Il mondo di Immanuel Wallerstein

Nicole M. Aschoff Jacobinitalia.com 7.9.19

Una settimana fa è scomparso il teorico del sistema-mondo. Ci ha trasmesso un insegnamento importante: siamo tutti interconnessi nel tempo e nello spazio, per questo i mali creati dal capitalismo non si risolveranno agendo in un solo paese

L’influente sociologo e intellettuale radicale Immanuel Wallerstein è morto all’età di ottantotto anni, il 31 agosto scorso. Non l’ho mai conosciuto personalmente, mi capitava di vederlo alle conferenze accademiche di tanto in tanto, sempre accompagnato dalla moglie Beatrice, che sedeva in prima fila. Ma anche se non l’ho conosciuto di persona, Wallerstein è stato una figura determinante nel mio sviluppo intellettuale.

Era l’ultimo superstite della «banda dei quattro», un modo affettuoso di chiamare il gruppo di studiosi che lavoravano sull’analisi (e all’abolizione) del capitalismo globale di cui facevano parte Samir Amin, Andre Gunder Frank e il mio relatore di dottorato Giovanni Arrighi. Giovanni e Wallerstein hanno trascorso molti anni insieme al Centro Fernand Braudel, fondato da Wallerstein al Campus universitario di Binghamton. Negli anni ho sentito molte storie sul gruppo molto affiatato di studiosi radicali formatosi in quella università, spesso esilaranti, ma lascerò ad altri il compito di raccontarle. 

Per me, l’eredità di Wallerstein è soprattutto un modo di pensare, ovvero la teoria che ha preso il nome di «analisi del sistema-mondo» e che nella sua essenza rimane ancora valida oggi come quando è stata formulata nel 1974, nel saggio Il sistema mondiale dell’economia moderna che ho letto quando ero giovane.

La teoria del sistema-mondo si è formata a sua volta nel solco del Sessantotto. Allora in tutto il mondo le persone sono scese in piazza per lottare contro l’aggressione militare del Vietnam da parte degli Stati uniti e per rinnovare e attualizzare i principi fondativi della Rivoluzione russa. L’ondata rivoluzionaria non è durata molto, ma inaspettatamente ha lasciato un’eredità potentissima, soprattutto in ambito accademico.

Alla fine degli anni Sessanta si diffuse tra gli studiosi radicali un ampio sentimento di insoddisfazione per i modi di pensare dominanti. In effetti, l’analisi wallersteiniana del sistema-mondo era solo una di una lunga serie di impostazioni teoriche dissidenti emerse in quel periodo (la teoria della dipendenza, l’economia politica internazionale, la sociologia storica).

Per Wallerstein, l’analisi del sistema-mondo non era un mero esercizio intellettuale, ma una vera e propria forma di protesta politica: 

«L’analisi del sistema-mondo non è una teoria ma una protesta contro l’indifferenza verso alcune questioni e contro le epistemologie ingannevoli. È un modo per chiedere un cambiamento sociale, anzi, per scardinare le stesse premesse su cui si fondano le scienze sociali dal Diciannovesimo secolo. È un compito intellettuale che è e deve essere anche un compito politico, in quanto la ricerca del vero coincide con la ricerca del bene» [estratto da un saggio biografico pubblicato sul sito dell’università di Yale, Ndt].

Il Sessantotto è stato senza dubbio lo snodo cruciale, ma questo appello alla costruzione di un approccio teorico innovativo in Wallerstein ha radici più antiche, nella sua personale traiettoria intellettuale. Dopo aver passato un periodo nell’esercito e aver conseguito un master alla Columbia University, nei primi anni Cinquanta Wallerstein si è trasferito in Africa, dove è rimasto per vent’anni viaggiando in vari paesi e osservando i movimenti di massa anticolonialisti.

Wallerstein proveniva da una famiglia politicamente sensibile e frequentava già a New York l’ambiente militante, ma sono state le esperienze in Ghana e Costa d’Avorio a cambiare totalmente il suo modo di vedere il mondo. Una volta ha dichiarato che gli studi africani gli hanno «aperto gli occhi sulle questioni politiche più scottanti del mondo contemporaneo e sul problema scientifico di come analizzare la storia del moderno sistema-mondo. L’Africa ha messo in discussione le parti più ottuse della mia formazione».

