Il Califfo dal desertoprepara nuovi attentati

GUIDO OLIMPIO Caffe.ch 1.9.19

La strategia dello Stato islamico dopo le dure sconfitte

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Possono essere allarmi di routine e messaggi traversali da inviare alla Casa Bianca perché non smobiliti. Ma restano allarmi preoccupanti. Su Afghanistan, Siria, Iraq, le tre aree geografiche sempre critiche. I report indicano che lo Stato Islamico si sta riorganizzando.
Da settimane gli Stati Uniti sono impegnati nel negoziato con i talebani a Doha, nel Qatar. Una trattativa che dovrebbe portare al ritiro degli Usa (insieme agli alleati). Un disimpegno parziale, visto che il Pentagono vorrebbe mantenere una presenza di forze speciali per sostenere il governo di Kabul. Tutti gli osservatori sono convinti che senza il sostegno esterno le truppe locali potrebbero collassare mentre in alcune regioni si ritaglierebbero spazi per milizie e signori della guerra. Inoltre c’è la questione al Qaeda. Washington vuole che la controparte tronchi qualsiasi legame ed eviti di fare da sponda per azioni terroristiche.
In questa cornice – tutta da perfezionare – c’è l’incognita dell’Isis. Pochi giorni fa il movimento ha rivendicato un massacro, oltre 80 vittime falciate durante la festa per un matrimonio a Kabul. Un colpo terribile contro un target facile, indifeso. Una mossa in linea con la strategia dei jihadisti. Secondo alcuni analisti i seguaci del Califfo vogliano ampliare la loro influenza e sfruttare anche, a loro vantaggio, il dialogo tra gli americani e i talebani. Sono convinti che un eventuale accordo non sarà gradito ad una parte dei guerriglieri, dunque proveranno a portarli dalla loro parte per allargare le loro file.
Attualmente lo Stato Islamico conta su circa 4 mila uomini, ritenuti insufficienti per lanciare offensive di grande respiro, ma comunque letali se si tratta di organizzare attentati e missioni suicide. Negli Stati Uniti non c’è uniformità di vedute sul pericolo: non tutti sono convinti che l’ala afghana del Califfo rappresenti una minaccia di primo livello, semmai è una “mina” locale.
La cronica instabilità del teatro che unisce Afghanistan-Pakistan può sempre riservare sorprese. C’è chi invita a ponderare bene qualsiasi passo, anche perché se si crea un vuoto c’è sempre il rischio che qualcuno lo voglia riempire. E gli strateghi della Jihad sono abili come pochi a inserirsi nelle fratture.
Non sono meno inquietanti le notizie che giungono dal settore siro-iracheno. Il Califfo ha perso territorio, non controlla più località importanti, però continua a far paura. Come era prevedibile ha scelto la tattica mordi e fuggi: omicidi mirati, agguati, esplosione di ordigni, imboscate in numerosi centri abitati. Il deserto è il suo regno e rifugio. Secondo valutazioni dell’Onu è ancora ricco: disporrebbe di risorse comprese tra i 50 ai 400 milioni di dollari. Cifre importanti anche se la forbice sembra davvero troppo ampia per dare un giudizio. Resta da capire se l’attività dell’Isis possa tradursi in nuove operazioni in Occidente, come quelle degli anni scorsi.
I servizi di sicurezza europei guardano con inquietudine alle migliaia di simpatizzanti e ai veterani del conflitto. Fino ad oggi il setaccio dei controlli ha funzionato e i militanti devono badare a sopravvivere, insieme a mogli e figli. Tuttavia basta poco per fare danni.
Al tempo stesso non è chiaro quanto resti pesante la capacità di ispirare quegli individui rimasti in Europa, difficili da scoprire e spesso responsabili di attentati nelle nostre città.