Laboratorio Italia: ecco il liberismo sovranista

Salvatore Cannavò jacobinitalia.com 11.8.19

Al di là delle schermaglie tra Salvini e Di Maio, il «governo del cambiamento» va in crisi perché non ha prodotto alcuna alternativa alle politiche economiche degli ultimi decenni, rafforzando così una destra sempre più feroce e nazionalista

In quel laboratorio politico che è sempre stata l’Italia sta per affermarsi, in termini più nitidi che mai, il liberismo sovranista o sovranismo liberista di Matteo Salvini. Al fondo delle ragioni che hanno provocato la crisi del governo Conte, dopo solo 14 mesi di vita, c’è in realtà questo: un progetto di tipo nuovo che finora si aggirava in Europa ma che, a parte Viktor Orbán in Ungheria, non aveva trovato forza per issarsi a governo nell’Europa occidentale. Curiosamente, nel caso Salvini vincesse le probabili elezioni anticipate che si annunciano, l’Italia tornerebbe in un asse atlantico insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna le quali, con Donald Trump e Boris Johnson, sono gli altri due esempi di sovranismo liberista esistenti. Un asse già fortissimo in passato, basti pensare all’intesa tra Silvio Berlusconi, George W. Bush e Tony Blair per la guerra all’Iraq nel 2003. La stranezza è però solo apparente perché proprio questo paragone aiuta a comprendere una particolare evoluzione del neoliberismo occidentale che cerca di vestire i nuovi panni del protezionismo.

Nella crisi in corso, ovviamente, c’è molta della politica attuale. È assolutamente chiaro che dopo aver ribaltato i rapporti di forza tra le due forze alleate nel governo giallo-verde – con la Lega al 34% nelle ultime elezioni europee contro il 17% delle politiche e il M5S al 19,3 contro il 33,2 del 4 marzo 2018 – Salvini dovesse andare all’incasso, «capitalizzare il consenso» come egli stesso ha confessato a Giuseppe Conte. Nella storia della Repubblica di esempi ce ne sono a decine e, addirittura, negli anni Ottanta al Psi di Bettino Craxi bastò semplicemente arrivare al 14% dei voti, contro il 30% della Dc, per pretendere palazzo Chigi.

Altro elemento già affrontato dal dibattito giornalistico di questi giorni è il modo in cui la Lega si è mangiata a poco a poco i 5 Stelle, con un travaso di consensi da una forza nata populista e via via diventata più moderata, il M5S, a una forza che del proprio nazionalismo ha fatto una bandiera sempre più proclamata. Come sempre accade in politica, gli elettori preferiscono l’originale e il vento protestatario, in parte xenofobo, che aveva garantito le vittorie gemelle di Salvini e Di Maio il 4 marzo 2018, si è sempre più assestato sul piano elettorale attorno al partito più violento, sul piano della narrazione e, da questo punto di vista, più coerente. Il dato non va assolutizzato perché proprio i risultati delle europee dimostrano che la maggior parte dei voti persi dai grillini tra il 2018 e il 2019 in realtà si è rifugiata nell’astensione, solo una parte è andata alla Lega e una parte ancora più piccola è tornata, probabilmente, al Partito democratico. Quindi più che di un travaso di consensi si può parlare di una delusione strisciante, dato politico più interessante per pensare a delle alternative.

In ogni caso, Salvini è riuscito in poco più di anno a governare con abilità il tasto dell’egemonia politica, rappresentando il motore della politica italiana come, prima di lui, solo Silvio Berlusconi era riuscito a fare. Il paragone con il fondatore di Forza Italia è importante, e spesso sottovalutato, perché sostanzialmente Salvini eredita il suo elettorato, solo più cattivo e disincantato. I 5 Stelle hanno una responsabilità grave nell’aver accettato di far nascere un governo al cui interno si insediava un focolaio razzista come quello agitato da Salvini, che abbiamo visto in opera nel caso Carola Rackete o che vediamo in atto tutti i giorni scorrendo l’enorme quantità di messaggi social del leader leghista, quasi tutti orientati a offrire l’immigrato di turno come bersaglio alla canea razzista. Il massimo, per ora, è stato toccato con la «zingaraccia» offerta alla rabbia razzista popolare. Aver sottovalutato questo aspetto, che si è ritorto contro in termini di consensi e di capacità politica, è il peccato originale del Movimento 5 Stelle che, alla narrazione salviniana, violenta, nitida e per questo efficace, non ha potuto contrapporre una contro-narrazione adeguata. 

