La Svezia intrappolatada fisco e tassi negativi

LORETTA NAPOLEONI Caffè.ch 8.9.19

La terza tappa del diario sui Paesi attraversati dalla crisi

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Non è la sterlina la moneta forte che ha registrato le peggiori prestazioni nel 2019, nonostante il terremoto della Brexit in Gran Bretagna il primato negativo appartiene alla corona svedese, che da quasi due anni perde quota nei confronti dell’euro e del dollaro. I guai della moneta svedese sono sicuramente legati alla politica monetaria adottata nel 2015 dalla banca centrale, che ha relegato i tassi d’interesse sotto lo zero. Neanche il modesto aumento dello scorso dicembre, l’innalzamento a quota meno 0,25 per cento, ha dato respiro alla valuta. 
L’esperienza della Svezia è interessante perché è la prima volta che un Paese industrializzato europeo si trova intrappolato all’interno della politica dei tassi negativi e non riesce ad uscirne, nonostante sia chiaro che questa politica danneggia l’economia. E vediamo perché.
In teoria la perdita di valore della corona svedese avrebbe dovuto avere effetti benefici sul Pil grazie all’aumento delle esportazioni, va ricordato che queste contribuiscono per il 45 per cento al Pil nazionale. Una moneta debole, poi, nel clima delle guerre tariffarie nate dalle politiche protezioniste di Trump avrebbe dovuto essere particolarmente vantaggiosa. Ma non è stato così. 
Sebbene le esportazioni siano cresciute, l’impatto sul Pil è stato minimo. Raffrontando le esportazioni di Eurolandia con quelle svedesi durante gli ultimi cinque anni i dati confermano che le prime sono salite del 30 per cento mentre le seconde sono aumentate del 45 per cento. Ma se mettiamo a confronto i dati del Pil durante lo stesso periodo si hanno risultati diversi, quello svedese ha avuto un andamento quasi identico o inferiore a quello di Eurolandia.
In Svezia c’è chi sostiene che la politica dei tassi negativi ha prosciugato il mercato dei capitali e la svalutazione della moneta ha ridotto gli sforzi degli industriali per guadagnare competitività. Due fattori negativi per l’economia, dunque. Molti sono convinti che la banca centrale abbia prolungato eccessivamente la politica monetaria espansiva, in particolare ha commesso un grosso errore alla fine del 2017 ed inizio del 2018 quando non ha riportato i tassi sopra lo zero. Quello era il momento di farlo, quando sembrava che il “quantitative easing” europeo fosse sulla strada del tramonto. Ma già dalla metà del 2018, le scarse prestazioni delle economie europee avevano riacceso i timori di un ritorno di tale politica per sostenere la mai decollata ripresa. A quel punto la banca centrale svedese non ha più potuto cambiare marcia.
Sullo sfondo del rallentamento delle economie europee la contrazione dell’economia svedese registrata nel secondo trimestre del 2019 fa temere il peggio. Ma non basta, nonostante la corona abbia continuato a svalutarsi, le esportazioni nette sono cresciute meno del previsto mentre la riduzione degli investimenti è stata superiore alle aspettative. Morale: la banca centrale ha abbassato le proiezioni di crescita per il 2019 a 1,6 per cento. Con i tassi sotto zero, una moneta che si svaluta ed una crescita anemica per rilanciare l’economia c’è rimasto solo lo strumento fiscale. Per ora nessuno lo ha menzionato ma è probabile che prima della fine dell’anno qualcuno lo faccia.
(3 – fine)

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