SPY FINANZA/ I falchi Ue del Nord preparano le manovre contro l’Italia

Mauro Bottarelli ilsussidiario.net 10.9.19

Sotto traccia si sta combattendo una dura battaglia dal cui esito dipenderanno le sorti future del nostro Paese per parecchio tempo

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LaPresse

Jonathan Swift sosteneva che “le leggi sono come ragnatele che possono catturare piccole mosche e lasciar passare vespe e calabroni”. E ancora più lacunose e permeabili appaiono, a mio avviso, le leggi non scritte. Quelle sottintese, quelle del “saper stare al mondo”. Quelle che, di fatto, hanno portato alla nascita del nuovo governo. Il quale, al netto delle mille interpretazioni che si vogliono dare e al maquillage troppo carico e un po’ volgare che si vuole stendere su un viso ormai sgraziato dagli anni, è venuto alla luce per un’unica ragione: isolare la Lega, il suo leader e con essi l’ipotesi di un centrodestra a trazione sovranista che andasse al governo del Paese tramite le urne, stante i numeri attuali.

L’Europa, intesa come Commissione, ovviamente era d’accordo con questa opzione. Troppo d’accordo, forse. Perché immagino che a nessuno di voi sia sfuggito l’entusiasmo al limite del pacchiano e parossistico con cui Bruxelles ha plaudito al travaglio del nascituro giallo-rosso. Con qualche distinguo, ovviamente. Perché la cosiddetta logica del check and balance, i contrappesi, ha voluto che il leader del partito di maggioranza relativa, Luigi Di Maio, dovesse rimanere al governo con ruolo preminente, anche se da più parti – non ultimo in alcuni ambienti degli stessi Cinquestelle – la sua presenza venisse ormai vissuta come superflua. Se non dannosa.

Ma, guarda caso, nel giorno dell’incoronazione alla Farnesina, ecco che a Napoli viene fermato un imprenditore russo accusato di spionaggio industriale. Nel settore della difesa. E su diretta richiesta delle autorità americane. Una bella grana diplomatica ai più alti livelli, con tanto di “irritazione” ufficiale resa nota dal Cremlino. Come dire, Di Maio avvisato…

Ed ecco che allora, l’uomo che non più tardi della scorsa primavera aveva causato – in veste di vice-premier e ministro – un incidente senza precedenti con la Francia, con tanto di convocazione dell’ambasciatore, per la sua scappatella oltralpe in visita dai “gilet gialli” (a proposito, avete notizie?), di colpo si scopre più francese di una baguette e si mette a flirtare con i ministri dell’esecutivo dell’odiatissimo Emmanuel Macron, auspicando collaborazione totale e assoluta. Certi messaggi arrivano. Anche perché, in subordine e come richiamo definitivo, possono sempre sostanziarsi dei casi Shalabayeva di più sgradevole gestione, chiedere al ministro Alfano per conferme.

Ma attenzione, perché la partita che si sta giocando, a colpi di docenti di storia contemporanea piazzati al Mef solo per i loro rapporti consolidati nelle Commissioni di Bruxelles, è più seria. E più ampia. Tanto più ampia che potrebbe vedere questo governo festeggiare il prossimo Natale già con il fiatone, salvo esalare l’ultimo respiro in primavera. Non a caso, il Pd non ha schierato nessun pezzo da novanta nell’esecutivo: tutta gente sacrificabile per una finalità politica superiore.

Guardate questa cartina.

È stata pubblicata da Bloomberg a metà della scorsa settimana, in vista della riunione del board Bce di dopodomani, 12 settembre. Mostra plasticamente le posizioni in campo: Paesi contrari a una riattivazione immediata di qualche forma di Qe, Paesi favorevoli e Paesi le cui Banche centrali non hanno ancora fornito una loro visione ufficiale sul tema. Come vedete, contro un ritorno agli acquisti c’è la Germania, spalleggiata da Francia e Austria. Dichiaratamente a favore ci sono la Spagna e la Finlandia, mentre Italia, Grecia, Portogallo e Irlanda sono state finora silenti al riguardo.

Stanno davvero così le cose, sono davvero questi gli schieramenti sul campo? No. Non del tutto. E l’ago della bilancia, stando a report interni e boatos dei soliti ben informati, risponderebbe proprio al nome di Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France. Il quale sarebbe stato finora silente sul tema delle modalità di un rinnovato stimolo per l’economia dell’eurozona per un duplice imbarazzo.

Primo, fra un mese e mezzo circa, sulla poltrona di Mario Draghi salirà la sua connazionale Christine Lagarde, già molto impegnata a evitare un default selettivo dell’Argentina in perfetta contemporanea con il suo insediamento, ipotesi in effetti mediaticamente sgradevole come viatico di buon lavoro. Quindi, meglio evitare una presa di posizione netta su un tema così sensibile, visto che dal 1° novembre tutto cadrà in capo all’ex numero uno dell’Fmi, insuccessi compresi. Anzi, in testa.