Luigi Di Maio ha tentato la carta della rappresentanza delle fasce popolari più disagiate, più povere, i giovani precari, le famiglie del Sud. Il reddito di cittadinanza e, poi, il salario minimo hanno cercato di parlare a questo mondo. Ma l’esiguità delle risorse messe a disposizione e l’ambiguità del messaggio veicolato, non sembrano aver sfondato. Le misure di sostegno al reddito ipotizzate dal M5S, infatti, risentono di un approccio inter-classista e di pseudo-compromesso sociale che mirano a non creare alcuno svantaggio alle imprese a cui il capo politico dei pentastellati si rivolge incessantemente. L’idea di istituire un salario minimo, ma senza costi per le imprese, va in questa direzione e risente del limite fondamentale della politica economica “grillina”, il limite che ne impedisce l’efficacia politica. Anche quando guarda alle fasce popolari – nel M5S non esiste la categoria dei “lavoratori” e non esiste un’idea, anche moderata e riformista, di scontro capitale-lavoro – il partito di Di Maio non riesce a operare alcuna svolta, come nessun governo è riuscito a fare da quando esiste il Trattato di Maastricht (e in realtà, dagli anni Ottanta in poi, cioè da quando si è affermato il tempo neoliberista). Una politica economica e sociale bloccata, nessuna vera alternativa, nessun “cambiamento” rispetto a un consensus sociale ed economico imposto dalle politiche liberiste improntate alla globalizzazione. In questo modo il M5S è riuscito a deludere le istanze di cambiamento, il voto “di sinistra” che pure lo ha favorito nel 2018, ma anche le domande di protezionismo più o meno sovranista che ne hanno caratterizzato la narrazione. E che si sono orientate su Salvini. Tra i due sovranismi ha vinto quello più coerente, ordinato e, purtroppo, feroce.

Punto di snodo di questo passaggio di consegne, l’appoggio convinto, inedito, e per il M5S esiziale, alla nuova Commissione europea di Ursula Von der Leyen. Un’operazione riuscita sul piano della politica di palazzo con Conte “ammesso” nella cerchia di comando dell’Unione europea, ma poco comprensibile per una base che nella Ue e nelle sue politiche, al di là del dibattito sull’euro, ha visto sempre la principale nemica. Una ragione forte della rottura tra Salvini e Conte sta proprio in questo passaggio con il leader leghista che ha individuato nel nuovo patto europeista una morsa che lo avrebbe strangolato nella definizione della prossima manovra di Bilancio.

Quella decisione, però, certamente simbolica e gravida di effetti non fa che confermare, dal punto di vista della struttura economica e sociale, la piena continuità dei governi italiani degli ultimi due-tre decenni: aggiustamento dei conti nel pieno rispetto delle direttive europee, forte avanzo primario e quindi bilancio pubblico gestito per favorire la rendita sul debito, compressione salariale – i salari sono letteralmente fermi da 25 anni come ha ricordato l’Inps nel suo rapporto annuale – sostegno alle banche e alla finanza, sostegno, a vario titolo, alle imprese nella falsa prospettiva di una futura redistribuzione del reddito (promessa, anch’essa, da 25 anni, e mai attuata). Questo resta il punto nevralgico della contesa politica, accuratamente rimosso da ogni analisi, di partito o giornalistica, e che invece bussa alla porta del rapporto, screditato, tra politica e società e che rimuove, ancora una volta con accortezza, il tema del cambiamento sociale e del miglioramento, finalmente deciso, netto, percepibile, delle condizioni di vita.

