M5S, vivere o morire

Alessio Mannino – 31 Agosto 2019 lintellettualedissidente.it

Grillo, nel tentativo di salvaguardare gli eletti, preferisce sacrificare gli elettori e ammazzare l’anima del suo movimento con una classica giravolta in stile Prima Repubblica. Di Maio prova a mettere una pezza ma i tempi del V-day sono inesorabilmente finiti: se l’alleanza col PD andrà in porto per il M5S non ci sarà alcun futuro.

In politica come nella vita, alla lunga viene sempre a galla la sostanza di cui si è fatti. Il Movimento 5 Stelle ha sempre rifiutato di darsene una, organizzandosi in una struttura che selezionasse gli eletti e i “capi politici”, non ponendosi il problema di tagliare il cordone ombelicale con Grillo e Casaleggio, e restando spericolatamente sul vago nella concezione politica di fondo. Ondeggiamenti, giravolte, mosse contraddittorie, retromarce potevano essere comprensibili e in certa misura accettabili se viste nell’ottica di pars destruens che la creatura dell’ex comico ha comunque svolto come un elemento destabilizzatore nell’ingranaggio dei partiti. A volte malgrè soi, facendosi trascinare più da un rozzo ma sano impulso populista di fondo (“mandiamoli a casa a tutti”) che da un cosciente disegno di mirare al cuore del sistema. 

Di qui le conversioni a U: dal no euro alla linea critica ma rispettosa della Ue, da una democrazia diretta radicale all’abbandono del vincolo di mandato, da un reddito di cittadinanza universale a un sussidio di disoccupazione esteso e condizionato, da una politica estera tendenzialmente anti-atlantica al compìto ossequio degli Usa, dall’ecologismo economico (“decrescita felice”) all’inseguimento ondivago e contrastato alle categorie economiche, dal no Tav al Sì Tav semi-occulto (contro la Torino-Lione, ma a favore della Brescia-Verona, sic), dagli sfracelli promessi in tutti i gangli dello Stato, ad un gradualismo che immancabilmente finisce in nulla di fatto (la chiusura domenicale, per altro parziale, dei centri commerciali dimenticata in un cassetto). Resta in piedi qualche battaglia più simbolica che davvero incisiva, come la forbice al numero di parlamentari (capirai) e poco altro (qualche sussulto, per l’effetto Greta, sull’economia “circolare”, leggi del riciclo). 

Ma con la possibile alleanza politica con il Partito Democratico, il Movimento varca il limite dell’autocombustione: governare assieme al vecchio Pdmenoelle significa tradire la sua stessa ragione sociale. Mentre il pur demagogico sovranismo della Lega ha una portata almeno potenzialmente dirompente contro l’euro-gabbia, il Pd è una forza semplicemente conservatrice, “di destra” (cit. Di Battista), guardiaspalle di tutti i poteri forti in circolazione, neo-liberale alle enne, corresponsabile con il Berlusca delle peggiori malefatte compiute negli ultimi vent’anni – fra cui, non scordiamocelo, tutti i governi tecnici, dal primo all’ultimo, eretti a difesa dei sacri vincoli di bilancio su richiesta di mercati e Bce. 

Certo, anche il Carroccio era ed è parte integrante del carrozzone, avendo governato tre volte nel centrodestra, inguardabile specie nella politica economica dove segue gli schemi del mercato, non capendo che ogni rivoluzione nazionale deve essere anche sociale altrimenti rimane zoppa e strumentale. Ma il terreno comune di oggi, dopo la trasmutazione imposta ai leghisti da Salvini (autoritario e maramaldo e financo filo-israeliano, eppure in questa fase storica utile a dare qualche botta alla baracca, altrimenti non si spiegherebbe l’ostilità di Bruxelles e dei benpensanti spread&caviale), permetteva di lavorare nella direzione giusta, contraddizioni e scivoloni a parte. 

Il Pd invece è il partner perfetto per la restaurazione: eccetto il salario minimo e qualche concessione ambientalista, non c’è un capitolo in cui il partito di Renzi (Zingaretti conta come il due di picche) esprima un’idea non diciamo in controtendenza, ma neppure moderatamente decente. Il patto che stanno andando a firmare con il patrocinio di Mattarella (buono quello), e la guida di Conte – sul quale stupisce lo stupore degli inclìti: ha rivelato quel che già era, ossia un nient’affatto fesso cattolico liberale di sinistra – ha una motivazione molto, troppo pragmatica: la sopravvivenza, scansare il voto e mantenersi in sella come primo gruppo in parlamento. Per salvare gli eletti, Grillo, vero regista dell’operazione, ha preferito sacrificare gli elettori. Che perderà inesorabilmente, sia che il governo giallorosé dovesse annacquare in un brodo insulso le istanze pentastellate, sia se cadesse schiantandosi al suolo per i prevedibili dissensi. Optando come un qualunque partitucolo per la soluzione di potere, il M5S ha virato definitivamente per la normalizzazione cambiando alleato come si fa coi calzini, maldestramente cercando di coprire le miserevoli pudenda con la storiella del “siamo post-ideologici” (cit. Di Maio che ora tenta di riaversi e puntare i piedi, chissà – speriamo – per affossare tutto, difendendo i salviniani decreti sicurezza e mettendo le mani avanti contro la patrimoniale, caldeggiata dalla Cgil).

È arrivato il redde rationem per il Movimento, la cui base ribolle di rabbia. Pareva aver superato le origini indubbiamente collocate a sinistra – Grillo contestatore anarcoide nei suoi spettacoli e nel blog fucina di pensieri eterodossi, candidato respinto alle primarie 2009 del Pd, garante di una “cosa” magmatica che candidava al Quirinale una lista con dentro Bonino e Prodi, ma poi si lanciava all’assalto dell’establishment bancario, istituzionale, culturale – un Movimento che non ha mai avuto solidità ideologica ma quanto meno una buona tenuta ideale, muovendosi alla rinfusa tra dilettantismo e istinto di rivolta. 

Adesso, se va in porto l’unione contro natura con i Dem, la parabola discendente si chiude, emarginando i Dibba e i Paragone per andare alla conta sulla piattaforma Rousseau nel modo più ridicolo che possa esserci: dopo, e non prima, il sì all’intesa mostruosamente suicida. Non Di Maio (né a quanto pare Casaleggio jr), ma Grillo ha pigiato il dito sul tasto dell’autodistruzione, e per limitare i danni non basterebbe l’escamotage cerchiobottista di non farsi vedere troppo sulla scena di Palazzo Chigi inviando ministri “competenti” (tocchiamoci), e contemporaneamente tenendo i suoi chierichetti a stecchetto in qualità di umili sottosegretari. Per non farlo collassare alle elezioni, il “garante” preferisce ammazzare l’anima del suo Movimento con un giro di valzer che neanche nella Prima Repubblica. Se governo coi rosa pallido sarà, si getterà nel cesso dodici anni di brancaleonesca e vitale ribellione. E noi, che già dai primi anni segnavamo con l’evidenziatore difetti ed errori, tireremmo lo sciacquone su ogni residuo credito in lui, il fu Beppe, e nei suoi. Vaffanculo, Grillo