutti gli anni ’90, dalla Croazia alla Bielorussia, ma nel 1997 anche il primo ministro malese Mahathir Mohamad salterà sul carro del complotto, suggerendo che Soros e gli ebrei avessero causato la crisi finanziaria asiatica. “Non vogliamo dire che questo sia un complotto degli ebrei – avrebbe dichiarato il ministro al quotidiano Berita Harian – ma il fatto è che è stato un ebreo a innescare il crollo della valuta, ed è una coincidenza che Soros sia ebreo. È una coincidenza anche che la maggior parte dei malesi siano musulmani.”
Nel 2006 il politico si è incontrato con Soros, è si è detto convinto che il finanziere non avesse causato il crollo.

Fox and friends

Gli elementi del complotto ebraico incarnato dal Soros erano quindi già ben presenti negli anni ’90, ma non erano ubiquitari come sono oggi. Per lo più, la narrazione circolava in Europa centrale, e in particolare in Ungheria. A dare al complotto un respiro globale ci hanno pensato i cospirazionisti americani, in particolare quelli stipendiati dalla Fox. Il motivo è presto detto: dal 2003, dopo le ultime guerre firmate Bush, Soros aveva messo in cima alle sue priorità quella di scongiurare un altro mandato del presidente, e aveva investito 27 milioni di dollari per l’elezione di John Kerry. La Fox, emittente di fatto al servizio del partito repubblicano, non ebbe problemi a trasformare Soros nel babau dei conservatori. Da Bill O’ Reilly a Glenn Beck, nella prima decade del 2000 i principali opinionisti di destra fecero entrare i complotti su Soros nelle case degli americani. Glenn Beck dedicò al finanziere addirittura un programma in tre parti, dove  rivelava al pubblico il segreto del burattinaio che governava il mondo e l’America. Per di più, trovò anche il modo di attribuire al quattordicenne Soros delle responsabilità della Shoah, riferendosi a un episodio in cui il futuro magnate, che si nascondeva ai nazisti sotto il nome di Sandor Kiss, accompagnò il suo protettore a inventariare le proprietà di una ricca famiglia ebrea, che si era già comprata la fuga. L’episodio fu raccontato in modo da far sembrare Soros un collaboratore dei nazisti. Qualche anno dopo, era diventato addirittura un ufficiale delle SS.

Bloomberg

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Jon Stewart Weighs In on Glenn Beck’s Criticism of Soros

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A fianco della Fox nella lotta contro Soros, come sempre, c’erano anche i complottisti indipendenti, attivi sulla radio e in internet, tra questi Alex Jones e Rush Limbaugh.

Ritorno alle origini

La tv americana non spiega totalmente perché ora Soros affolla anche le nostre bacheche. In parte, il diluvio di meme degli ultimi anni contro l’orrido ebreo sembra sia stato orchestrato. Lo ha rivelato un’inchiesta di Buzzfeed dello scorso gennaio, raccontata da Valigia blu. Nel 2013, a pochi mesi dalle elezioni che avrebbero nuovamente premiato il nazionalista Viktor Orban, in Ungheria cominciò una campagna mediatica contro Soros e la Open society. Non nasceva per caso,  era un’operazione di propaganda orchestrata da Arthur Finkelsteine George Birnbaum, due famosi consiglieri politici. Finkelstein in particolare, morto nel 2017, ha aiutato importanti leader di destra e estrema destra a vincere le elezioni. Tramite l’ex cliente soddisfatto Benjamin Netanyahu i due finirono a lavorare per Orban, che aveva bisogno di consolidare il consenso in vista del terzo mandato. La soluzione, in linea con le loro teorie, fu quella di usare Soros come spauracchio. Nonostante non fosse un politico, sarebbe stato il nemico perfetto per la propaganda. E lo stratagemma funzionò naturalmente, al prezzo di soffiare sul fuoco dell’antisemitismo. Ironia della sorte, Orban studiò all’università grazie a una borsa di studio di Soros e i due consiglieri politici erano ebrei.

Pozzi avvelenati

Nello spezzone precedente il comico Jon Stewartcommenta lo speciale di Glenn Beck su Soros dicendo: “La mia unica speranza guardando la trasmissione era: per favore, fa che non sia così orribile che senta il bisogno di difendere un miliardario da fondi speculativi vagamente inquietante come George Soros”.
Fuori di battuta, un altro problema dei complotti è forse che la loro violenza e virulenza non solo rende impossibile ignorarli, ma appiattisce la conversazione pubblica. Non si può ormai trovare un articolo su George Soros senza che ai complotti che lo riguardano sia dedicato un ampio spazio, anche se è fatto nel tentativo di smentirli. Questo forse ostacola discussioni un po’ più rilevanti che spiegare, per esempio, che non poteva essere nelle SS a 14 anni.

Soros, infatti, è solo uno degli esponenti del cosiddetto filantrocapitalismo, quello in cui i super-ricchi mettono una parte della loro fortuna al servizio di cause umanitarie. Si trova in buona compagnia assieme a Bill Gates, Michael Bloomberg, e lo stesso Mark Zuckerberg. Secondo Michael Green e Matthew Bishop, autori di Philanthrocapitalism: How the Rich Can Save the World and Why We Should Let Them (2008), l’azione di questi magnati dovrebbe essere incoraggiata perché la più adatta a risolvere in modo economicamente sostenibile certi problemi, che si tratti di finanziare la ricerca scientifica o il giornalismo. In pratica, secondo questa visione, i Paperoni saprebbero impiegare le loro risorse per il bene comune meglio di quanto non faccia il settore pubblico.

Ma al filantrocapitalismo, e a questa sua narrazione, sono anche state mosse critiche circostanziate, molto lontane dalla demonizzazione del super-ricco di turno. Per esempio, ci si chiede se sia desiderabile e sostenibile che i problemi causati dalle disuguaglianze siano affrontati utilizzando enormi fortune private espressione di quelle disuguaglianze. Può diventare un modo per eludere le tasse? C’è il rischio di scoraggiare l’investimento pubblico in settori fondamentali?

Nel 2016 in un editoriale sulla rivista Lancet, Jocalyn Clark e Linsey McGoey mettevano in guardia sui rischi connessi all’acritica accettazione del filantrocapitalismo, in particolare in materia di salute. I problemi rilevati vanno dalla trasparenza e responsabilità carenti, all’erosione di risorse pubbliche (mancate tasse e investimenti), fino alla possibilità che la filantropia schermi i Paperoni dalle critiche. Gli autori ricordano a questo proposito che i fratelli Koch sono tanto filantropi quanto finanziatori della disinformazione sul cambiamento climatico. Prima di festeggiare i ricconi per la loro generosità, secondo gli autori bisognerebbe affrontare queste questioni.

Sono solo alcune delle argomentazioni pro o contro il filantrocapitalismo, una discussione che di per sé non è semplice, e continua a rimanere sommersa nel mare di meme nazisti sul vecchio burattinaio ebreo e sul loro debunking.