Di fronte a questa impossibilità, quasi dichiarata – «There Is No Alternative», «ce lo chiede l’Europa» – le ricette in campo si limitano a due: una sorgente e l’altra declinante. Da un lato un protezionismo sgangherato che nasconde, come vedremo, la matrice liberista e che ha bisogno di nutrirsi del razzismo e della xenofobia; dall’altro un europeismo liberale, votato al rispetto dei dogmi finanziari, incurante della sofferenza sociale, alieno allo scontro di classe e appannaggio delle élite burocratiche, finanziarie e politiche. Una contesa perdente per le classi popolari, devastante anche per lo Stato di diritto liberale che viene scosso alle fondamenta, come dimostrano le politiche migratorie di Trump o quelle che cerca di affermare Salvini.

Il razzismo come arma di distrazione di massa è un classico: il collante narrativo per supportare un’offerta politica che non ha nulla da rappresentare sul piano della palingenesi, se non roboanti parole d’ordine buone per masse senza speranza e senza fiducia. Nell’involucro di questa narrazione che distoglie e distrae a suon di selfie, può quindi insediarsi stabilmente il nucleo liberista e classista delle politiche economiche leghiste, completamente mutuate dal berlusconismo: il taglio delle tasse indiscriminato, Flat tax, a vantaggio dei redditi più alti e devastante per lo stato sociale, quindi per i lavoratori; l’autonomia differenziata, utile a sostenere, con uno spostamento poderoso delle risorse interne, quel capitalismo molecolare che abita nel nord-est bisognoso di spinte pubbliche sia verso l’export sia per resistere in casa alla provenienza di merci a bassi costo dall’est europeo o dalla Cina; una politica sociale di stampo “compassionevole” che promette di abolire le riforme più odiose, come la legge Fornero, ma in realtà non cambia nulla sul piano sostanziale se non formalizzare, una volta per tutte, che si lavora almeno 41 anni nella vita; una politica sociale e sindacale improntata al corporativismo e in cui, comunque, il soggetto di riferimento resta la piccola e media impresa, e così via.

Questo liberismo è sovranista, per meglio dire, nazionalista, ma realizza un trasferimento massiccio di risorse dal lavoro al capitale, chiedendo al primo, come sempre ha fatto il nazionalismo, di stringersi attorno alla Patria in difesa di interessi immaginari e in previsione di vantaggi futuri che non si realizzano mai. Non a caso Salvini nel corso della riunione con le parti sociali il 6 agosto scorso, a chi chiedeva di redistribuire il reddito, ha risposto: «Prima occorre produrlo, poi lo si redistribuisce». La classica politica “dei due tempi” che conosciamo bene almeno dagli anni Novanta e che ha caratterizzato anche i governi di centrosinistra.

La sinistra che c’è, malaugaratamente il solo Pd, porta anch’essa responsabilità gigantesche. La ventata nazionalista è stata incubata da politiche che hanno ideologizzato gli assiomi europeisti, il rigore di bilancio è diventato una religione civile e per questa via i tre governi di centrosinistra che si sono affermati negli ultimi venti anni (i due governi Prodi e il governo Renzi) hanno brillato per politiche di presunto compromesso sociale che hanno sempre nascosto anch’esse gigantesce redistribuzioni del reddito al contrario: dal lavoro al profitto. A dirla così sembra una banalizzazione, invece è la semplice verità: a fare per venti anni la politica delle destre alla fine favorisci la destra e la sinistra non sai nemmeno più cos’è. L’Italia è modello per tutti, ma anche la Francia ha visto la diaspora della sinistra, la Gran Bretagna, dopo Blair, ha visto una Brexit pilotata dai Conservatori e negli Stati Uniti, dopo Obama è arrivato Trump. 

Non si tratta di una semplice alternanza tipica della democrazia liberale che vive il mito del bipartitismo all’inglese, tra Whig e Tories. A ogni tornata il pendolo ha sfornato una sinistra sempre più moderata, e ormai liberale, e una destra sempre più feroce, oggi dichiaratamente nazionalista. Questo è il prodotto della situazione in campo e in questo frangente si afferma quel sovranismo liberista che caratterizzerà un eventuale futuro governo Salvini. 

* Salvatore Cannavò, vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra(Alegre).

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