Secondo, le banche francesi sono seconde solo a quelle tedesche per impatto sui bilanci degli effetti sulla profittabilità dei tassi negativi, quindi occorre andare cauti nel mostrare troppa apertura verso politiche che spediscano l’attuale -0,40% sui depositi magari a -0,50% o -0,60%. Anche perché, nonostante la capacità straordinaria di nascondere le magagne, dentro molti istituti d’Oltralpe giacciono quintali di bond illiquidi, pronti a saltar fuori al primo scossone sui rendimenti che inneschi uno shock sui VaR. Insomma, un bel rebus.

Anche perché, l’unica cosa certa della riunione di dopodomani è che la Bce farà qualcosa, stante l’intervista in tal senso rilasciata dal falco Olli Rehn al Wall Street Journal a Ferragosto. Anzi, farà più di qualcosa: stupirà. Almeno così si è lasciato intendere in piena estate, garantendo ai mercati venti giorni di cieli sereni e agli spread ulteriori cali degli yields. Si opererà certamente sul cosiddetto tiering, ovvero rinvio, taglio fino all’eliminazione tout court (in questo caso, per un periodo limitato e determinato di tempo) dell’interesse che le banche pagano alla Bce per i loro depositi overnight, come mostra il grafico.

Come si opererà, però, a livello di acquisti diretti di obbligazioni, sovrane e corporate? Si proseguirà con il reinvestimento deciso a novembre scorso da Mario Draghi, il quale ha garantito fino ad oggi uno scudo agli spread più sensibili, ovvero quelli del cosiddetto Club Med? Si comprerà di più, cambiando però i criteri pro quota, non fosse altro perché la Bundesbank non ha praticamente più Bund da piazzare, salvo aumentare le emissioni? Difficile, perché a quel punto i falchi del Nord vedrebbero la mossa come l’ennesimo intervento salva-Italia, visto che sarebbe proprio la quota facente capo a Palazzo Koch a beneficiare giocoforza maggiormente dell’intervento diretto dell’Eurotower. Insomma, problemi seri e scelte che possono davvero cambiare il volto di una crisi.

Perché una cosa è certa: i dati dell’economia tedesca parlano chiaro, davanti a noi c’è una depressione che andrà combattuta. Ma come, stante il nulla in cui si è sostanziato il Qe del 2015? Intendiamoci, senza quello non esisterebbe più l’euro e metà delle banche europee sarebbero fallite. Ma a livello di economia reale e stimolo dell’inflazione, a livello di trasmissione del credito, il risultato è molto vicino allo zero. È stato, paradossalmente, salvavita per il sistema in sé e i suoi addentellati finanziari, ma inutile per le economie reali: detto fatto, non a caso è nato il sovranismo come risposta politica a quel fallimento.

E ora? Questo afflato filo-francese del governo ha forse qualcosa a che vedere con il ruolo da ago della bilancia di Parigi nelle decisioni immediate e, soprattutto, future della Bce, ora che SuperMario farà spazio a Madame Lagarde? E l’incertezza sul ruolo di Paolo Gentiloni ha forse a che vedere con qualche rassicurazione rispetto alla nostra politica fiscale sul breve termine che Bruxelles vuole avere, prima di sciogliere la riserva fra l’inutile Concorrenza e il fondamentale ruolo di commissario agli Affari economici, casella – guarda caso – fino a ieri in mano proprio a un altro francese, Pierre Moscovici? Com’era la faccenda che Emmanuel Macron era politicamente morto e la Le Pen era la vera vincitrice delle Europee? Ne siete ancora convinti?

Attenzione, sottotraccia si sta combattendo una battaglia dal cui esito dipenderanno le sorti del nostro Paese – e della sua economia – per parecchio tempo: la Germania, non a caso, nonostante l’enorme spazio fiscale garantitogli dal surplus record, nicchia pesantemente nel porre in essere politiche di spesa. Anzi, pare proprio sorda da quell’orecchio. Quasi fosse qualcun altro, per l’ennesima volta, a doversi sacrificare per tutti. Indovinate chi?

Signori, sta nascendo il governo dei curatori fallimentari del Paese, naturale evoluzione del periodo “sfasciatutto” dei sovranisti che – limitandosi come hanno fatto a urlare al vento come ubriachi al bar, alleandosi con i partner sbagliati in sede Ue – hanno creato scompiglio a livello propagandistico e mediatico ma, in concreto, non hanno fatto altro che apparecchiare la tavola alle élites e ai loro ritorni in grande stile. 

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