Questo risveglio intellettuale si è poi concretizzato nella volontà di infrangere le teorie predominanti nell’accademia dal diciannovesimo secolo in avanti. Wallerstein era contrario ai confini disciplinari (e per estensione metodologici ed epistemologici) che definiscono e dominano le scienze sociali. La sua tesi, all’epoca abbastanza malvista, era che «le tre presunte sfere dell’azione umana collettiva, quella economica, quella politica e quella sociale o socioculturale, non sono sfere autonome dell’azione sociale. Non hanno ‘logiche’ separate».

Così, contro i modelli di ricerca che isolano i «fattori» o che si basano su confronti tra stati nazionali concepiti come scatole di dati non comunicanti, che seguono traiettorie indipendenti, Wallerstein insisteva invece sul fatto che l’economia mondiale è un unico grande sistema interconnesso, unito da una divisione del lavoro comune e da un unico insieme di vincoli: insomma, il capitalismo.

Tuttavia, nella sua caratterizzazione dell’economia mondiale moderna come capitalista, Wallerstein non applicava un approccio top down, astratto,che per descrivere una realtà le cala sopra un modello precostituito o un insieme di regole fisso. Al contrario, insisteva molto sull’idea del capitalismo come sistema storico, che ha un inizio e una fine e può essere compreso nelle sue norme e nelle sue funzioni solo analizzando il suo sviluppo nel tempo e nello spazio.

Wallerstein esortava ad abbandonare tutte quelle ipotesi retrograde sulle tappe storiche e sull’inevitabilità del «progresso», e con la sua teoria ingiungeva di sfidare i paradigmi dominanti sviluppando ipotesi e impostazioni sistemiche in grado di catturare la complessità del capitalismo come sistema storico e globale.

Wallerstein è stato uno studioso prolifico, ha scritto decine di libri e articoli su questa sua ipotesi della natura del sistema-mondo capitalista. Non condivido molte delle sue analisi, né le condividevano gli altri esponenti della “banda dei quattro”, o i professori e gli studenti di Binghamton, o ancora i membri del dipartimento di Economia politica del sistema globale dell’American Sociological Association. Ma Wallerstein non ha mai preteso che fossero tutti d’accordo con lui. Il dibattito gli piaceva.

In ogni caso, la teoria del sistema-mondo non coincide con una semplice analisi delle strutture e delle istituzioni del capitalismo globale. Si tratta invece di riconoscere che siamo tutti interconnessi nel tempo e nello spazio e che non è possibile comprendere cosa stia accadendo in un determinato posto del mondo senza collocare quel luogo in un contesto globale e riconoscere la natura globale del capitalismo moderno.

Da questo punto di vista, l’analisi del sistema-mondo rimane oggi più che mai attuale. Ci fornisce strumenti per dare senso agli scossoni della nostra economia finanziarizzata, ai disordini politici che stanno sconvolgendo Londra, Hong Kong e tanti altri posti del mondo, allo sgretolarsi della corazza ideologica del neoliberismo.

Inoltre, la teoria del sistema-mondo ci insegna una cosa fondamentale: che se è vero che eleggere governi progressisti è una priorità, tuttavia le soluzioni ai mali del capitalismo non vanno cercate in un solo paese.

Il nazionalismo è una strada senza uscita. Invece di chiudere le frontiere e mettere i lavoratori americani contro i lavoratori di altri paesi, dovremmo sviluppare programmi e piattaforme che riconoscano che abbiamo tutti un destino comune. Le riforme a livello nazionale sono certamente essenziali, ma è solo al livello di sistema che si possono ottenere risultati duraturi contro il cambiamento climatico e contro la voracità delle multinazionali.

Corollario del nostro destino comune, ovviamente, è il potere della lotta comune. Il capitale è globalizzato da centinaia di anni, ma anche la lotta contro il capitalismo è globale, anche se in misura molto minore. Al di là delle battaglie storiche, oggi questa lotta sta trovando nuova linfa.

Wallerstein vi ha contribuito per tutta la sua vita. La sua lezione audace e creativa ha rappresentato una forma di protesta politica contro lo status quo intellettuale. Per questo è fondamentale ricordare la sua lezione e usare gli strumenti che ci ha lasciato in eredità, mentre lavoriamo alla costruzione di un mondo migliore.

*Nicole M. Aschoff fa parte del comitato editoriale di Jacobin ed è autrice del libro The New Prophets of Capital(I nuovi profeti del capitale). Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. La traduzione è di Riccardo Antoniucci.

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